Francesco Brigatti, anima e cuore nelle Colline Novaresi
Fotografie di Danila Atzeni

Capita nella vita di incontrare persone con cui fortunatamente si entra subito in sintonia, non è solo questione caratteriale, a mio avviso esiste una sorta di ordine matematico delle cose. Mi piace pensare che questo fenomeno rappresenti una sorta di risarcimento verso tutti coloro che, al contrario, si è “costretti” a sopportare giornalmente. Francesco Brigatti è senza dubbio uno dei viticultori dell’Alto Piemonte che stimo di più, non solo per la qualità dei vini che produce, ma soprattutto per la schiettezza che lo contraddistingue, una sorta di linea retta che anni fa il nostro protagonista ha deciso di tracciare e che condivido a pieno, una visione d’insieme del mondo del vino che ha pochi eguali in Italia, per coerenza e consapevolezza del proprio orientamento enologico soprattutto. Si sa le mode sono tante in questo settore ma passano altrettanto velocemente, i principi e le idee chiare no, quelle restano per sempre e rappresentano una sorta di assicurazione per il futuro; certamente l’andamento oscillerà, ci saranno momenti in cui qualcuno sarà davanti a te, ma nel lungo periodo, tracciando idealmente un grafico che ne rappresenti la media ponderata, il vantaggio sarà sempre a favore di coloro che mantengono e difendono la propria filosofia. È stato proprio il comportamento di Francesco negli anni a farmi arrivare a questa conclusione. Conosco bene tutta la famiglia ormai da dieci lustri, fu proprio papà Luciano ad aprirmi per primo le porte della cantina di Suno, piccolo borgo in provincia di Novara. Qui occorre fare un doveroso passo indietro perché la storia della famiglia Brigatti ha radici molto lontane, le stesse che permettono alla vite di trarre solo il meglio da un territorio indubbiamente vocato, l’Alto Piemonte, unico per certi aspetti, vigne non curanti del tempo che passa, testimoni di un’epoca passata e di una civiltà agricola fortemente radicata. Oggi tutto il comprensorio è orientato orgogliosamente verso un’era futura, grazie ad una vera e propria riscoperta mediatica, frutto dell’aumento sostanziale della qualità media dei vini prodotti dalla maggior parte dei produttori coinvolti.

Inizi ‘900, fu nonno Alessandro Brigatti, figlio del pioniere Francesco, a piantare le prime viti a “maggiorina”, forma d’allevamento esistente da secoli in Alto Piemonte, inventata dal celebre architetto Alessandro Antonelli e costituita da tre viti sostenute da otto pali di castagno che si sviluppano ai quattro punti cardinali. L’affiancò alla produzione di cereali, fonte inesauribile di sostentamento dell’epoca. Tornando per un attimo ad Antonelli, il famoso architetto nacque nel 1798 proprio a Ghemme, punta di diamante del comprensorio vitivinicolo novarese, anche lui ebbe sangue nord piemontese nelle vene, celebre la sua Mole Antonelliana, simbolo indiscusso della città di Torino, oltre alla Basilica di San Gaudenzio sita nel pieno centro di Novara. La seconda generazione della famiglia Brigatti è rappresentata da Luciano, il padre di Francesco, fu lui che negli anni Sessanta diede una svolta significativa alla produzione aziendale. Iniziò a imbottigliare il proprio vino, acquistò nuove vigne e trasformò in parte il tipo di allevamento, introducendo la controspalliera che facilitò la lavorazione grazie all’utilizzo del trattore.

Il 1958 fu un anno di svolta, perché uscì la prima etichetta di uno devi vini ad oggi più conosciuti dell’Alto Piemonte, il MötZiflon. Ricordo la prima volta che entrai in cantina da Luciano, vidi quell’etichetta e con molta curiosità mi apprestai a fotografarla, non ebbi il coraggio di chiederne un sorso, ugualmente domandai quanto un vino delle Colline Novaresi potesse invecchiare, Luciano con orgoglio mi mostrò un articolo scritto da un noto giornalista ed esperto italiano che ebbe la possibilità, pochi mesi prima della mia visita, di assistere ad una verticale storica, e proprio quel ’58 fu il vino che lo colpì in maniera eclatante. La cosa oggigiorno non mi meraviglia affatto, io stesso ho avuto il piacere di assaggiare vecchi vini dell’Alto Piemonte degli anni ’50 durante degustazioni tematiche dedicate alla stampa, come ad esempio quella organizzata l’anno scorso dall’azienda Le Piane in merito ai vini di un altro personaggio leggendario del comprensorio, il buon Antonio Cerri di Boca. Ho potuto constatare quanto la longevità dello spanna sia in grado di compiere veri e proprio miracoli, per via della grande acidità del terreno ed il particolare microclima. Francesco Brigatti, figlio di Luciano e dunque terza generazione di viticoltori in Suno, si laurea in agraria ed enologia. Inizia il suo percorso di ricercatore presso l’università di Torino, con il passare del tempo capisce però che quella non è la sua strada, dunque nel 1996 decide con caparbietà e passione di prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia, coadiuvato sempre dalla grande esperienza dal padre.

Luciano ha tra l’altro spento qualche mese fa la bellezza di 87 candeline, e l’ha fatto nel migliore dei modi, tra i filari del suo amato MötZiflon durante la sua settantacinquesima vendemmia, un uomo che incarna l’essenza stessa del significato del termine “classe di ferro”, una tempra d’acciaio inossidabile, altro che supereroi della Marvel. L’azienda possiede attualmente 6 ettari e mezzo e la sua gestione è prettamente familiare. L’amore di Francesco per le sue vigne ha lo stesso calore del sorriso che mi riservano i genitori ogni volta che l’incontro. Un’atmosfera d’altri tempi che ogni anno mi fa ringraziare Dio di essere cresciuto in queste colline, dove il tempo a volte pare essersi fermato, basta un buon piatto di risotto carnaroli mantecato a dovere, una fetta di “salam d’la duja”, un assaggio di gorgonzola, qualche aneddoto di Luciano riguardante l’ultima vendemmia, o il racconto di Francesco in merito al senso di pace vissuto ogni anno durante il periodo di potatura: “Andrea, viviamo proprio in un bel posto, siamo molto fortunati, ti confesso che potare è ciò che amo di più, vivere a stretto contatto con la natura, in sintonia con le mie vigne, lo sguardo si perde davanti alla magnificenza del nostro amato Monte Rosa, non sei d’accordo? Come posso dargli torto, questa imponente montagna dal profilo himalayano è tra le più affascinanti al mondo, ed oltre ad essere tra le più ambite dagli appassionati, è la vera e sola icona dell’Alto Piemonte vitivinicolo ed il comune di Suno ne fa parte a tutti gli effetti. E’ inserito nel disciplinare di produzione Colline Novaresi DOC, e situato a pochi chilometri della strada provinciale 229 che da Novara conduce al meraviglioso Lago d’Orta, meta che ha ispirato poeti ed artisti d’ogni epoca, ma soprattutto il sottoscritto, da sempre. A mio avviso è una perla turistica della mia provincia, lontana per ora, ma spero per l’eternità, dal caos diventato protagonista in alcune località del ben più famoso e vicino Lago Maggiore, noto ai più per via delle Isole Borromeo e per la sua grandezza che abbraccia diverse province, fino a sconfinare nella vicina Svizzera italiana.

La DOC Colline Novaresi è nata nel 1994 e comprende i territori di 25 comuni: Agrate Conturbia, Barengo, Boca, Bogogno, Borgomanero, Briona, Cavaglietto, Cavaglio d’Agogna, Cavallirio, Cressa, Cureggio, Fara Novarese, Fontaneto d’Agogna, Gattico, Ghemme, Grignasco, Maggiora, Marano Ticino, Mezzomerico, Oleggio, Prato Sesia, Romagnano Sesia, Sizzano, Suno, Vaprio d’Agogna e Veruno. Da sempre il vitigno principe di queste terre è il nebbiolo, localmente chiamato spanna, a cui si affiancano altri autoctoni piemontesi. A dimostrazione di quanto scritto il disciplinare, nella versione Colline Novaresi DOC rosso, rosato o novello, esige almeno il 50% di nebbiolo (spanna). In quella con la menzione del vitigno in etichetta, ovvero barbera, nebbiolo (spanna), uva rara (bonarda novarese), vespolina e croatina, l’uva deve rappresentare almeno l’85% dell’assemblaggio, e in entrambi i casi, citando il testo di legge: “nella restante parte, possono concorrere alla produzione altri vitigni a bacca rossa, non aromatici, idonei alla coltivazione nella Regione Piemonte, iscritti nel registro nazionale delle varietà di vite per uve da vino.” Merita un discorso a parte il Colline Novaresi DOC Bianco, ove il vitigno autoctono erbaluce, anche chiamato da queste parti greco novarese, è il protagonista indiscusso.
Le Colline Novaresi rappresentato una fetta piuttosto vasta del territorio piemontese, più nello specifico la fascia nord est di questa regione, volendo dare ulteriori coordinate: da ovest verso est, tra la sinistra orografica del Sesia e la destra del Ticino, due importanti fiumi che scendono rispettivamente dal Monte Rosa e dal Gottardo. I terreni sono di origine glaciale e costituiti da sedimenti fluvio-alluvionali ricchi d’argilla e a PH acido. Questo territorio è da sempre vocato alla viticultura, la stessa esiste sin dai tempi dell’epoca romana, già Plinio il Vecchio ne elogiava le peculiarità. Una lunga tradizione consolidata nei secoli ed un’importanza strategica a livello nazionale, che soprattutto a cavallo tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo trova il massimo splendore in termini di diffusione. Come non ricordare di fatto che nel 1981, ad Oleggio, venne fondata la prima cantina sociale d’Italia, attraverso l’unione di nove soci, con una produzione che nel 1907 raggiunse persino i 6.127,98 quintali. Inoltre la zona vitivinicola di Boca, una delle DOC più piccole del novarese in termini di numeri, negli anni’50 contava ben 42.000 ettari vitati, certamente uno dei territori più estesi del Piemonte, numeri davvero imbarazzanti considerando quelli attuali ridotti drasticamente.

Bisogna riconoscere che il territorio di Boca, negli ultimi anni, è riuscito con la giusta caparbietà a recuperare l’antica gloria della DOC, nata nel 1969 e tra le più antiche d’Italia, attraverso una rinascita attuata dallo svizzero Christoph Künzli e altri storici produttori, che con impegno e determinazione hanno saputo sfruttare un rilancio mediatico avvenuto un po’ in tutto l’Alto Piemonte vitivinicolo. I motivi di una variazione tanto significativa in termini di numeri, confrontando le epoche, si deve fondamentalmente all’avvento dell’industria e del conseguente boom economico, che fece desistere le nuove generazioni dal continuare la tradizione familiare, avvicinandoli sempre di più alle opportunità lavorative date dalle industrie circostanti nel settore tessile e metalmeccanico, protagonista nella provincia di Novara. Queste grosse società garantivano un lavoro sicuro e costantemente remunerato, lontano dai mille capricci della natura che influenzava fortemente il mondo dell’agricoltura di quell’epoca. Lo stesso Francesco mi confida che il suo voler tornare al “paesello”, dunque all’attività di famiglia, non rappresenta la solita favola intrisa di nostalgia che io stesso ho già sentito in diversi settori, dalla ristorazione all’viticultura. La sua è stata una scelta intelligente più che conveniente, perché spinto dalla voglia di far bene, tutti i santi giorni, con spirito di sacrificio, conscio sin dal principio dell’enorme sfida: “Il territorio delle colline novaresi nel 1996 non era certo paragonabile commercialmente e mediaticamente a quello delle Langhe o Montalcino, la mentalità commerciale era piuttosto ristretta, e tra produttori ci si guardava con diffidenza ed aria di sospetto, impensabile fare squadra come avviene oggi”. Verissimo, le parole di Francesco l’ho già udite anche in altre aziende del comprensorio, ma la musica per fortuna è cambiata. Ciò che penso di aver appreso in tanti anni di degustazioni, discussioni con vignaioli, enologi, giornalisti e approfondimenti vari, è che se un territorio ha l’ambizione di diventare grande non può prescindere assolutamente dal concetto di “gioco di squadra tra produttori”, è importante quasi quanto la qualità stessa dei vini. Diversi sono gli esempi a riguardo che cito spesso: il territorio di Dolceacqua nell’estremo ponente ligure, la Valtellina, la Valle d’Isarco e per fortuna ormai da qualche anno anche lo splendido territorio di Carema, altra grandissima declinazione di nebbiolo dove diversi giovani produttori, da me già recensiti ormai diversi mesi fa, sta seguendo la stessa strada.

Nelle colline novaresi, come in gran parte del Piemonte, la vera ricchezza è rappresentata dalla diversità dei vitigni autoctoni, i suoli sono di matrice morenica ed alluvionale con forte presenza di limo ed argilla nella parte bassa delle colline, salendo leggermente divengono più sciolti. È proprio l’argilla a donare il tratto inconfondibile a questi vini, al suo interno si possono trovare pietre e ciottoli di diversa natura e colore, dal verde al bianco, ma anche grigio, rosa, nero. Queste terrazze moreniche vengono chiamate “pianalti” e l’altitudine è compresa tra i 190 ed i 470 metri sul livello del mare. Da non tralasciare assolutamente l’importanza strategica che ha la coltivazione cerealicola in queste terre, in primis mais e riso. Quest’ultimo assieme al Gorgonzola Dop, sono l’emblema della gastronomia novarese, molte persone sostengono che:” il riso nasca nell’acqua e muoia nel vino”, io preferisco pensare che sopravviva invece, e che al contrario venga coccolato da una buona mantecatura, dove l’ingrediente principale è per l’appunto questo prezioso formaggio, sarò poi io a scegliere un ottimo spanna da abbinare a tavola. Francesco ci tiene a specificare che la sua filosofia di vino non appartiene a nessuna categoria specifica, non ci tiene ad essere identificato con nessun appellativo: biodinamico, naturale, biologico… I vigneti li coltiva seguendo i criteri della lotta integrata, dando molta importanza alle sue idee, frutto di studio, esperienza, ed approfondimento continuo, nel massimo rispetto dell’ambiente e della natura circostante, unico vero patrimonio da difendere ad ogni costo. Non ama il diserbo ed il controllo dell’erba avviene solamente con interventi meccanici, senza l’utilizzo di prodotti chimici. Conoscendo a memoria i filari ed il terreno di Suno, in gran parte ricco d’argilla, l’idea di lasciare le foglie in vigna per Francesco ha molteplici vantaggi, in primis entrare con il trattore anche in quelle giornate umide o peggio dopo un’abbondante piovuta, inoltre il diserbo reca squilibrio al terreno stesso e continuando a praticarlo, con il passare degli anni, possono formarsi ingenti quantità di muschi che non facilitano per niente il lavoro del vignaiolo. Il diradamento avviene sempre prima della vendemmia, l’obbiettivo è ottenere un massimo di 60 quintali d’uva per ettaro lasciando 8-9 gemme per pianta, la coltivazione mediante allevamento a guyot facilita in tal senso. In cantina utilizza solo lieviti indigeni e la sua produzione di assesta sulle 30 mila bottiglie annue, calcolando 6,5 ettari in tutto. Veniamo dunque ai vigneti della famiglia Brigatti, il vero patrimonio dell’azienda. Alessandro, nonno di Francesco, fu il primo vero grande appassionato di vini in famiglia, volle da subito sviluppare l’attività vitivinicola, si mise dunque alla ricerca di un luogo vocato, dalle grandi peculiarità, e durante la sua ricerca si imbatté in una stupenda collina situata alle spalle al Monte Rosa, esposta a sud e dal terreno fortemente argilloso, caratteristiche ideali per produrre vini di grande personalità.

È la collina del MötZiflon, icona indiscussa dei vini Brigatti, originale sin dal suo stesso significato, nel dialetto di Suno “Möt” significa collina e “Ziflon” zufolo, dunque: “il canto degli uccelli”. Un’immagine singolare e poetica che potrà regalare solo vini fortemente caratterizzati, marcati dal territorio circostante e dall’utilizzo dei vitigni autoctoni delle colline novaresi. Stesso identico discorso vale per i filari situati sulle colline Mötfrei, Mottobello e Campazzi, sempre a Suno, dove vengono allevati gli altri vigneti di famiglia, tutti distinti per esposizione e tipologia di terreno. Da ormai un bel po’ di anni Francesco produce anche un Ghemme DOCG, conseguenza diretta dell’acquisto di mezzo ettaro di vigneti “Oltre il Bosco”, così ama definire il suo vino tanto da avergli dedicato il nome in etichetta, una selva stupenda ed incontaminata che divide proprio i due comuni, Suno e Ghemme, un’antica rivalità che trova in questo nettare un anello di congiunzione. Mi racconta che fu l’insistenza di un importatore a convincerlo ad inserire il Ghemme a catalogo. L’azienda esporta una buona parte della sua produzione all’estero: Canada, Giappone, Stati Uniti, Francesco è tra l’altro appena tornato dal suo primo viaggio in Giappone, perché ama raccontare in prima persona il territorio delle colline novaresi. Ascoltando le sue parole si comprende a pieno che siano i mercati stessi i primi a richiedere questo genere di valore aggiunto.
Dopo la visita ad uno dei vigneti più belli su al MötZiflon, Francesco mi invita in sala degustazione per assaggiare l’intera gamma dei suoi vini. L’obbiettivo è mostrarmi le differenze e le peculiarità dei terreni in relazione alle varie colline, solo ed unicamente attraverso il risultato nel bicchiere, la sua mano è quella di un artigiano che accompagna il corso della natura, cercando di riprodurla il più fedelmente possibile: “abbiamo la fortuna di lavorare in un’area vitivinicola vocata, l’intervento in vigna e in cantina dev’essere a mio avviso essenziale, il miglior risultato per un viticultore che crede in ciò che fa è senza dubbio riuscire a tradurre fedelmente il proprio territorio attraverso la vite, precluderne le peculiarità significherebbe fare un torto alla natura stessa ed al consumatore.” Sono perfettamente d’accordo con Francesco, anche a mio avviso il vino deve sempre mostrare le caratteristiche del territorio, la natura dev’essere protagonista, deve marchiare lo stile: sapidità, mineralità, rotondità, devono essere caratteristiche date dal terreno in relazione al vitigno, non devono mai essere ottenute mediante tecniche di cantina esasperate, o peggio maturazioni in vigna sregolate.
Veniamo ai vini proposti da Francesco, che rappresentano le ultime annate prodotte ed attualmente in commercio.

Colline Novaresi Bianco “Mottobello” 2018
Un solo bianco prodotto, l’unico possibile e immaginabile nella collina del “Mottobello” di Suno, parlo ovviamente dell’erbaluce o greco novarese, come viene chiamato in Alto Piemonte. Le solite dispute burocratiche all’italiana, da me ribattezzate “guerre tra i poveri”, hanno proibito al comprensorio altopiemontese di indicare il vitigno erbaluce in etichetta, a vantaggio dei vicini canavesani. Mi limito a riportarlo per dovere di cronaca, perché per quanto mi riguarda non sprecherò un’altra parola a riguardo, certe situazione sono davvero assurde e non meritano attenzione. Parliamo invece del “Mottobello”, tradotto significa “Bella Collina”, con piena esposizione a sud-ovest, i terreni sono di origine glaciale e costituiti da sedimenti fluvio-alluvionali ricchi d’argilla e sabbia rossa, molto acidi. Le vigne hanno trent’anni, una densità d’impianto pari a 3.000 ceppi/ha e la resa non supera i 70 q., solitamente la vendemmia avviene a fine settembre. Segue un metodo di vinificazione piuttosto classico: pigiatura soffice delle uve, macerazione del mosto per otto ore sulle bucce e fermentazione controllata in vasche d’acciaio inox a 17°, affina 4 mesi in tini ed un minimo di 2 mesi in bottiglia. 13 % Vol, ne deriva un vino austero, affascinante, l’annata 2018, tendenzialmente calda e regolare, regala un naso che spazia con disinvoltura dal floreale intenso di ginestra e camomilla, al fruttato fresco di scorza di limone, susina gialla, cedro, una nota clorofilla e piccoli fiori di montagna. L’assaggio colpisce per freschezza e richiama fortemente il naso, l’inconfondibile sapidità, tipica dei terreni di Suno, allunga il sorso senza inspessirlo inutilmente, alcol non percepito, bevibilità notevole a fronte di una chiusura ammandorlata che mantiene il palato fresco e pulito. Da provare a mio avviso su un crudo di gamberi di Mazzara Del Vallo.

Colline Novaresi Uva Rara “Selvalunga” 2017
L’Uva Rara è un vitigno autoctono dell’Alto Piemonte, viene coltivato da sempre in queste colline e associato al nebbiolo e alla vespolina, il grappolo è particolarmente spargolo, croccanti le sue bacche e particolarmente rare, da qui il nome. Viene coltivato sulla collina del MötZiflon, particolarmente ricca d’argilla e ben esposta, il nome “Selvalunga” significa “Bosco Lungo”, una costante nei vini di Francesco, la presenza di una natura particolarmente incontaminata è d’importanza vitale per i suoi vini. Da vigne di trent’anni, la densità d’impianto in questo caso è 4.000 ceppi/ha per una resa di 80 quintali, vendemmia a fine settembre dove si esegue una selezione ragionata dei grappoli in vigna, fermentazione in tini d’acciaio con macerazione di 5 giorni sulle bucce. 13% Vol., affina sei mesi in tini d’acciaio ed altrettanti in bottiglia prima della messa in commercio. Il colore è squillante, rubino vivace con tonalità porpora a bordo bicchiere. Piccoli frutti rossi croccanti la naso, lampone e ciliegia, ricordi floreali di rosa e pepe verde, chiusura balsamica molto elegante. Un sorso diretto e piacevole proprio per la sua semplicità, ma nell’accezione positiva del termine, in bocca risulta slanciato, succoso, di medio corpo e lunghezza, vino da grandi merende con frittate di verdura, pane e salame, necessario quanto una giornata di sole a inizio primavera.

Colline Novaresi Vespolina “Maria” 2018
Un altro dei vitigni autoctoni più rappresentativi della sponda novarese dell’Alto Piemonte, deve il nome alla dolcezza dei suoi grappoli, i preferiti dalle vespe, dunque vespolina. Francesco la definisce così: “Quintessenza del nostro territorio, è un vitigno di limitatissima diffusione, caratterizzato, nella sua composizione chimica, dalla presenza del Rotundone, la molecola che compone l’aroma del pepe, da qui la sua tradizionale impronta speziata che rende questo vino fresco, di pronta beva, ma soprattutto unico come un vino d’altri tempi”. D’altri tempi proprio perché in epoche passate il vino era un semplice prodotto di consumo proprio come il pane, il riso, il formaggio, ovvero un bene materiale che veniva trangugiato in enormi caraffe, soprattutto per il sostentamento calorico dato dal duro lavoro nei campi, consumato spesso in taverna, in osteria, non venivano certo fatte schede analitiche frutto di elucubrazioni mentali alla ricerca della verità assoluta, che poi non esiste a mio avviso. Insomma la “Maria” di Francesco rappresenta ancora tutto ciò, un vino da bere, ribere e condividere nel quotidiano, in pranzi o cene conviviali, merende sane anche d’estate, perché no, ad una temperatura leggermente più fresca. Il nome è un omaggio a sua figlia, anche qui un forte richiamo alla gioventù, un invito a consumarlo giovane, ma grazie agli stessi terreni ricchi d’argilla della collina del MötZiflon, non teme certo l’invecchiamento. 13 % Vol., segue lo stesso protocollo di vinificazione del Colline Novaresi D.O.C. Uva Rara “Selvalunga” ma con una resa inferiore, 70 quintali per ettaro ed un giorno in più di macerazione sulle bucce. L’annata 2018, piuttosto calda e regolare bensì priva dei record registrati nella 2017, regala un calice dalla tonalità molto vivace, rubino con riflessi violacei, il naso segue quest’onda; un profluvio di sentori floreali e speziati che si rincorrono, la violetta e il pepe nero, rinfrescati da una sensazione dolce-acida dei classici frutti di bosco, in questo caso più a bacca rossa, immancabili nei vini del territorio. Il sorso è slanciato, di grande beva, fresco, generoso nel suo incedere vinoso, fruttato, e di gioviale intensità. Da non sottovalutare la trama tannica e l’allungo sapido che lo rendono un vino tutt’altro che banale, pronto a reggere l’abbinamento con un piatto di agnolotti di carne al sugo d’arrosto.

Colline Novaresi Barbera “Campazzi” 2017
La barbera è un vitigno autoctono piemontese protagonista indiscusso nelle colline del Monferrato ed astigiano, presente anche nelle Langhe, Roero ed in piccola parte anche Alto Piemonte. Campazzi, tradotto “Cattivo Campo” è una collina di Suno dove Francesco la coltiva da tempo, le sue vigne hanno 25 anni ed un’estensione pari a un ettaro con esposizione a Sud-Ovest. Il suo strambo nome deriva dal fatto che in passato il terreno non fu ritenuto adatto alla coltivazione del grano, ma con il passare degli anni si rivelò particolarmente indicato per la vigna. La matrice è come sempre fondamentale perché differenzia molto i tratti distintivi di questo vitigno. Nel Campazzi la presenza importante di limo su sedimenti fluvio-alluvionali dona acidità ed una particolare trama tannica, ne deriva un vino che gioca più sull’eleganza che sulla potenza data dall’estratto. Per domare l’irruenza tannica e la grande acidità del terreno in relazione al vitigno, Francesco ha sapientemente scelto l’utilizzo del tonneaux di rovere francese; in questo caso il legno di moderate dimensioni, esausto e mai nuovo, non prevale, al contrario cede lentamente nel tempo aromi secondari che arricchiscono l’insieme dando piacevolezza di beva, senza mai pregiudicare le caratteristiche del varietale. La vendemmia avviene ad inizi ottobre e durante questo periodo si esegue un’accurata selezione delle migliori uve, la resa è pari a 70 quintali da una densità d’impianto pari a 5.000 ceppi/ha. 13,5 % Vol., la fermentazione avviene in tini d’acciaio con macerazione di 5 giorni sulle bucce, segue l’affinamento di 6 mesi in tonneaux di rovere francese con frequenti batonnage sulle fecce nobili. Ulteriori 6 in mesi in bottiglia servono a stabilizzare ulteriormente il vino soprattutto a livello gustativo. Ne deriva un calice rubino squillante, attraversato in controluce da lampi porpora. La 2017 verrà ricordata come una delle annate più calde di sempre, dunque occorre più attenzione in vigna come spiega Francesco, attento soprattutto alla curva di maturazione dell’uva. Il vino gode infatti di una particolare libertà espressiva mai giocata sulla pesantezza dei toni maturi, semmai sull’eleganza floreale della violetta o sulla croccantezza fruttata del lampone. Il pepe nero ed il cacao inspessiscono la trama, una folata balsamica di eucalipto rinfresca l’insieme, nel complesso armonioso e ben definito. Stessa musica per il palato, l’alcol non è minimamente percepito, l’acidità del sorso è protagonista e la vibrante sapidità ne allunga il finale regalando ricordi speziati e fruttati che invogliano la beva. Perfetto in abbinamento ad uno stracotto di manzo con funghi cardoncelli.

Colline Novaresi Nebbiolo “MötZiflon” 2016
MötZiflon è certamente una delle colline più vocate dell’intero comprensorio vitivinicolo dell’Alto Piemonte, lo dicono i fatti più che le parole, rappresentati da numerosi riconoscimenti frutto di una lunga tradizione legata a questa storica etichette del novarese. Le peculiarità della collina e gli aneddoti l’ho già raccontati con dovizia di dettagli, dunque veniamo al vino, diamo voce al frutto degli sforzi di Francesco circa il prodotto di punta dell’azienda, quello che rispecchia maggiormente lo stile e la tradizione di famiglia. Cominciamo dall’assemblaggio, lo stesso non può essere composto che delle tre uve autoctone per eccellenza del territorio: nebbiolo 85%, vespolina 10% e uva rara 5%. La scelta dell’utilizzo della botte grande per l’affinamento del vino rappresenta in pieno la tradizione delle colline novaresi, da sempre orientate in questa direzione e nonostante le mode di qualche tempo fa, che ben poco hanno attecchito da queste parti. Come sempre, ma soprattutto in questo caso, amo riportare le parole del nostro protagonista: “La sosta in legno favorisce lo sviluppo di complessità negli aromi e l’addolcimento dei tannini, conferendo un’armonia generale che appaga. Una versione di nebbiolo, arricchita con le note speziate date dalla vespolina e con la freschezza apportata dalla bonarda novarese o uva rara. L’austera fittezza dei tannini e il rigore dell’acidità sono quelli classici del nebbiolo dell’Alto Piemonte per un vino che diviene sempre più espressivo col passare degli anni.” Il vigneto situato sulla collina del MötZiflon si estende su due ettari con esposizione ovest, le vigne hanno trent’anni ed il terreno è ricco di argilla, al suo interno si possono trovare pietre e ciottoli di diversa natura e colore, dal verde al bianco, ma anche grigio, rosa, nero. Queste incredibili peculiarità, frutto dell’origine glaciale del territorio, costituito principalmente da sedimenti fluvio-alluvionali, marcano incredibilmente il vino, dotandolo di una spiccata sapidità ed un fascino austero proprio solo dei grandi cru. La densità d’impianto in questo caso misura 4.000 ceppi/ha, su una resa pari a 70 quintali. Il grande nebbiolo si vendemmia ad ottobre, in questo caso agli inizi, periodo che un tempo era di grandi nebbie che avvolgevano i grappoli, oggi sempre più rare, da qui per molti ha origine il nome del vitigno. Selezione accurata dei grappoli in vigna, fermentazione in tini d’acciaio e cemento con macerazione di 15 giorni sulle bucce e conseguente affinamento di 20 mesi in botti di rovere da 30 ettolitri; segue un affinamento ulteriore di 6 mesi in bottiglia prima della vendita. Un vino austero sin dal colore, rubino con evidenti sfumature granato al centro del bicchiere che si intensificano con il passare degli anni, anzi dei decenni, perché la longevità è una delle grandi peculiarità del nebbiolo o spanna dell’Alto Piemonte. Il naso segue l’onda del colore, la finezza dei toni fruttati stuzzica il naso, siamo in presenza di piccoli frutti rossi quali ribes e lampone, che si alternano a note di tamarindo, violetta, rabarbaro, ad una percezione balsamica che ricorda il pino silvestre ed un finale di pepe nero e liquirizia che culmina in un ricordo minerale di sabbia bagnata, terriccio, che con l’invecchiamento diverrà sottobosco, foglie e funghi secchi. Il palato è un’ode al nebbiolo: succoso, dinamico, slanciato, tannino serico e ben definito, freschezza spinta ai massimi da un ricordo di frutti acidi ed una materia misurata; estratto notevole, come la sapidità, il vino possiede una struttura ed una finezza più assimilabile ad alcuni cru della Côte de Nuits, che alle peculiarità langarole del Barolo o Barbaresco, se fossi costretto a scegliere opterei per l’AOC Chambolle-Musigny, ma non amo certi confronti, soprattutto riguardo vitigni diversi. Il MötZiflon si presta a diversi abbinamenti gastronomici, ma a mio avviso è con un piatto di risotto ai funghi porcini che trova la massima espressività, meglio se colti nei boschi limitrofi.

Colline Novaresi Nebbiolo “Mötfrei” 2016
Una gamma essenziale quella di Francesco non c’è che dire, attenta alla tradizione delle Colline Novaresi e rispettosa del vitigno di provenienza, la collina del “Mötfrei” ha rappresentato sin dall’inizio una vera e propria sfida. Il nebbiolo è un’uva che ha carattere, ma ama visceralmente il suo luogo d’elezione, il Piemonte, e solo in alcune province. Ha dimostrato di sapersi adattare a pochissime zone al di fuori della sua terra natia, con risultati ben lontani da quelli sperati, parecchi esperimenti sono stati fatti in passato, dalla Sardegna al Sud America, California, persino nel centro della Grecia, a Vounaina, in Tessaglia. Il discorso è nettamente diverso riguardo la tipologia d’affinamento di questo nobile vino, ciò che ho appreso negli anni è che la scelta del contenitore non può prescindere dalle potenzialità della materia che verrà introdotta al suo interno. Nella tradizione delle colline novaresi l’utilizzo della botte grande è sempre stata una sorta di comandamento, il MötZiflon n’è un fulgido esempio con risultati che nel tempo hanno dimostrato di saper leggere l’annata come pochi altri. Nella collina del Mötfrei, in dialetto “Collina dei Funghi Porcini”, l’estensione è pari a 0,8 ettari, i terreni sono ricchi di limo e sabbie colore rosso, la scelta dell’utilizzo del tonneaux di rovere francese al contrario si è rivelata la più indicata, i fattori sono determinanti: l’esposizione a sud-ovest, il microclima e la capacità del terreno di trattenere il calore. Tutti questi elementi conferiscono al Mötfrei, nebbiolo 100%, carattere e struttura, l’affinamento di 18 mesi in tonneaux dona al vino maggior equilibrio senza in nessun modo snaturare l’essenza del vitigno. Finezza ed eleganza sono da sempre i caratteri distintivi dell’azienda, tuttavia la scelta del contenitore in virtù della grande mineralità del terreno si contrappone egregiamente alla fragranza floreale/fruttata; la complessità che ne deriva nel tempo donerà un insieme particolare, mostrerà un fascino diverso, non per questo meno altopiemontese, premiando la grande versatilità del nebbiolo. Le vigne hanno 30 anni d’età, la densità d’impianto è pari a 4.000 ceppi/ha con una resa di 60 quintali. La vendemmia avviene ad inizio ottobre e la fermentazione in tini d’acciaio con macerazione di 15 giorni sulle bucce, segue l’affinamento di 18 mesi in tonneaux francesi con ripetuti batonnage sulle fecce nobili. Il vino riposa un minimo di 6 mesi in bottiglia prima della messa in commercio. Il “Mötfrei” 2016, 13,5% Vol., è all’altezza delle aspettative, l’annata è paragonabile senza timori riverenziali a grandi bottiglie del 2010 o alle mitiche 2004 – 2001, mostra una cromaticità profonda dove il granato ricerca ancora calde sfumature rubino. Il naso è suadente, le note minerali di sabbia bagnata e terriccio lasciano presto spazio ad un comparto più leggiadro rappresentato dalla liquirizia, amarena, cacao dolce, grafite, viola e pepe nero, inconfondibili gli sbuffi balsamici, vero leitmotiv delle colline di Suno. Un palato che mostra spessore senza appesantire, la struttura del vino è palpabile, ma l’irruenza tannica e la freschezza del sorso definiscono l’insieme, incentrato sulla sapidità che ritorna sempre, imperterrita, vera icona del territorio. L’abbinamento è dovuto: un buon brasato allo spanna con purè di patate.

Ghemme “Oltre il Bosco” 2015
Un fitto bosco secolare è il confine tra Suno e Ghemme, “Oltre il Bosco”, bisogna spingersi oltre questa selva per scorgere il vigneto di Francesco, una natura a tratti selvaggia ed incontaminata dove regna un costante silenzio interrotto solo dal canto di qualche piccolo volatile o dallo scorrere di un fresco ruscello. Di filari nemmeno l’ombra, no, non siamo in Langa dov’è tutto a vista, in questo comprensorio alcuni vigneti sono raggiungibili in macchina, seguendo dei sentieri dove il navigatore può ben poco, altri vigneti meglio di no, bisogna attrezzarsi con mezzi idonei, se non si vuole incorrere in qualche spiacevole inconveniente. Le viti sono protette da un silenzio ed una pace che non potrà che giovare alla natura stessa del vigneto e alla serenità del vignaiolo. Ghemme divenne DOC nel 1969 e DOCG nel 1997, ad oggi è l’unica del novarese, i suoli sono simili a quelli di Suno, origine glaciale e terreni costituiti da sedimenti fluvio-alluvionali ricchi d’argilla e a PH acido, il vigneto di Francesco copre un’estensione pari a 0,5 ettari con piena esposizione sud. Storicamente questa denominazione prevede l’utilizzo nel nebbiolo in parti maggioritarie, 85%, affiancato ad una presenza minima di vespolina e uva rara (bonarda novarese), 15%. Francesco ha deciso al contrario di utilizzare solo il nebbiolo, non certo per rompere con la tradizione, ma al solo scopo di valorizzare al massimo il territorio, sfruttando il vitigno che risulta maggiormente in grado di tradurlo. Una costante ricerca di valori quali complessità ed unicità, il Ghemme possiede un corpo ed una caratura in grado di competere con tutti gli altri grandi nebbioli in purezza: Barbaresco, Barolo, Roero, non ultimo il vicino di casa e cugino Gattinara. Ma veniamo al campione degustato, questo 2015 è figlio di un’annata calda, non torrida, regolare per certi versi e priva di fenomeni atmosferici rilevanti, certamente incentrata sulla pienezza del frutto, avrà portato a casa un buon risultato il vignaiolo più attento in vigna e durante tutta fase vegetativa e di maturazione del grappolo. Il Ghemme DOCG “Oltre il Bosco” deriva da vigne di 30 anni e densità d’impianto ancor più ridotte, 3.500 ceppi/ha e una resa pari a 60 quintali. La vendemmia si svolge a fine ottobre, fermentazione in vasche di cemento e lunghe macerazioni, 60 giorni sulle bucce, questo campione è arrivato addirittura a 75, affinamento di 24 mesi in botti medio-grandi di rovere di Slavonia, segue ulteriore riposo in bottiglia di un anno prima della vendita. 13,5% Vol., veste un manto granato profondo con evidenti riflessi rubino, un colore ancora giovane, vivace, mostra buon estratto e consistenza. Il naso ha un impatto notevole giocato su toni eleganti ed austeri, frutti di bosco in primis quali lampone e mirtillo, un accenno di viola, rabarbaro, ancora un frutto stimolante che richiama l’agrume pungente, distinguo il tamarindo, ben presto l’ossigenazione apporta toni più scuri, erbe officinali, pietra calda al sole, eucalipto, un naso che evolve con la giusta lentezza. Palato succoso, mostra buona struttura e una certa morbidezza data dal frutto opportunamente maturo e integro, ben presto la trama tannica stimola la salivazione anche per via della vibrante freschezza, sorso lunghissimo e appagante, sapido e ricco di materia. Il classico tapulòn d’asino, piatto nato a Borgomanero, a mio avviso saprebbe esaltare al massimo la tempra di questo grande vino del novarese.
Auguro a Francesco e a tutta la famiglia Brigatti di continuare a percorrere la strada “Oltre il Bosco” più e più volte, verso nuovi traguardi e confini geografici ancora inesplorati. L’impegno profuso nei confronti della denominazione è merce rara, e la grandiosità dello spanna in Alto Piemonte non conosce confini, siamo solo all’inizio.
Andrea Li Calzi

