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Sui gusti in cucina dei reali di Spagna e di Penelope Cruz mi permetto di nutrire qualche perplessità. Siamo a Madrid e Cava Baja ci viene presentata come “la via dei ristoranti” della capitale iberica. Il numero delle opportunità, ci conferma effettivamente l’attitudine gourmet di questa arteria nel cuore de La Latina. “Para tapear o para comer?”. Spizzichiamo qualcosa o ci concediamo una cena come si deve, in uno dei ristoranti più conosciuti della città? Abbiamo un compleanno da festeggiare e non indugiamo troppo: si va da “Casa Lucio“! Sappiamo che è famoso per le uova e per gli arrosti e che “conquista i madrileni per gli ingredienti di alta qualità e la cucina casalinga”. E’ quello che fa per noi, curiosi e vogliosi come siamo di “abbinarci armonicamente” alla tradizione gastronomica di una realtà che raccontano essere in ascesa.
E’ lunedì sera; il locale, benché raccolto, è pieno e, a un primo sguardo, siamo gli unici turisti. Gli indizi sono tutti buoni e ci sediamo fiduciosi. “Agua natural y… vino…”. Sul vino invece indugio un pò, vorrei parlarne con il cameriere. Rioja e Ribera del Duero sono materie da approfondire, categorie dello spirito enoico non ancora sondate, se non marginalmente: sono certo che un consiglio ci farà bene. O almeno spero di avere il tempo di chiedere la carta o, ancora meglio, di avere ordinato il cibo per farci guidare nell’abbinamento. Ma tempo non me ne viene dato: “Ah, vino tinto!”, esclama con inutile baldanza il servitore che schizza via, facendoci recapitare al tavolo una bottiglia della casa già aperta, come se fosse l’unica chance di bevuta. “Chiediamo il conto e ce ne andiamo?”. Fastidio. “No dai, aspettiamo. E’ il mio compleanno”. Basisco ma non mollo. Sono tre giorni che “tapeamos”: una panache di verdure per cominciare? Griglia, fritti, salse…: sarà goloso! E invece no. Quello che ci presentano è un trionfo di verdure… bollite (!).
A tavola siamo in due: una biologa nutrizionista e uno che ha perso quasi dieci chili nel corso dell’ultimo anno. Epperò, malgrado le nostre attenzioni e le nostre manie in fatto di dieta, le verdure lesse manco a casa. E qui, nel refugium peccatorum, nel girone dei golosi della città dell’orsetta, le mettono financo in menu? E il Re di Spagna magari ci viene pure apposta?!? Basisco ancora, sono lì lì per mollare ma recupero in fretta il sorriso migliore. Mangio le verdure con nonchalance pensando più al genetliaco in corso e agli effetti benefici dei vegetali che al gusto. E al pensiero che in fondo anch’io morirò democristiano, ripiombo di repente nel menu. La scelta è quasi obbligata: siamo nel paese delle frittate e “Casa Lucio” è famoso per le uova. Per la proprietà transitiva dei gourmand in trasferta, scegliamo una Tortilla della casa. Ci informiamo preventivamente se vi siano gambas y pimientos (gamberi e peperoni) nella preparazione, giacché non possiamo mangiarne e abbiamo notato che qui si utilizzano con una certa generosità. Quel Leporello qualsiasi ci fa cenno di non preoccuparci e sparisce come un neutrino in gita al Calderone.
Pochi minuti e la frittata è fatta! Un’omelette qualsiasi (ma le tortillas non sono quelle belle, alte che appartengono all’immaginario collettivo?) che, manco a dirlo… lo avrete già capito: piena di gambas y pimientos che neanche in pieno mediterraneo il giorno di ferragosto! A questo punto non c’è celebrazione che tenga. Se Goldoni l’avesse conosciuto, i due padroni sarebbero i co-protagonisti della tragedia più villana della cultura occidentale dai tempi di Tespi. Così delegittimo quell’Arlecchino chiamando un cameriere e, stavolta senza indugiare, “pido la cuenta“. Un ultimo sguardo commosso alle aspettative mancate e alla frittata che, incolume, giace sul tavolo, degna metafora di una serata rovinata da un servizio più che approssimativo. Un’occhiata anche alla sala: Penelope Cruz non c’è, i reali di Spagna nemmeno. Eppure qui ci sono stati. Se poi vi siano anche tornati è risposta che ignoriamo ma che tuttavia amiamo immaginare.
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