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Luigi Tecce è un personaggio unico, non è costruito, è timido e schivo, ma quando comincia a parlare diventa un torrente in piena, con tono lirico e quasi poetico. E’ eclettico, bizzarro, spontaneo, colto, filosofo, affascinante; è preparatissimo in tutto ciò che fa e sempre aggiornato. Un “vigneron” completo. Intervistarlo è stata un’esperienza indimenticabile. Siamo arrivati a Paternopoli verso le 11,15, Luigi ci ha accolto lungo la strada, davanti alla bottaia. Dopo un’ampia dissertazione sul territorio, sulla composizione del suolo e relative origini (vedi articolo su Cantine Di Marzo), ci racconta la sua storia e la sua crescita professionale. Ha frequentato Economia e Commercio soprattutto per procrastinare la ferma di leva ed è stato segretario personale di un parlamentare per oltre una legislatura. Nel 1997, improvvisamente, muore il padre a soli 58 anni e tutta l’attività agricola familiare (mucche da latte e pecore comprese), ob torto collo, ricade sulle sue spalle, provocandogli una sorta di “sensibilità forzata a quelli che sono i cicli della vita“. E come se non bastasse, era morto da poco anche il nonno; di fatto, quindi, non c’è stato un travaso d’esperienza diretta da alcuna delle due generazioni precedenti. Tutte le sue conoscenze sono il risultato delle esperienze fatte sulla propria pelle, da autodidatta, e da qualche reminiscenza assorbita inconsciamente da bambino. I suoi cinque ettari di vigneto, non in unico corpo ed anche distanti fra loro, insistono su terreni collinari a 550 metri sul livello del mare, a composizione calcarea, effusiva di origine vulcanica, sabbie marine e componenti fossili, come conchiglie (“…non c’è bisogno di andare in Borgogna per ritrovare componenti fossili di origine pliocenica nel terreno: ce ne sono anche in Irpinia!“). Nella tradizione familiare (e contadina in genere), le uve prodotte, tolta la quantità necessaria per ricavare il vino per il fabbisogno familiare, venivano conferite ai grandi produttori che potevano proporre al mercato dei “cru” e dei blend. Nel territorio della DOCG di Taurasi si contano, infatti, almeno quattro sottozone differenti per caratteristiche pedoclimatiche. Sono molti, ormai, i produttori che negli ultimi quindici anni hanno smesso di conferire le loro uve, passando alla commercializzazione diretta del vino prodotto. Ciò ha portato una maggiore verticalizzazione della tipicità secondo la zona di provenienza.
La sua attrezzatura enologica è costituita da pochi elementi: pigiatrice, fermentini in acciaio e due torchi a barre con cric idraulico: uno giovane di 35 anni ed uno vecchio di circa 70 anni. La crescita della sua azienda è stata molto lenta e difficile; la bontà del vino gli ha permesso di praticare prezzi che gli hanno consentito di acquistare le barriques necessarie alle mille bottiglie prodotte nei primi anni. Non perché fosse un fanatico delle barriques, ma l’esigua quantità di vino prodotto non permetteva l’utilizzo di botti grandi; tutto il guadagno lo ha reinvestito, cosicché, dopo pochi anni, ha potuto acquistare in successione botti da 40 e 50 hl. La sua filosofia, infatti, prevede che il legno sia un mero contenitore adatto a fornire la microssigenazione necessaria al processo di maturazione del vino. Il processo di vinificazione adottato prevede, talvolta, macerazioni fino a 60-70 giorni e tempi lunghi di fermentazione fino ad esaurimento completo degli zuccheri; i lieviti sono quelli indigeni e non viene effettuato alcun controllo della temperatura. Il mosto, “sporco” com’è, viene spostato nelle botti e, all’innalzamento delle temperature di primavera-estate, si innesca la fermentazione malolattica. I rischi che si assume sono molto alti, ma “fanno parte del gioco”. In compenso, la cura ed i controlli che effettua sono tanti e servono, appunto, a preservare il futuro vino da malattie e difetti: “La cultura, la manualità e l’interpretazione del territorio danno una forte personalità al vino e non possono essere trasmesse attraverso un protocollo, che, invece, fa produrre vini omologati“. La continua sperimentazione serve anche ad aprire la propria mente e non prende appunti sui risultati, perché la cultura è tutto ciò che rimane al netto di quanto scritto. Bisogna seguire la natura e l’andamento climatico e, per farlo, bisogna avere un ampio bagaglio culturale per assecondarla. I tempi della raccolta sono estremamente variabili, viene effettuata in tre step: il primo, in leggero anticipo, serve a conferire una decisa nota di freschezza; il secondo rappresenta il grosso della raccolta, mentre il terzo step, con leggerissima surmaturazione, serve ad arrotondare eventuali asperità. Nel 2012, annata leggermente in anticipo, la vendemmia è iniziata il 7 ottobre per finire il 3 novembre.
La Degustazione
Più che di una degustazione, si è trattato di un virtuale viaggio sensoriale lungo l’evoluzione di un vino durante il suo ciclo di maturazione e prima di essere messo in commercio. Abbiamo assaggiato, infatti, quelli che sono “destinati a divenire”, dopo l’opportuno blend, i futuri e meravigliosi rappresentanti della scuderia: Taurasi Poliphemo e Irpinia Satyricon; “E’ come assaggiare il grado di cottura della pasta o assaggiare un arrosto a metà cottura!”. Abbiamo potuto sentire le singole componenti “in fase di costruzione”. Ed abbiamo riportato la netta sensazione che, una volta assemblati, saranno grandi vini in una fusione perfetta. Abbiamo iniziato con quattro campioni da botti, poco più che mosti, eppure già complessi e maturi. L’annata 2012 è stata molto difficile e calda. Il primo vino ha fatto una macerazione di soli 8 giorni; separato dalle bucce, la massa liquida è stato immessa in botte quando aveva ancora 180 grammi di zucchero, che sono stati risolti in due mesi di fermentazione lenta. Il colore è rubino cupo ed impenetrabile e la cenere accompagna la ciliegia matura. In bocca è ancora leggermente dolce e presenta un imponente corredo tannico, ancorché dolce e per nulla aggressivo, data la giovinezza del vino. La persistenza fruttata è notevolmente lunga ed è accompagnata dalla inseparabile freschezza e dalla sapidità. Il secondo campione ricalca le caratteristiche del primo. La fermentazione e macerazione ha avuto una durata di 25 giorni. Le caratteristiche organolettiche sono integrate da una quantità di materia decisamente maggiore. Il terzo campione ha seguito un processo molto differente: lunga macerazione per circa settanta giorni. L’aspetto è molto consistente. I profumi sono eccezionalmente intensi e nitidi: ciliegia, arancia sanguinella e cenere. In bocca frutta e freschezza sono in primo piano, il tannino è severo ma dolce e la lunga persistenza lascia una bocca molto pulita e la sensazione di aver assaggiato un grandissimo vino a divenire.

Il campione successivo rappresenta la selezione già destinata a costituire il Taurasi Poliphemo 2012. Andrà in commercio nel gennaio 2017, mentre le Magnum con lo stesso vino saranno messe in commercio nel 2022! L’assaggio conferma l’eccezionalità della materia prima; oltre alle caratteristiche organolettiche della progressione appena descritta, offre al naso una nota vegetale e balsamica. Il Poliphemo 2011 manifesta al naso qualche sbavatura dovuta al legno in cui sta maturando, ma che scompare repentinamente, lasciando il posto ai soliti profumi fruttati ed a note chinate; alla gustativa, cenere e ciliegia sono affiancate dal sapore deciso del lampone; si apprezza una netta freschezza e una leggera nota amaricante nel finale molto lungo. I tannini sono secchi e dolci. L’annata 2010 è stata molto piovosa ed il Poliphemo 2010, attualmente ancora in acciaio, si presenta con un colore molto più chiaro dei precedenti. Al naso offre una grande finezza con profumi fruttati e di cenere. In bocca è fruttato sapido, fresco, con tannini eleganti; è meno materico degli altri e lascia la bocca molto pulita. Il Poliphemo 2009 offre profumi di ciliegia, cenere e aranci ed affianca note di evoluzione, quali carrubo, china, corteccia e terra. In bocca è fruttato, fresco, sapido, speziato, fortemente tannico, ma setoso.

Abbiamo assaggiato anche delle chicche eccezionali, frutto della sua curiosità e della sua voglia di sperimentare. Una per tutte: un Passito 2008 messo in barrique nel maggio 2009, dove resterà fino a quando non lo riterrà sufficientemente maturo! I profumi (tanti) vanno dalle note ferrose al frutto del cappero ed olive in salamoia, ma molto gradevoli. Poi arrivano note di cacao e di tabacco e poi… altri profumi ancora; molti li identifichiamo a bicchiere vuoto. In bocca si parte con una gelatina di uva, poi la ciliegia e la prugna; è secco, tannico ed esageratamente lungo! A regime, non ancora raggiunto, saranno 6.000 le bottiglie di Poliphemo, prodotte da piante di oltre 60 anni di età, e 5.000 le bottiglie di Irpinia Satyricon, prodotto da piante fra i 15 e 35 anni.
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