|
Chi vuole fare una viticoltura di qualità, sa benissimo che ci sono delle variabili con le quali deve confrontarsi e che hanno un ruolo prioritario nel determinare il risultato finale che si vuole ottenere. Vitigno, terroir e clima sono i pilastri su cui si appoggiano i successi della viticoltura. Accanto a questi, c’è sempre l’insostituibile contributo dell’uomo, con il suo lavoro, le sue scelte, la sua filosofia. Ma se il buon operato di un uomo garantisce ottimi risultati, quello di una squadra affiatata molto probabilmente farebbe lievitare questi benefici. E se questa squadra affiatata fosse legata, oltre che dal profondo amore per il vino, anche da un legame di sangue, non pensate che il risultato finale potrebbe essere ancor più interessante? Ci troviamo a Cormòns, dove fratello e sorella sono i protagonisti dei successi dell’azienda Borgo San Daniele, una piccola realtà che grazie al lavoro e alle idee di Mauro e Alessandra Mauri, è riuscita a conquistarsi la stima e gli apprezzamenti di una vasta schiera di appassionati. La storia aziendale trova le sue radici con nonno Antonio, che coltivava queste terre e vendeva le uve alla cantina sociale. Alessandra e Mauro sono subito rapiti e conquistati dalla campagna e dal vino, e decidono di frequentare la scuola di agraria con specializzazione in viticoltura ed enologia. Finiti gli studi e dopo aver fatto varie esperienze lavorative in aziende del settore, decidono di comune accordo che era giunto il momento di materializzare il loro sogno: gestire in prima persona i vigneti del nonno creando una propria azienda che avesse come obbiettivo quello di produrre vini di alta qualità che rappresentassero il territorio.
Siamo agli inizi degli anni ’90. I vigneti vengono ristrutturati adottando metodologie ad alta densità di impianto e scelti in funzione della loro affinità con i substrati. I terreni vengono lasciati inerbiti al fine di controllare la vigoria del vigneto e al tempo stesso preservare gli equilibri biologici e l’energia vitale della terra. Inizialmente si punta molto sulle vendemmie tardive che però assieme a notevoli caratteri di complessità, donavano anche tanto alcol. Dopo varie sperimentazioni, infatti, si passa da un 50% di vendemmia tardiva, all’attuale 15-20%, che però può variare a seconda delle caratteristiche dell’annata. Si abolisce l’uso di concimi chimici. Tutte le operazioni vengono regolate dalle fasi lunari. Sistemata la vigna, il secondo passo importante era quello di portare la stessa filosofia in cantina. Non si sceglie la strada del vino tecnologico, perché l’obbiettivo dichiarato è quello di vinificare uve perfettamente mature e di qualità, lasciando che il vino segua, in cantina, il suo naturale corso evolutivo riducendo al minimo l’intervento dell’uomo. Vengono eseguite le prime sperimentazioni di fermentazione spontanea con lieviti indigeni, e successivamente si punta decisamente sulle fermentazioni malolattiche anche per le tipologie bianche. Si inizia ad utilizzare la botte da 20 ettolitri, storico contenitore dell’enologia friulana. L’uso della solforosa è ridotto ai minimi termini. Non vengono usati chiarificanti chimici e sistemi di filtrazione. Essendo i vini imbottigliati tardi, in corrispondenza dell’ultima luna vecchia di agosto, la pulizia avviene naturalmente per decantazione.
Insomma stiamo parlando di una viticultura che ha molti aspetti legati al biologico e al biodinamico ma Mauro e Alessandra non gridano ad alta voce questo loro legame con la naturalità del prodotto. Non cercano certificazioni o “onorificenze ecologiche”. Per loro questo modo di lavorare rappresenta la normalità, in quanto è lo specchio fedele della loro filosofia e del loro modo di essere. Da bravi fratelli si sono suddivisi i compiti in azienda, e mentre Mauro segue la vigna e la cantina, Alessandra si dedica a tutto quello che concerne il marketing e il commerciale. Compiti distinti che però si fondono in perfetta sincronia con tutte le esigenze di Borgo San Daniele. Per quanto riguarda le produzioni aziendali, viene deciso di puntare su poche etichette che valorizzino i vitigni autoctoni e gli aspetti varietali delle diverse tipologie. Dei 18 ettari di proprietà, una parte (3,5 ettari) si trova nella zona Doc Collio, mentre la parte restante nella Doc Isonzo. Da queste viti si ottengono mediamente 50-55mila bottiglie. Fra le tipologie monovitigno bianche si è puntato decisamente su due vini che rappresentano il Friuli da sempre. Il Friulano rappresenta l’autoctono per eccellenza. Vino caratterizzato da una discreta aromaticità, unita da una grande eleganza, dove predomina il carattere minerale. Aromi e profumi sontuosi, corpo, acidità contenuta, grande morbidezza, saranno le altre principali caratteristiche di questo Tocai Friulano. Il Pinot Grigio invece non è un autoctono friulano ma ha trovato qui il suo habitat naturale, donando sempre uve di primissima scelta. Regala un gradevole fruttato. Un corpo pieno e morbido con un’elegante persistenza aromatica. Anni fa, su questi vini si eseguivano macerazioni sulle bucce. Con il tempo però si è abbandonata questa pratica ed è prevalso il desiderio di far prevalere soprattutto il varietale del vitigno. Quindi dopo pressature soffici, una piccola parte và a fermentare in botti di rovere di Slavonia da 20 hl mentre il resto continua il suo percorso in acciaio. Seguirà un lungo affinamento sui lieviti, fino ad agosto quando ci sarà l’imbottigliamento senza filtrazioni. Il vino di punta della produzione aziendale è sicuramente l’Arbis Blanc. Si tratta di un eccezionale bland di Tocai Friulano, Pinot Grigio, Chardonnay e Sauvignon, uve che grazie al loro diverso grado di aromaticità, riescono a dare un vino di grande equilibrio. Dopo la pressatura soffice, il mostro fermenta e si affina per circa dieci mesi sui propri lieviti in botti di rovere di Slavonia da 20 hl. L’imbottigliamento verrà fatto senza filtrazione.
Un grande vino che saprà conquistarvi con le piacevoli note di frutta matura e profumi più complessi come il miele di tiglio. Grande la struttura e la sua mineralità. La perla nera della produzione di Borgo San Daniele è l’Arbis Ros. Un blend nato a suo tempo per unire l’autoctono e rude Pignolo al Cabernet, e creare così un grande rosso friulano. Con il tempo e dopo varie sperimentazioni, dalla vendemmia 2007 è stato deciso di puntare tutto sul Pignolo. Come definire questa tipologia dal grappolo a forma di pigna e dagli acini piccolissimi? Volendo usare una descrizione adatta per grandi e piccini, lo definirei la fotocopia del nonno di Heidi. Ve lo ricordate l’uomo della baita? Alto, di corpo grosso, rude all’inizio, ma poi quando lo si conosceva bene, venivano fuori tutti i suoi aspetti migliori: forte ma sensibile, severo ma ricco di grandi qualità. Ecco il Pignolo è proprio così. Non bisogna farsi ingannare dall’aspetto iniziale. Và conosciuto e poi sarà sicuramente apprezzato per le sue grandi qualità. Necessità di ottime maturazioni in vigna. Deve essere coccolato e aspettato per smussare i suoi rudi e tipici tannini di cui abbonda. L’attesa e il tempo saranno gli ingredienti necessari per poter essere ricompensati da un arcobaleno di grandi emozioni sensoriali. L’Arbis Ros fermenta e matura un paio di anni in botti da 20 hl di rovere di Slavonia, poi dopo un periodo passato in acciaio viene imbottigliato e lì vi resta ancora un anno, prima di allietare le assetate papille gustative di tutti gli estimatori di questo grande autoctono friulano. Alessandra e Mauro sono riusciti proprio a creare una bella azienda. Hanno unito una viticultura di qualità all’amore per l’arte e la cultura. Elementi che sembrano distanti fra loro, ma in realtà non lo sono. Il vino è arte, perché un vino che piace e riesce a dare emozioni, rappresenta una piccola opera, lo specchio dell’anima dell’artista, in questo caso del viticoltore. I vini di Borgo San Daniele, oltre ad essere di qualità, riescono a stabilire un legame forte con la cultura e la storia del territorio. Nessun artifizio, nessun inganno, solo tanto lavoro e un amore viscerale per il vino e la propria terra. In tempi di crisi e selezioni naturali, chi ha seminato bene merita di raccogliere il frutto del proprio lavoro a discapito di chi invece ha avuto gestioni più farfallone, orientate solo al profitto. Una realtà come Borgo San Daniele, che fa parte del primo gruppo, non avrà sicuramente difficoltà a mantener ben salde le proprie radici e potrà così continuare a deliziarci con i suoi splendidi prodotti “made in Friuli”.
DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO Per questa intervista sono state sentite le voci di Alessandra e Mauro che da bravi fratello e sorella si sono divisi in parti uguali anche l’onere delle risposte.
Prima parte – Mauro Arbis Blanc e Arbis Ros sono due dei vini protagonisti della vostra produzione. Avete scelto il termine friulano Arbis, che significa erba, per pura vocazione commerciale o alla base c’è qualche motivo più profondo? Quella dell’inerbimento è una tecnica alla quale abbiamo creduto e sulla quale abbiamo puntato già tanto tempo fa, in tempi non sospetti, quando questa pratica non era comune come lo è ora. Con l’inerbimento si riescono a mitigare gli effetti negativi della monocultura, tutelando la vita e l’attività energetica del vigneto. Inoltre si riesce a limitare la vigoria delle viti e questo a fini qualitativi è sicuramente un grande vantaggio.
Producete solo un vino rosso, l’Arbis Ros, e avete puntato su una varietà autoctona che se non fosse stata recuperata negli anni ’70 da alcuni valorosi viticoltori, nei pressi dell’Abbazia di Rosazzo, sarebbe andata incontro ad estinzione certa. Come mai avete scommesso su una tipologia non propriamente commerciale come il Pignolo? L’idea dell’Arbis Ros è nata nel 1994 con l’intento di produrre un blend rosso friulano, importante e di spessore. Inizialmente era composto da un assemblaggio di Pignolo e Cabernet. Con l’annata 2007 abbiamo deciso di produrlo con Pignolo in purezza. E’ una tipologia tipica del Friuli, sulla quale abbiamo puntato molto. Non è stato un ragionamento meramente commerciale, ma da vignaioli, abbiamo pensato che questo vitigno, che ci dona grappoli con acini piccoli e ricchi di tannini, potesse, se coltivato e coccolato nella maniera giusta, dare grandi vini. E’ stata una grande sfida iniziata in tempi in cui si puntava prevalentemente sulle tipologie internazionali. Agli inizi degli anni ’90, grazie all’amicizia con il produttore Moschioni, abbiamo ricavato alcuni tralci dalle sue viti di Pignolo che poi sarebbero diventati parte integrante delle prime barbatelle che abbiamo piantato in vigna. Sono passati quasi vent’anni, e oggi grazie a un ottimo lavoro in vigna si riescono a ottenere uve di grande qualità e ottima maturazione. Variabili fondamentali, queste, per poter ottenere un grande vino Pignolo.
Altra tipologia autoctona sulla quale avete creduto ciecamente, è il Friulano. I dati dei vigneti adibiti a questa tipologia parlano di un meno ‘70% nell’ultimo decennio. La macchina promozionale, che doveva trainare la staffetta commerciale dal Tocai al Friulano, ha forse disperso un po’ troppo le forze dedicandosi all’intero comparto enogastronomico friulano, perdendo un po’ di vista quello che doveva essere il protagonista assoluto. Molti produttori non sono contenti e maledicono la debolezza della politica che al tempo non era riuscita a vincere la contesa con l’Ungheria. Qual è la tua opinione al riguardo e quale futuro pensi ci sarà per il Friulano? Per me è molto semplice dare una risposta, visto che abbiamo vissuto da produttori, in prima persona, il susseguirsi dell’intera vicenda. Le continue e accese discussioni, nel periodo in cui c’è stato da decidere il nuovo nome da dare al Tocai, possono essere viste in maniera positiva, in quanto si è parlato molto ed è stata tenuta alta l’attenzione nei confronti dell’opinione pubblica e degli organi di stampa. Il compito dei produttori era ed è quello di creare dei grandi vini che possano degnamente far parlare di questa tipologia e dei territori dove viene prodotto. Poi però la politica doveva essere più decisa, creare sinergia di intenti e portare avanti un progetto comune di promozione e valorizzazione del vino Friulano. I dati invece ci dicono che abbiamo perso parte di questa battaglia. La politica non ha capito che la salvaguardia di questo vitigno, che da sempre rappresenta la nostra regione, andava fatta assieme a chi ha veramente a cuore il Tocai Friulano: i vignaioli e tutti i produttori legati storicamente alle tradizioni e alla storia di questo vitigno. Parte di questo 70% perso negli ultimi 10 anni, è stato sostituito impiantando vitigni a bacca rossa, ma è già in corso una nuova rivoluzione che sta vedendo il Prosecco come protagonista assoluto. Anche se in questo periodo il Prosecco sta dando risultati economici eccezionali, noi abbiamo deciso di non puntare sulle bollicine. Preferiamo dedicarci alle tipologie che rappresentano il territorio e che descrivono meglio l’anima e la filosofia dei produttori.
Alte densità d’impianto, vendemmie tardive, malolattiche, lunghe fermentazioni sui lieviti, imbottigliamenti senza filtrazioni. Questo modo di lavorare in vigna e in cantina si è ispirato a qualche produttore che ha rappresentato la vostra guida spirituale ed enologica, o si tratta esclusivamente del frutto dei vostri studi e del vostro modo di concepire il vino? Non abbiamo avuto un punto di riferimento che abbiamo seguito in maniera integrale. Certo. La nostra zona e ricca di bravi produttori, e potrei citarne almeno una decina che stimo ed apprezzo e che potrebbero avere delle linee in comune con il mio modo di pensare il vino. Ma la nostra filosofia produttiva è stata il frutto di un processo di crescita a 360° che è nato e si è sviluppato all’interno della nostra famiglia. Quando si inizia a lavorare come vignaioli è difficile avere un unico punto di riferimento. Terreno, clima, vitigno, sono variabili determinanti che influenzano anche il modo di lavorare in vigna e poi in cantina. Il nostro principio fondamentale, è quello di lavorare in maniera equilibrata, producendo dei vini che ci appaghino e ci diano soddisfazione, sempre nel rispetto di tutte le nostre idee.
Qual è il complimento più bello che possano fare a un vostro vino? Uno dei migliori complimenti che mi possono fare è dirmi che sono vini coerenti con il nostro stile di vita e la nostra filosofia produttiva. Non amiamo gli estremismi produttivi. Vogliamo sempre metterci in discussione, cercando di migliorare continuamente. I nostri vini devono rappresentare sempre una nuova scoperta per chi li assaggia. Devono rimanere interessanti e pieni di sorprese anche molti anni dopo l’imbottigliamento. Che soddisfazione aprire una nostra bottiglia, magari dopo dieci anni, e accorgersi che l’evoluzione del vino riesce a donarti ancora molti brividi ed emozioni.
Seconda parte – Alessandra Mettete in primo piano il lavoro in vigna, perché solo grandi uve possono poi essere lavorate bene in cantina e diventare così ottimi vini. Tu però segui in prima persona tutto quello che è legato al marketing e la comunicazione, e hai un occhio di riguardo per tutto quello che concerne il binomio vino/cultura. Pensi che per il futuro successo dei nostri territori sia diventato necessario, per non dire vitale, non soltanto fare ottimi vini, ma saperli anche comunicare in modo efficace? Un valore indiscutibile è che il punto di partenza debba essere la massima eccellenza e qualità di tutti i vini prodotti. Poi dato per scontato questo valore, bisogna sapere comunicare e promuovere in modo efficace, non solo le nostre produzioni, ma l’intero territorio. Quando si và all’estero, molte volte ci si accorge che il Friuli non è facilmente localizzabile in un ipotetico mappamondo virtuale. Gli stranieri, molte volte, ci identificano solo come zona vicina a Venezia. E questo non è positivo. Credo che sia fondamentale legare assieme vino, arte e cultura del territorio. Sono componenti che devono camminare a braccetto perché identificano la storia e le tradizioni di un popolo intero e sono fra loro collegate in maniera indissolubile.
Sei una delle tante donne che in Friuli hanno iniziato a operare da protagoniste nelle proprie aziende vitivinicole. In un mondo, un tempo monopolizzato dagli uomini, pensi che oggi le donne abbiano raggiunto una posizione di parità nel settore o ci sono ancora dei rimasugli “maschilistici”? E quale contributo nuovo pensi che state portando a tutto il movimento? Le donne sono sempre state presenti e anello fondamentale all’interno delle famiglie produttrici di vino. Ma un tempo il loro lavoro si svolgeva all’ombra e nelle retrovie. Oggi invece abbiamo acquisito maggiore visibilità. Ci sono molte donne che identificano l’azienda con la propria persona e sono direttamente responsabili dei successi che vengono conseguiti. Naturalmente la donna porta la femminilità, la delicatezza, la sensibilità e tutte quelle componenti che sono naturalmente presenti nel nostro DNA.
Se ti dico JFK molto probabilmente penserai subito a John Fitzgerald Kennedy, ma se togliamo la F centrale, ti suona famigliare la sigla JK? Certo che mi suona famigliare. Si tratta della sigla che identifica lo Jiasik. Tre anni fa, parlando con Ludwig Neumayer, famoso produttore austriaco di Riesling, questi mi raccontò dei benefici che ricevevano le sue uve in termini di evoluzione quando in vigna la temperatura scendeva sotto lo zero. Un colpo di freddo agli acini, che dava importanti risultati qualitativi. Dal desiderio di sperimentare e provare cose nuove, ecco nascere l’idea di produrre un vino fresco e giovane. Un colpo di freddo artificiale alle uve appena vendemmiate, utilizzando ghiaccio secco e azoto, e il gioco è fatto. Il nome Jiasik rende onore a Giassico, località nelle vicinanze di Cormòns, che ospita i vitigni adibiti alla produzione di questo vino, e dove si respirano ancora antichi profumi dell’impero Austroungarico. Vengo prodotte due tipologie. Lo Jiasik Bianco è un blend di Riesling, Pinot Bianco e Malvasia. Le uve dopo essere state portate a temperatura di glaciazione, attendono il rialzo della temperatura a 7-8 gradi e poi vengono pressate e vinificate. Lo Jiasik Rosso è invece un cabernet che dopo il congelamento delle uve e il successivo rialzo della temperatura, viene vinificato normalmente in rosso. La presentazione avviene il 21 marzo, primo giorno di primavera.
Due personaggi giovani e intraprendenti come te e tuo fratello Mauro, che nuove sorprese e quali nuovi obbiettivi si prefiggono per il futuro? Già il fatto di consolidare e mantenere quanto costruito fino ad oggi, rappresenterebbe un traguardo significativo. La maggior parte degli obbiettivi da raggiungere, sono stati pianificati all’inizio, e fanno parte di un progetto che parte dall’organizzazione in vigna e in cantina, e arriva alle tipologie di vini da produrre, e allo studio delle migliori strategie di promozione e comunicazione. Una volta raggiunti questi obbiettivi, bisogna procedere lungo la strada intrapresa, consolidando i risultati ottenuti. Un nostro grande desiderio è quello di riuscire a condividere sempre di più la nostra esperienza di vignaioli, radicati in un territorio che non offre solo vino ma anche storia e cultura. Ecco perché amiamo aprire le porte della nostra azienda ad eventi di varia natura culturale, che possano rappresentare un momento di arricchimento e di aggregazione fra le persone. Non è nella nostra filosofia fare voli pindarici e progetti faraonici. Abbiamo scelto la strada dell’equilibrio. Accontentarci dei numeri che attualmente produciamo, per riuscire a seguire tutte le varie fasi in maniera perfetta ed evitare che qualcosa ci scampi di mano.
Visto che ami molto il binomio vino e cultura. Se potessi esaudire un tuo desiderio, quale artista o gruppo musicale ti piacerebbe si esibisse nella vostra bella azienda, per creare assieme ai vostri vini un’atmosfera indimenticabile? Ci sarebbero un sacco di artisti che potrei menzionare. Per fare un nome, dico gli U2. Penso proprio che la band irlandese sarebbe quanto di meglio potrei sognare come evento e colonna sonora da abbinare alla degustazione dei nostri vini.
|