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Non incolpare nessuno, non lamentarti mai di nessuno, di niente, perché in fondo Tu hai fatto quello che volevi nella vita. Accetta la difficoltà di costruire te stesso ed il valore di cominciare a correggerti. Il trionfo del vero uomo proviene delle ceneri del suo errore.
Pablo Neruda
Il trionfo del vero uomo proviene dal luppolo delle sue birre aggiungerei! Non ne abbia a male Neruda ma quando ha scritto questi versi, incipit di una mirabile poesia, non si trovava in quel di Tuscania, splendido borgo sulle colline della Tuscia, a bere dell’ottima birra nella tiepida aria primaverile, immerso in un silenzio pressoché totale, solo a volte dolcemente interrotto dal gorgoglio discreto (e sempre educato) generato dalla fermentazione del nettare di Cerere. Ma che c’entra Neruda con Tuscania? Sentite qua che si tratta di una bella storia, e per una volta non bisogna andare molto lontano. Un paio di sabati fa mi sono recata con alcuni amici che della birra fanno passione e professione – vita insomma – a trovare chi fa esattamente la stessa identica cosa: un birrificio nato da pochi anni, ma da un’esperienza che nella pratica risale a parecchio tempo addietro. Impeccabile padrone di casa: Andrea Fralleoni, colui che letteralmente porta in sé il marchio di fabbrica, parliamo infatti del Birrificio Free Lions, nome ormai noto e non di rado associato alle altre produzioni laziali. Scrivere infatti che c’è fermento nel Lazio sarebbe un espediente linguistico fin troppo facile e banale, ma a tutti gli effetti non si discosta dalla realtà. In senso letterale e in senso letterario: Pontino, Aurelio, Itineris, Turan, Stavio, Birradamare, sono solo alcuni dei nomi al centro non solo dell’Italia, ma anche di recenti e interessanti collaborazioni. Una su tutti La Zia Ale, facile e intuitivo il gioco di parole, un progetto di A.BI Associazione Birra del Lazio, che lo scorso anno ha coinvolto i birrifici della regione in una produzione caratterizzata dall’utilizzo di materie prime del tutto locali, dall’orzo al particolarissimo “gruyt”, la miscela di spezie che veniva usata in Belgio per dare aromi alla birra prima della diffusione del luppolo. Ed ecco così il luppolo fare spazio all’amaro mix di ortaggi e frutta secca locale: cicoria, tarassaco, mandorle e puntarelle. FreeLions ha utilizzato il luppolo della Facoltà di Agraria dell’Università della Tuscia, non autoctono ma coltivato nella propria azienda agricola, e il sentore scelto, quello dato dall’aggiunta dei fiori d’alloro.
Ma torniamo al mio sabato, fin troppo facile perdersi in voli pindarici quando ci si trova tra persone sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. E torniamo a Neruda, come promesso, e all’atmosfera quasi fuori dal tempo di qualche riga su; permettetemelo, provenivo dal traffico romano, mi è sembrato di immergermi in ben altra dimensione. Con quel cielo assolato sopra di noi, fin troppa è la legge morale dentro di me (quella che…neanche Kant): di assaggiare, curiosare e approfittarne proprio ora che mi trovo dove vengono prodotte queste deliziose birre. A colpirmi prima di altro, quella poesia, appesa davanti al posto di comando (espressione oltremodo calzante, data la passione del mastro birraio per la nautica) semplice ed intensa, chiaro manifesto della scelta di vita intrapresa da Andrea nel mezzo di ben altra carriera. E in un momento in cui la crisi troppo spesso attanaglia il cor e le gesta de l’omini anche impavidi, una storia dove in fondo, riprendendo il poeta, c’è chi fa quello che voleva nella vita, merita sì un brindisi ma anche di essere raccontata. Molto semplice a parole: una carriera nel settore informatico lasciata per seguire una passione. E se definirla impresa può sembrare prosopopeico e avventura troppo aleatorio, certamente definirla una scelta non facile è d’obbligo, per le incertezze, le valutazioni, i rischi, insomma il coraggio. Da leoni ovvio, da Fralleoni lapalissiano (eh, questa volta il gioco di parole è davvero troppo ghiotto per essere evitato). Brassaggio per alcuni anni, in modalità amatoriale, ma con esiti promettenti fin da subito: la visita a Steve Dawson di White Dog, famoso birrificio della zona di Modena, ha confermato la fortuna (e la bravura) del principiante. L’assaggio della primissima Never Ending (la stout per cui il birrificio è noto) ha infatti ricevuto unanime favore, e tanto perché esiste anche la legge per cui la seconda volta è meglio della prima, le cotte successive hanno ribadito il concetto (la ricetta in questione non ha avuto bisogno di sostanziali modifiche nel tempo). Lo stesso viaggio al White Dog, in quell’atmosfera al di fuori dei ritmi cittadini, anche se di ben altra fatica, è valso il giro di boa nelle decisioni di Andrea, come lui stesso mi racconta, e ad oggi si può sostenere con risultato alla mano, anzi, bicchiere alla mano: una virata niente male comandante!

Da poco arrivati mi rendo conto di quanto Fralleoni sia un ospite perfetto, mi sento a mio agio a gironzolare tra i fermentatori, a chiedere incuriosita il perché di una scelta piuttosto che un’altra, ad ascoltare le opinioni delle altre persone presenti, che nel settore brassicolo navigano esperte, su nuove cotte, birrifici, eventi (talmente tanti che rischiano di sovrapporsi), fino ai dati più tecnici relativi a processi di fermentazione e produzione…ormai sono in alto mare, anzi in un mare di birra. E dopo i pochi convenevoli il passo che ci conduce al primo assaggio è breve. Prima scelta azzeccata, data l’ora di mezza mattinata, il sole e la bella stagione (ok, più o meno, ma tecnicamente sarebbe primavera) un ottimo inizio: la Madonna Pils (5,4%). Tipologia ça va sans dire, a bassa fermentazione, si ispira allo stile delle Bohemian Pils, prodotta con 100% di malto da orzo coltivato nel Lazio, riesce a mantenere una personalità piuttosto italiana. Il profumo è intenso ed erbaceo, con note mielate; in bocca si fa sentire l’amaro, ma non troppo, il giusto, bilanciato da un corpo rotondo e un buon sentore di malto. Di facile beva, fresca, buona, birra adatta a tutte le stagioni in particolare a quella entrante. Come sempre sarò di parte, e confido che la mia vocazione per lei è durata parecchi giorni a seguire. Anzi, a dirla tutta, non è mai terminata. Secondo assaggio, se tale può definirsi un bicchiere che quasi per magia si riempie più volte, è per la Morgause (5,4%) una Extra Special Bitter, versione rafforzata e più complessa rispetto alla classica Bitter anglosassone. Birra ad alta fermentazione rifermentata in bottiglia, presenta un bel colore ramato, una schiuma compatta e abbastanza persistente. I sentori predominanti sono quelli dati dal malto crystal, con note di caramello, l’amaro c’è ma non predomina, al contrario è arrotondato dal malto. Pur non rientrando tra i miei stili preferiti, ammetto di esserne stata piacevolmente stupita, forse proprio perché ispirata al genere ma arricchita da un tocco del tutto personale. Il nome della birra mi riporta a mai sedate passioni letterarie, permettendomi una brevissima quanto affascinante digressione. Come mi conferma Andrea, è ispirato alla tradizione celtica, le leggende in questione sono quelle del ciclo arturiano, per alcuni bretoni per altri britanniche (ancora aperta la discussione sulla reale esistenza della figura del re e sull’ubicazione del suo regno). Morgause è la strega sorellastra di Artù con cui avrebbe generato Mordred, nemesi del sovrano, che avrebbe in seguito combattuto proprio contro di lui portando alla rovina il regno di Camelot (storia o leggenda, da Sofocle a Beautiful, le dinamiche sono sempre simili). Per la cronaca, sia padre che figlio periranno nel combattimento. Morgause è anche la sorellastra maggiore di Morgana, con cui viene spesso confusa, sia nel nome, sia nella maternità di Mordred (fermo restando un singolare caso di pater semper certus, Artù). In ogni caso si tratta un personaggio estremamente ammaliante e seducente, caratteristiche di cui si può certamente fregiare la birra in questione. C’è chi sostiene possa essere lievemente migliorata, io vi consiglio di assaggiarla, perché è buona, si lascia bere davvero molto volentieri e presenta anche un discreto finale, e poi come per le leggende arturiane, se la discussione è sempre aperta, significa che l’interesse è vivo.

Il numero perfetto ci porta alla MADdekè (6,7% alc.), la mia stella personale, una birra ad alta fermentazione, ispirata alle IPA inglesi, rifermentata in bottiglia. Una bella schiuma compatta fa strada ad una birra dal colore ramato, dal profumo agrumato e dal palato amaro, intenso ma sempre bilanciato da un corpo rotondo. E poi ancora amaro persistente, con note di ciliege mature, a deliziare il palato e ad invitarlo al secondo bicchiere. Pur essendo una gradazione già importante, anche se si tratta pur sempre di un’IPA, questa birra rimane piuttosto beverina e l’amaro invita solo al sorso successivo (ai sorsi successivi!). In questo caso il nome è decisamente locale e garantisce il km 0, infatti riprende un’espressione dialettale romana (il nostro Mastro birraio è infatti della Capitale) che senza troppi giri di parole potrebbe essere tradotto con un “assolutamente no”, che si riferisce all’assenza del luppolo Amarillo, alquanto di moda in questi tempi. Arrivati a questo punto, i gorgoglii che interrompono sporadicamente il silenzio non sono più solo quelli dei fermentatori ma anche quelli dello stomaco. Il buon bere e l’ora richiamano a gran voce una pausa pranzo, e se prima il passo alla degustazione era stato breve, ora diventa quasi un teletrasporto. Detto fatto, ci troviamo seduti ad un’accogliente trattoria, Da Alfreda, nel centro di Tuscania, lo splendido borgo a pochi km da Viterbo, che sorge su un promontorio di tufo, roccia che caratterizza tutta la Valle del Marta, e da cui si gode di una vista unica sulle altre colline cinte da mura.

La visita al borgo e al birrificio, valgono davvero un giornata fuori porta, per chi si trovasse nelle regioni limitrofe. Per tutti gli altri consiglio una sosta anche più lunga per poter apprezzare i vicinissimi gioielli, tra la via Francigena (come Sutri, Capranica e Vetralla) e i laghi di Bolsena e di Vico. La trattoria è la vera trattoria del Lazio, essenziale, senza fronzoli, senza formalismi, quella che può fregiarsi di signora-cuoca con parannanza (detta anche zinale o sinale, come da dialetto romano: il grembiule da cucina) ad illustrare il luculliano e men che mai dietetico menu. Eccomi infatti in poco tempo trovarmi sotto il naso un tripudio di pasta cacio e pepe, polpette al sugo, trippa in umido, braciole di maiale, misticanza di verdure (ripassate in padella sia chiaro) e tutto ciò che di più squisitamente locale possa essere degno di una tavolata che si rispetti. Anche l’insalata emana misteriosamente ancestrali afrori di pecorino romano. E la tavola avvicina e unisce come solo lei sa fare, è un piacere ridere e scherzare, con i miei amici, di cui (e da cui) si impara ancora una volta qualcosa in più, con quelli appena conosciuti e anche con la signora con parannanza, cui va tutta la mia stima. Magie del pecorino romano. Al termine del pranzo, rimaniamo rapiti dalla splendida vista che regala il belvedere di Tuscania, un prato panoramico (mi colpisce la meridiana a terra, da cui tento di leggere l’ora), dalle cui mura si apre la vista sugli altri borghi poco distanti. In questo contesto è facile parlare di progetti futuri, propositi più o meno prossimi, tanto stimolanti per Fralleoni quanto interessanti per noi, e infatti attendiamo trepidanti. Si fa accenno anche delle altre birre di casa, che non abbiamo avuto modo di degustare, ma che spesso ho modo di bere, non posso infatti non citarvi l’Area 51 e la RivAle. La prima (5,5%) è un’American Pale Ale dal profumo agrumato, floreale ed erbaceo, dato dai luppoli americani Amarillo e Cascade, che vede una decisa predominanza dell’amaro. Il finale è secco. La seconda rispetta il classico stile di un’ottima Golden Ale anglosassone, estremamente bevibile: un attacco di aromi fruttati e di lievito caratterizza questa bionda ambrata dalla schiuma ricca e compatta. Sentori di crosta di pane al naso e note dolci lievemente mielate, vengono contrastate dal finale secco. Il corpo non eccessivo (4,5%) contribuisce a renderla adatta ad ogni momento della giornata.

Si comincia a fare tardi, prima di rientrare a Roma, Andrea ci propone gli ultimi assaggi, e dati gli argomenti convincenti, non possiamo sottrarci. Il momento per un’ottima stout è propizio, e la scura in questione è la Never Ending (5,5%). Birra ad alta fermentazione, ispirata alle stout irlandesi, rifermentata in bottiglia, dal colore impenetrabile e dal carattere deciso. La schiuma è bella, compatta, color cappuccino e persistente. Note di caffè, liquirizia e cioccolato avvolgono il palato in modo intenso, una prepotenza di sapori neri che si ingentilisce nel corpo rotondo. Nel finale si avvertono sentori di lieve affumicatura. Nel descriverla utilizzerei un ossimoro, un birra ottima perché complessa ma bilanciata, anche nel corpo alcolico. E’ una birra da piaceri, senza fine (proprio come il suo nome), un ideale accompagnamento per dolci, cioccolato e frutta secca, ma anche carni importanti. Per non parlare delle ostriche (proprie dei luoghi nascita di questo stile). E per protrarre il gusto anche dopo il pasteggio, per chi non disdegnasse, sa essere degna compagna di buon sigaro. Ancora con un piacevole finale di amaro tostato in bocca, ci accingiamo ai saluti, durante i quali, senza neanche rendermene conto, mi ritrovo con alcuni doni ad allietare la partenza. Riporto in macchina con me: una bella e spensierata giornata, nuove e stimolanti conoscenze, vecchie conferme, qualche esemplare di ottima birra…e il sole del tramonto nello specchietto retrovisore. Giusto il tempo di convenirne con i miei due amici, che mi sono già addormentata come un angioletto (stringendo però le mie bottiglie). PS ma il viaggio continua…se vi capita (e se non vi capita cercatela! Ne vale davvero la pena) assaggiate la Magical Mystery Gold, che abbiate amato o meno la Psichedelia (bellissima l’etichetta), è una splendida Summer Ale appena nata in casa Free Lions. Come diciamo noi romani del km 0…merita!!!
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