I racconti di Alda: Agosto in città
L’unico negozio della mia via, rimasto aperto, è quello del fornaio e io non posso fare a meno di chiedermi perché non se n’è andato in vacanza anche lui. La strada, breve e fuori mano, è ormai deserta, tutto chiuso, le finestre dei palazzi – scatole vuote – e così il carrozziere, il falegname, il tappezziere e il parrucchiere. Durante questo periodo, il fornaio apre la mattina alle sette e chiude alle quattordici, ma in quelle sette ore, se entrano due persone è già un successo. Penso alla sua noia e alla sua solitudine, sette ore senza parlare, tranne per pochi minuti con qualche cliente occasionale. A volte provo pena per lui e pur non avendone bisogno, né voglia, scendo per comprare un pezzetto di pizza bianca, un panino e una bottiglia di latte. Spesso ho la sensazione che nella nostra via siamo rimasti soltanto noi due. Anche i gatti sono spariti. La nostra è una strada battuta dal sole per tutto il giorno e ci sono ore in cui il caldo diventa insopportabile.
Sono sola anch’io, unica compagnia la mia gatta e anche lei, distrutta dall’afa, ormai gioca pochissimo, dorme quasi tutto il giorno, si sveglia per mangiare, poco, e per sdraiarsi sul pavimento in cerca di un contatto fresco. Questa non è la mia prima estate da sola e in città, ce ne sono altre nei miei ricordi e per questo sono ormai allenata e organizzata. Lunghe passeggiate nelle ore in cui l’aria è più respirabile, tanti libri da leggere, la televisione – d’estate si diventa meno esigenti – musica di tutti i generi, telefonate e messaggi per non perdere il contatto con il mondo esterno, nessuna invidia per chi si gode il mare o la montagna e tanti tanti gelati e la sera, a cena, mezzo bicchiere di un buon vino bianco ghiacciato. E al diavolo la linea.
Da quanto non faccio più una vacanza? Un tempo eravamo in due, ma le cose cambiano, la vita ti da, ti toglie, ti avvince e ti vince. Io la amo, nonostante le perdite, i vuoti, le difficoltà, i rapporti con gli altri che a volte possono diventare faticosi, anche con le persone più care. Anzi, proprio con loro. Ferite che tracciano solchi così profondi da lasciare segni per sempre. Ferite ricevute dagli altri e quelle provocate da noi negli altri. Si dice “Verba volant, scripta manent” ma io non sono d’accordo. Ci sono parole dette che s’imprimono nella mente e nella pelle come quelle scritte, a volte molto di più. Gli scritti si possono cancellare, strappare, buttare via, le parole dette no. Non tutte, non sempre.
La mia gatta si è svegliata. La prendo in braccio, la coccolo e poi la lascio andare anche perché a lei piacciono le coccole, ma non ama stare in braccio. Mi sposto in un’altra stanza, ossia in quella che era il “suo” studio. Guardo il pianoforte. Un tempo anch’io suonavo. Faccio scorrere le dita sui tasti, dita rigide, disabituate all’esercizio delle note. Abbasso il coperchio e mi siedo davanti al computer. Scrivere era il mio mestiere, ora non più. Ho capito, è meglio che esca da questa stanza, non c’è più niente che io riesca a fare qua dentro.
E’ sera ormai, spalanco la finestra e un soffio insperato d’aria mi accarezza il viso. La strada è deserta, ma so che presto non lo sarà più. I negozi riapriranno, i palazzi si ripopoleranno, le mie amiche e i miei parenti ritorneranno, la vita riprenderà la sua quotidianità, ognuno tornerà alle proprie occupazioni, ai problemi, agli impegni di sempre. Forse allora rimpiangerò questo silenzio, quest’estate così irragionevolmente calda, la libertà della solitudine, il… No, non credo proprio. Ogni stagione della vita può avere i suoi lati positivi, quanto a quelli negativi, in un modo o nell’altro, si superano e si va avanti. E forse, alla fine, ci lamenteremo del rumore e del freddo dell’inverno.


