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Marco Rabino e Ca’ Bolani: il successo è nel lavoro di squadra

La Tenuta di Molin di Ponte vista dall'altoNonostante abbia sempre praticato uno sport di squadra, ho sempre invidiato ed ammirato quelle discipline dove l’atleta è solo contro tutti e può contare esclusivamente sulle proprie forze. Il ciclista che scala una montagna con pendenze che sarebbe proibitive anche per la mia vespa. Il maratoneta che divora chilometri magari sotto un sole cocente. Il nuotatore mezzofondista con cui potrei competere solo nuotando all’interno della mia vasca da bagno. Da soli contro tutti e in caso di difficoltà non ci sono compagni a cui passare la palla o la possibilità di chiedere il cambio e riposarsi in panchina. Però se riesci a portare a casa il risultato, la soddisfazione sarà enorme e gli onori saranno tutti per te senza doverti sentire obbligato di dividerli con qualcuno.
Ma devo spendere una buona parola anche per gli sport di squadra. Se è vero che in un team diminuiscono le responsabilità e ci si possono dividere compiti e fatiche, è anche vero che solo dal perfetto mix creato da una società che ti mette a disposizione le migliori risorse, uno staff tecnico preparato e una squadra motivata che lavora in sintonia, è possibile ottenere buoni risultati ed avere grandi soddisfazioni.
Sono partito da lontano per riallacciarmi al mondo del vino dove non è lo sport ad essere protagonista, ma dove ci sono comunque tanti piccoli produttori che “gareggiano” da soli o quasi e con i loro prodotti riescono a conquistare ed affascinare i tanti tifosi del nettare dionisiaco. Ma accanto alle innumerevoli realtà medio – piccole, ci sono in Italia anche tante grosse aziende, con una proprietà che mette a disposizione le risorse, uno staff tecnico dirigenziale e un discreto numero di dipendenti che formano la squadra il cui operato permette di ottenere produzioni a sette cifre. Dopo aver conosciuto tante piccole belle realtà della mia regione, è sorto spontaneo il desiderio di andare a scoprire come lavora una grande azienda e quali sono le differenze nel modo di lavorare in vigna e cantina.
Oggi andremo a conoscere i segreti della Tenuta Cà Bolani di proprietà del gruppo Zonin. Ci troviamo nel cuore della DOC Aquileia, in una terra che un tempo era proprietà della famiglia Bolani, il cui massimo esponente fu il conte Domenico Bolani, procuratore in Friuli della Repubblica di Venezia nella prima metà del ‘500. Nel 1970 la famiglia Zonin decide di acquistare la Tenuta sita a Cervignano del Friuli e di effettuare un completo restauro sia in vigna che in cantina, con dotazioni funzionali e tecnologicamente più avanzate. La crescita continua poi con le successive altre due acquisizioni. Nel 1980 vengono rilevati i vigneti della tenuta di Cà Vescovo e nel 1998 è la volta della splendida tenuta di Molin di Ponte a Strassoldo.

I vigneti di Molin di PonteStiamo parlando nel totale di circa 900 ettari di proprietà di cui 550 dedicati alla coltivazione della vite, suddivisi fra i 350 ettari di Molin di Ponte e i 200 ettari di Ca’ Vescovo.
I vigneti situati a pochi chilometri dal mare godono di un microclima ideale, con influssi continentali mitigati dalle correnti d’aria provenienti dalla laguna di Grado e dalle vicine Alpi Carniche. Un mare immenso di viti che costituisce una sorta di puzzle dove ogni vigneto mantiene con orgoglio le proprie caratteristiche che variano a seconda del terreno e del microclima di quella zonazione. Infatti, i terreni di Molin di Ponte presentano una struttura di medio impasto, prevalentemente argillosa, percorsa da drenanti strati di tessitura ghiaiosa e silicea, mentre nella tenuta di Cà Vescovo i terreni hanno invece una componente mista argillosa e sabbiosa. L’azienda può contare su quasi 130 dipendenti, e fra le colonne portanti ci sono sicuramente il Direttore Responsabile della Tenuta, l’enologo Marco Rabino, il Responsabile Tecnico l’enologo Roberto Marcolini e l’addetta alla comunicazione dott.ssa Valentina Casula. Tutti e tre, per la parte di loro competenza, rappresenteranno la mia fonte di sapere che mi illuminerà e mi porterà a conoscenza dei segreti dell’azienda Cà Bolani.
In vigna l’obbiettivo principale è quello di ottenere uve sane, mature e di ottima qualità, nel pieno rispetto dell’ambiente. A testimonianza di questo rispetto per la natura, basterebbe fare una visita nella Tenuta di Molin di Ponte. I protagonisti sono i 350 ettari di vigneti che rappresentano un colpo d’occhio emozionante. Non meno suggestivo il centro aziendale, dedicato all’accoglienza ed all’ospitalità, che può beneficiare della presenza di uno splendido parco di alberi centenari e di un laghetto alimentato da acqua di risorgiva.
Tutte le uve che trovano la maturazione nei singoli vigneti vengono raccolte e vinificate separatamente, per portare in cantina un’uva all’apice della sua qualità, e per il raggiungimento di questo obbiettivo l’azienda si è dotata di un efficiente laboratorio di analisi che monitorizza continuamente le viti e analizza le uve per ricavare tutti i dati necessari alla causa.
La vendemmia viene eseguita con macchinari di ultima generazione che portano nei carri solo i chicchi maturi, lasciando raspi e altre parti non gradite in vigna. Solo le uve destinate ai cru ed alle selezioni vengono raccolte a mano.

La barricaia della tenuta Ca' VescovoLa grande cantina è molto efficiente. Attrezzature per la criomacerazione, presse soffici e vinificatori a cappello sommerso permettono di lavorare in maniera ottimale preservando la qualità e sanità del prodotto. Per i vini bianchi si è scelta la strada della vinificazione e maturazione in acciaio. Mentre per i rossi vengono utilizzate anche botti grandi in rovere di Slavonia, qualche tonneau e barrique. Ma in cantina la regola principale è quella di intervenire il meno possibile perché è la qualità dell’uva (tutte prodotte nei vigneti di proprietà) che deve fare la differenza, mentre la mano del tecnico deve solo di accompagnare e non correggere il processo che porterà il vino in bottiglia.
Il compito dello staff tecnico di enologi è quello di vinificare le uve dei diversi vigneti separatamente. Successivamente, dopo aver valutato i vari livelli di qualità ottenuti, verranno effettuati degli assemblaggi per ottenere dei vini di qualità superiore che saranno i portabandiera della linea Cà Bolani. Ogni anno vengono prodotte circa 2milioni e mezzo di bottiglie. Un milione sono etichettate a marchio Cà Bolani. Centomila bottiglie a marchio GZV (Selezioni Gianni Zonin Vineyards). Il restante milione e quattrocentomila a marchio Zonin e Ca’ Vescovo.
La numerosa e battagliera squadra di vini che andrà a sfidare i mercati e gli apprezzamenti delle esigenti papille gustative della clientela, è ampia e ben assortita. La parte del leone è fatta dal Prosecco nella versione spumante e frizzante. Seguito a ruota dal Pinot Grigio. Fra gli altri bianchi troviamo Chardonnay, Chardonnay frizzante, Sauvignon, Traminer Aromatico, Pinot Bianco, Müller Thurgau Frizzante, Friulano, Riesling.
Come rappresentanti dei vini rossi il Cabernet Franc, il Merlot, il Refosco dal Peduncolo Rosso e il Cabernet Sauvignon. Non mancano le produzioni di nicchia, che mirano a soddisfare le papille gustative della clientela più esigente, frutto di selezioni scrupolose in vigna e bassissime rese in zone dall’eccellente microclima. Il “Tamanis” (100% Sauvignon), ), l’Alturio (Refosco dal peduncolo rosso in purezza) e il Conte Bolani (uvaggio variabile di Merlot, Cabernet e Refosco) e l’ultimo arrivato, l’Aquilis Sauvignon (Selezione di Sauvignon firmata dall’enologo Denis Dubourdieu).
Alla fine di questa piacevolissima visita, me ne posso ritornare a casa contento. Finalmente ho potuto constatare di persona come si lavora in una grande azienda del vino, ed è bello vedere che oltre alla perfetta organizzazione e sincronizzazione di tutte le varie fasi del processo produttivo, l’obbiettivo principale resti sempre quella che io ritengo la variabile imprescindibile: l’ottimo lavoro in vigna per riuscire ad ottenere uve di qualità. Ebbene sì, possiamo proprio dire che anche un “elefante” della viticoltura friulana, dietro a una struttura cosi imponente conserva una forte sensibilità per la vite, per la natura e per la qualità del prodotto finale.

DIALOGANDO CON MARCO RABINO

Marco Rabino, Valentina Casula e Roberto MarcoliniHo letto una tua dichiarazione in cui affermi che il buon vino si fa in vigna, partendo dalla qualità del vitigno e dalle potenzialità del territorio. Cà Bolani è un’azienda di grandi dimensioni che conta 550 ettari vitati e 2 milioni e mezzo di bottiglie prodotte. Come si riescono a conciliare i principi di qualità, rispetto per la natura e scrupolosità in tutte le operazioni in vigna e cantina con le esigenze commerciali tipiche di un’azienda con una struttura di tipo industriale?
Il segreto principale è quello di avere nella nostra organizzazione uno staff tecnico altamente preparato. In azienda siamo in tanti e l’obbiettivo primario è quello di stimolare ogni singola figura a dare il meglio di sé, solo così si possono seguire con cura e scrupolosità tutte le varie fasi che partono dalla vigna e arrivano in cantina con il prodotto finito ed imbottigliato.
Anche se siamo un’azienda di stile industriale, ci siamo prefissi come obbiettivo il raggiungimento del più alto livello qualitativo possibile. E questa ricerca della qualità deve partire naturalmente dalla vigna, infatti, seguiamo ogni singolo vigneto curandone ogni piccolo particolare. Basterebbe fare una visita in azienda e camminare fra i vigneti per rendersi conto del rispetto che serbiamo per le viti e per tutto l’ecosistema circostante. Siamo fortunati perché la nostra organizzazione è resa possibile dalle risorse che ci vengono messe a disposizione dalla proprietà con la quale lavoriamo in piena sinergia di idee ed obbiettivi da perseguire.

Quale vino della vostra produzione ami in maniera particolare sia per gusto personale o perché magari rappresenta fedelmente la filosofia e lo stile dell’azienda Cà Bolani?
Una domanda alla quale mi risulta un po’ difficile dare una risposta. Potrei dire quello che a mio personalissimo gusto non mi piace, ed è il Traminer, naturalmente non perché non sia buono ma non rientra nei miei vini preferiti. Amo molto di più il Sauvignon che è un vino con caratteristiche più facilmente riconoscibili e che possono attrarre anche il gusto dei giovani, anche di quelli che magari non hanno una grossa cultura in materia di vino. Poi mi piace il Prosecco. Amo bere i vini con le bollicine perché oltre ad essere piacevoli da bere in ogni occasione, possono diventare un prezioso alleato a tavola ed accompagnare le nostre libagioni culinarie. Anche se il Prosecco è un vino semplice ed immediato, ha alle spalle una tradizione ed uno studio, che necessitano di accompagnarsi a un ottimo lavoro in vigna e in cantina per poter dare dei risultati finali soddisfacenti.

Oltre ad essere Direttore di Cà Bolani sei anche Presidente del Consorzio Tutela Vini DOC Friuli Aquileia, che conta 900 ettari vitati 300 produttori, 2 milioni di bottiglie prodotte mediamente ogni anno. In una regione come la nostra che da sempre è identificata con le produzioni di nicchia del Collio e dei Colli Orientali, e con i grandi numeri delle Grave, quale ruolo e quali prospettive ci sono per la zona DOC Friuli Aquileia?
Il mondo del vino è cambiato. L’internazionalizzazione dei mercati ci obbliga a ragionare in maniera diversa, più globale. Per il Friuli diventa obbligatorio cercare di farsi conoscere a livello mondiale, solo così sarà possibile diventare protagonisti dei mercati esteri. Vedo in maniera positiva la possibilità di arrivare alla creazione di una DOC Friuli, dove naturalmente sarebbero protagoniste anche le varie sottozone che rappresentano oggi un patrimonio storico e culturale per la nostra viticoltura. E nelle sottozone dovrà esserci anche un territorio vocato e importante come l’attuale DOC Aquileia, con i propri prodotti e tipicità, ma per andare nei mercati da protagonisti è fondamentale avere numeri, quantità da proporre e come già detto anche un territorio che sia identificabile in ogni angolo del mondo.

Un’ampia fetta del vostro patrimonio vitato è riservata alla coltivazione della Glera. Dopo la creazione della nuova DOC Interregionale siete diventati i principali produttori di Prosecco in territorio friulano. Pensi che la grande richiesta di questa tipologia di bollicine sia una moda passeggera da cui trarre nel presente i massimi benefici o si tratta di un fenomeno che garantirà un roseo e prospero futuro? E secondo te il Friuli fa bene a buttarsi in massa su questa tipologia a discapito di altri vitigni che rappresentano meglio il territorio?
Sinceramente non so se il Prosecco continuerà con questi ritmi a crescere e progredire anche in futuro. E’ indiscutibile però che il successo e i numeri che sta avendo ora rappresentino un veicolo promozionale notevole, perché oltre a farsi vendere riesce a far parlare anche dei territori e anche il Friuli può trarne beneficio. E’ ovvio che questo vitigno non può rappresentare né il presente né il futuro delle zone collinari, che hanno sicuramente altre priorità e altre tipologie da far crescere. Ma per le altre zone inutile negare che si tratta di una grossa opportunità che si è tramutata nella possibilità di far cassa e far quadrare i conti aziendali, e in questo periodo non è cosa da poco.
Se il fenomeno Prosecco verrà gestito bene, senza esagerazioni e speculazioni è un qualcosa che può anche durare nel tempo, potrà seguire le orme del Pinot Grigio che è oramai da 50 anni sulla cresta dell’onda in Friuli.

L’Azienda Cà Bolani, è situata in uno spicchio di territorio che oltre ad avere un microclima vocato per la viticoltura, beneficia della presenza di località importanti dal punto di vista storico e culturale. Aquileia centro strategico nell’antichità, denominata “Seconda Roma”ai tempi dell’Impero romano. La fortezza di Palmanova, fascinosa cittadina sorta alla fine del Cinquecento a guardia dei domini della Serenissima. Il borgo medievale di Strassoldo. Le bellezze di Grado ( la “città del sole” del Friuli Venezia Giulia) e del suo mare. Sbaglio a dire che l’azienda può essere un punto di riferimento oltre che per il vino anche per la promozione del turismo e del territorio?
Sicuramente sì. Crediamo molto nel marketing, nella promozione del vino e del territorio e nei rapporti con la clientela. Infatti, in azienda abbiamo una figura come Valentina Casula che si occupa proprio di questo. Organizziamo numerosi eventi e manifestazioni dove cerchiamo di promuovere non solo il vino, ma anche la gastronomia del nostro territorio. Riteniamo importanti sia i flussi turistici provenienti da fuori regione che quelli locali, e ci adoperiamo per dare la miglior ospitalità possibile a chi ha deciso di farci visita e vuole conoscere i nostri prodotti. Come presidente del Consorzio DOC Aquileia, ho anche promosso la realizzazione di un sito internet che vuole dare informazioni chiare ed immediate su ogni evento e manifestazione che viene organizzato.

Piemontese di nascita, prima di iniziare la collaborazione con la famiglia Zonin nella Tenuta Ca’ Bolani, hai fatto una lunga esperienza come Direttore di Produzione delle Cantine Florio di Marsala. Da esperto esploratore dei territori che vanno da Nord a Sud, come giudichi lo stato di salute del vino italiano e quali sono le prospettive future del nostro stivale?
L’Italia ha la peculiarità di avere una grande varietà di tipologie di vino che vengono prodotte. Questo può essere un vantaggio ma ci può essere anche il rovescio della medaglia. Il vantaggio di avere tante varietà, di cui molte autoctone, ci permette di poter presentare dei vini unici. Ma in un mercato globalizzato molte volte diventa difficile vendere dei prodotti poco conosciuti. Il mercato mondiale segue la scia delle mode e dei gusti commerciali del momento, e magari è più attento ai vitigni internazionali.
Ma per la viticoltura italiana la possibilità di avere cose diverse da proporre deve essere comunque un’opportunità, come lo è la gastronomia. La possibilità di poter abbinare cibi e vini di varie regioni e di altissima qualità è un patrimonio che è di pochi al mondo. Restando sul discorso delle aziende, in questo periodo c’è chi sta bene e chi invece arranca. Sta sicuramente meglio chi ha una struttura ed un’organizzazione che gli ha permesso di lavorare nei mercati internazionali. Le tante piccole aziende invece fanno fatica, proprio per questioni strutturali che gli precludono la possibilità di puntare su certi mercati.

Fra dieci anni, quando ritornerò a trovarti, come speri si sia evoluta l’azienda Ca Bolani e quali traguardi ti auguri di aver raggiunto?
La proprietà crede che per combattere ed essere protagonisti nel mercato globale, bisogna crescere continuamente, senza fermare il proprio sviluppo e la ricerca di nuovi traguardi. Deve essere una crescita di, sia delle strutture sia delle risorse umane. Oggi diamo da lavorare a circa 140 famiglie. Anche se ci sono tante operazioni meccanizzate, ce ne sono altre che richiedono la mano dell’uomo e che quindi và formato e istruito continuamente, perché rappresenta una risorsa fondamentale per la crescita dell’azienda.

Spulciando un dossier della CIA ho scoperto che sei di origini piemontesi, nativo di Torino e che in provincia di Asti in località Montaldo Scarampi c’è un’azienda vitivinicola che porta il nome di Marco Rabino. Sicuramente si tratta di un caso di omonimia e sicuramente sei pienamente soddisfatto del ruolo che oggi ti vede protagonista. Ma da enologo e amante del vino, non ti è mai venuto il desiderio di avere un’azienda tutta per te, che produca i tuoi vini e le tue etichette?
Confermo che si tratta di un caso di omonimia. Forse era un sogno che tenevo nel cassetto quando avevo qualche anno di meno. Oggi, conoscendo il mondo del vino e sapendo quali sono le difficoltà di lavorare in una piccola azienda, resto felice e contento del mio ruolo. Ho avuto ed ho soddisfazioni in quello che sto facendo quindi mi auguro che anche il futuro posso proseguire sulla stessa strada e con le medesime soddisfazioni.

Stefano Cergolj

Perito informatico ai tempi in cui Windows doveva essere ancora inventato e arcigno difensore a uomo, stile Claudio Gentile a Spagna 1982, deve abbandonare i suoi sogni di gloria sportiva a causa di Arrigo Sacchi e l’introduzione del gioco a zona a lui poco affine. Per smaltire la delusione si rifugia in un eremo fra i vigneti del Collio ed è lì che gli appare in visione Dionisio che lo indirizza sulla strada segnata da Bacco. Sommelier e degustatore è affascinato soprattutto dalle belle storie che si nascondono dietro ai tanti bravi produttori della sua regione, il Friuli Venezia Giulia, e nel 2009 entra a far parte della squadra di Lavinium. Ama follemente il mondo del vino che reputa un qualcosa di molto serio da vivere però sempre con un pizzico di leggerezza ed ironia. Il suo sogno nel cassetto è quello di degustare tutti i vini del mondo e, visto che il tempo a disposizione è sempre poco, sta pensando di convertirsi al buddismo e garantirsi così la reincarnazione, nella speranza che la sua anima non si trasferisca nel corpo di un astemio.

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