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Benvenuto Brunello chiude lasciando molte perplessità: Rosso 2006 rincuorante ma Brunello 2003 deludente


Fortezza di MontalcinoUna settimana interamente passata a degustare quattro Docg toscane, dalla bianca Vernaccia di San Gimignano al Chianti Classico, dal Nobile di Montepulciano al Brunello di Montalcino. Centinaia di vini degustati, non sempre in condizioni ottimali, una partecipazione ancora maggiore di giornalisti e buyers, quest’anno anche dalla Russia. In Toscana sono molto bravi a fare marketing, ma a Benvenuto Brunello 2008, svoltosi in chiusura della lunga kermesse, dal 22 al 23 febbraio per i giornalisti e dal 24 al 25 per gli operatori, aver proclamato il 2003 annata a quattro stelle e il 2007 a cinque stelle, appare un’operazione assai imprudente e molto lontana dalla realtà. A rappresentare quello che dovrebbe essere l’orgoglio enoico toscano, erano in degustazione circa 150 Brunello di Montalcino 2003 più una ventina fra Vigna e Selezione. E’ stata una degustazione faticosissima, non tanto per l’inevitabile rumore all’interno della tensostruttura, appositamente allestita fra le mura della Fortezza di Montalcino, prodotto dalla presenza di centinaia di persone fra produttori, giornalisti e invitati, situazione alla quale siamo abituati da anni e per la quale ci siamo fatti ormai una ragione, quanto per lo stato di salute dei vini presentati: molti, direi troppi (ne ho degustati 118, un numero più che sufficiente per poter fare una valutazione generale) presentavano un forte squilibrio, fruttato surmaturo e marmellatoso da una parte e tannini acerbi e fortemente astringenti dall’altra, in alcuni casi anche notevoli impurità olfattive (c’era un buon numero di campioni prelevati dalla botte, ma non era segnalato in alcun modo nella nostra lista, né nel fascicolo fornitoci dal Consorzio), sentori ossidati, acidità scarse o scomposte. Un’annata che, ben oltre le più nere previsioni, nella sua disagevole condizione ha evidenziato un eccesso di lavoro in cantina, spesso un maldestro tentativo di camuffarne i limiti, producendo in molti casi un effetto omologante e tristemente autolesionistico, al punto da farmi quasi rimpiangere il fragile ma meno esausto e più godibile millesimo 2002. E le responsabilità di questo risultato non sono da imputare solo alla pur difficile annata, ma ad un vizio ormai diffuso, ad un incosciente abitudine di voler determinare le sorti di un vino all’interno della cantina.

Ingresso tensostrutturaNessuna prevenzione, questo è certo, ma neanche molte illusioni quando sono arrivato a Montalcino. Sapevo che avrei avuto a che fare con un vino difficile, la 2003 è un’annata che mette in evidenza, più di ogni altra, la vocazione o meno di un vigneto e le intenzioni del produttore. Non mi aspettavo, quindi, grandi cose ma neanche così tanta “mano pesante”. Si, perché i tannini, oltre ad essere sovente immaturi, erano “tanti”, ovvero in una quantità tale che difficilmente potrà integrarsi con un frutto già maturo ma di poca polpa al palato. E quella quantità di tannino trova una spiegazione prevalentemente nell’uso, anzi nell’abuso del legno, che se da una parte potrebbe avere una funzione “ammorbidente” e fornire una serie di sensazioni aromatiche, dall’altra introduce ulteriori tannini, che si vanno a sommare a quelli già abbondantemente estratti e prevalentemente immaturi. Presenza del legno in molti casi confortata dai classici sentori tostati e vanigliati, da speziature che non appartengono al sangiovese grosso, uva regale che in condizioni ottimali può dare vini grandissimi, ma che in annate roventi come la 2003 chiede, anzi implora di essere trattata con maggiore cautela e senza costrizioni.

Il giornalista Juan Luis Asenjo AcostaA parte le viti “anziane”, ben radicate nel terreno e capaci di attingere in profondità alle sostanze nutritive e all’umidità indispensabili per sopravvivere a tanto caldo, a parte quei vigneti che risiedono in terreni particolarmente vocati, in zone ventilate e sufficientemente elevate, a parte quei grappoli che hanno ricevuto una sufficiente copertura fogliare e non sono stati bruciati dal sole, non c’erano molte speranze di ottenere un grande Brunello. Allora mi domando, come ha potuto la commissione di esperti sancire che la 2003 è un’annata a quattro stelle? Non sarebbe stato più saggio essere cauti e, semmai, dare una valutazione più onesta affinché i numerosi giornalisti presenti alla manifestazione non si trovassero spiazzati e disorientati? E se vendere è, ovviamente, importante, questo giustifica la poca correttezza nei confronti dei consumatori? Ma, soprattutto, si può mettere in vendita un Brunello di Montalcino Docg che, anche quando rinfrescato con annate migliori come la 2004, la 2005 o addirittura la 2006, non presenta quelle caratteristiche di elevata qualità indispensabili a tenerne alto il nome?
Per fortuna, come sempre, ci sono le dovute eccezioni, almeno una decina di vini che vale la pena acquistare perché sono più che decorosi, primo fra tutti quello dell’azienda Il Colle, forse il più vellutato nella trama tannica, con un frutto fresco e per nulla caramellato, sfumature floreali (rarissime in questa annata), sapidità e tanta eleganza. Poco al di sotto arriva un altro classico, il Brunello di Le Potazzine di Giuseppe e Gigliola Gorelli, sempre piacevole e succoso, senza supponenze ma ottima espressione dell’annata, poi c’è Le Gode, Villa a Tolli, Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto, Capanna, Quercecchio, Pecci Celestino, Poggio dell’Aquila, Siro Pacenti, Col d’Orcia e con qualche limite in più Abbadia Ardenga, Brunelli, Uccelliera, San Filippo, Tenuta di Sesta, Citille di Sopra, Il Marroneto, Poggio Antico, Pinino, Il Poggiolo, Innocenti, Poggio Il Castellare, Ciacci Piccolomini d’Aragona.

Per il Rosso di Montalcino la storia è ovviamente assai diversa, l’annata 2006 è stata davvero superlativa, cinque stelle reali, senza alcun dubbio. Vini in gran parte piacevolissimi e di grande bevibilità, ampiamente fruttati e freschi, molti in grado di evolvere quasi alla stregua di un ottimo Brunello; vini allegri, che ti rimettono in pace con il mondo, riportandoti il sorriso e riaccendendoti la passione per il grande sangiovese. Fra questi voglio ricordare ancora una volta Il Colle, azienda che mi aveva già impressionato in passato e che ha trovato ampia conferma in questa occasione, sfoggiando un Brunello 2003 e un Rosso di Montalcino 2006 davvero esemplari. Eccellente il Rosso di Lisini, che non aveva invece brillato con il Brunello, assolutamente atipico sin dal colore e irriconoscibile nei tratti espressivi; molto bene anche Le Potazzine, Quercecchio, Capanna, Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto, Sesta di Sopra, Siro Pacenti, Lambardi, Argiano, Brunelli, Villa a Tolli, Fuligni, Terre Nere, Sanlorenzo, Il Poggione, Tenute Silvio Nardi, San Polo, Col d’Orcia, Campogiovanni, Pinino, Abbadia Ardenga, Querce Bettina e probabilmente molti altri che non ho avuto modo di assaggiare a causa di un mal di testa impietoso.

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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