Il mercato del falso: possibili nuovi orizzonti per i contraffattori del vino

Non sono pochi i collezionisti di vino che ancora rabbrividiscono nel sentire i nomi di Rudy Kurniawan e Hardy Rodenstock: due individui, il primo scarcerato l’anno scorso e il secondo deceduto nel 2018, che sono probabilmente i più conosciuti nel campo della contraffazione di vini di alto e altissimo livello. Entrambi collegati al famoso caso del miliardario Bill Koch, una volta collezionista appassionato ma che poi ha deciso di passare al contrattacco quando ha scoperto che oltre 421 bottiglie di sua proprietà erano dei falsi, oltre ad aver causato danni incredibili nel settore degli investitori e collezionisti di vino (il mercato dei falsi è stimato nell’ordine dei miliardi l’anno) hanno causato una forte reazione la quale ha portato molti esperti ad allearsi per contrastare un fenomeno che getta una grossa macchia sul mondo del fine wine.

Nel corso degli anni le tecniche che permettono di riconoscere con sicurezza un falso si sono notevolmente affinate, così come le misure preventive adottate da brand molto conosciuti nel settore. Vedi Domaine de la Romanée-Conti e Château Mouton-Rothschild che hanno un codice seriale per ogni bottiglia prodotta o l’uso di tecnologia NFC che permette il riconoscimento di un vino mediante la scannerizzazione di un chip localizzato nella capsula o nel tappo a vite. A questo proposito si ricorda la cantina Vigneti Massa, la prima in Italia ed Europa a dotarsi di questo tipo di misura preventiva.
Peccato però che ad oggi la maggior parte dei produttori non si sono ancora dotati di sistemi così efficaci per tracciare e riconoscere le proprie bottiglie e se qualche compratore, rivenditore o casa d’aste vuole assicurarsi che un vino molto raro (e quindi costoso) su cui ha messo gli occhi non sia un falso deve rivolgersi a chi può riconoscere e certificarne l’autenticità.
Ad oggi il non plus ultra in questo campo è probabilmente il The Chai Method® ideato da Ed Baum e Maureen Downey, la più grande detective al mondo quando si parla di vini falsi, che grazie a un dato numero di “autenticatori” tipici di ogni bottiglia è in grado di dire se questa è autentica o è stata creata ad hoc per sembrare tale. Questi autenticatori non sono altro che dei micro-dettagli che vanno dalla condizione e tipologia del sughero e della capsula, alla carta e l’inchiostro utilizzati per l’etichetta o al vetro della bottiglia e alle eventuali incisioni presenti su quest’ultimo. La maggior parte di questi fattori è però conosciuta soltanto dalla Downey e dal suo team di esperti di modo che gli eventuali falsari non possano accedere a queste informazioni delicate.

Inoltre, una volta che l’autenticità del vino è stata confermata, questo viene registrato e inserito all’interno del Chai Vault: una cassaforte virtuale che oltre ad essere un database dei vini più rari al mondo permette anche di tracciarne il percorso dei proprietari e la condizione della bottiglia e del suo contenuto. Come ci fa sapere la stessa Maureen Downey in un’intervista sul podcast del vino XChateau la certificazione da lei rilasciata non serve solo a garantire che il vino abbia conservato la sua qualità e sia autentico ma alza anche il valore di quest’ultimo fino a un 20-30% alle aste.
Una volta applicato questo metodo può sembrare che ai falsari non resti che cambiare lavoro ma un caso recente avvenuto in Inghilterra potrebbe scuotere questa convinzione. Sono state infatti trovate ben 41 bottiglie false in un negozio a Birmingham. Queste appartengono a un marchio australiano molto esportato e conosciuto all’estero: Yellow Tail. Il fatto curioso è che questo tipo di vino rientra nella categoria dei vini commerciali, con un prezzo medio intorno agli 8€ per bottiglia, rendendo questo caso il primo riguardante la falsificazione di un brand non di lusso. Ovviamente la serie di analisi condotte con incredibile precisione dai detective del vino permette di riconoscere questi falsi, probabilmente creati in modo più grossolano rispetto a un Sassicaia o un Bordeaux, ma difficilmente può essere applicata su larga scala se i falsari di professione decidessero di passare dalla qualità alla quantità. Infatti, vuoi per ingenuità o malafede, non tutti i rivenditori di vino commerciale effettuano controlli nei loro scaffali e magazzini, specie se le bottiglie non superano i venti euro di prezzo.
Sarà interessante osservare come gli esperti in campo decideranno di rispondere se i contraffattori punteranno su quei marchi che sono insospettabili proprio perché sotto gli occhi di tutti.
Francesco Dotti Giberti


