Piercarlo Sperone: l’anarchico del Roero
“Dove sei?”. “In centro, davanti all’enoteca regionale”. “Bene, aspettami davanti al castello allora, tra poco arrivo“.
Non è stato difficile individuarlo e poi seguirlo: cavalcava un trattore con rimorchio che sbuffava come una locomotiva, in mezzo al lento incedere del tram tram quotidiano della capitale del Roero, Canale. Burbero? Estroverso? Sorridente? Anche, ma soprattutto libero, totalmente scevro da ogni cliché: sia da quello del moderno imprenditore vinicolo, che ha raggiunto la rivincita sociale e fa di tutto per fartelo capire, sia da quello del “piccolo è buono, grande è cattivo”, dove il disordine è un ordine studiato, il vestito stropicciato è curato su misura. Non recita a soggetto: è quello che sembra. Un anarchico, nel vero senso della parola, con il gusto della sfida. Niente convenevoli: sparecchiamo un tavolo colmo di cartoni, una spolverata volante e ci sediamo. Anzi, mi siedo: lui è una cavalletta impazzita che risponde, quando ha voglia, al telefono che squilla continuamente amplificato a dismisura, che va da una parte all’altra della cantina a prendere campioni da stappare a seconda di quello che gli viene in mente.
Se mi fossi preparato domande o avessi impostato la giornata, come canovaccio del cronista vuole, avrei perso tempo. Michele Fino, mio intermediario per l’incontro, non mi aveva detto nulla a riguardo, soltanto “non puoi non iniziare da lui”. Per iniziare quel viaggio all’interno di quel difforme e variegato angolo della “Granda”, la provincia di Cuneo, che risponde al nome di Roero e che hai sempre guardato con senso di sufficienza pensandolo semplicemente come l’altra riva del Tanaro, quella sinistra, che guardavi come un punto di passaggio mentre ti dirigevi verso quella destra, quella del Barolo e del Barbaresco, c’è bisogno di un traghettatore. “Questo è solo l’inizio, comunque. Preparati“. Minacce del genere le vorresti ricevere spesso: trovare un Caronte per conoscere un territorio e i suoi vini, è molto più importante di qualsiasi degustazione seriale organizzata nel migliore dei modi. O meglio: la seconda senza la prima è un esercizio, fondamentale, ma non sufficiente.
“Iniziamo da due arneis, uno tappato con il silicone, l’altro con il sughero, stessa annata, stesso vino“. Perché no, solo che sono caldi, o meglio, non arrivano dal frigo. “In frigo son tutti buoni”. Fa finta di non capire, di non sapere, di improvvisare, ma non è proprio così. Le differenze ci sono: tremendamente sapidi entrambi, quello tappato come tradizione (e disciplinare) vuole è indiscutibilmente più carico nel colore, più complesso al naso e più polputo in bocca. Inutile soffermarsi troppo sul perché, gli interessa relativamente. È così. Stop.
Quando apre un Arneis Pierin di Soc, questa volta del 2003, ti lancia la sfida della longevità: tu la raccogli, noti il color oro, quelle note mielose tipiche del vitigno bianco roerino con qualche anno sulle spalle, la ricchezza del corpo, la tenuta nel tempo grazie a quel mix acido-sapido che sorregge ancora il tutto. “Ora prova questo 2002“: dolce al naso, con sentori che ricordano la canna da zucchero fresca, quella che si usa per produrre i rhum bianchi dall’altra parte del mondo. In bocca è dolciastro, morto e sepolto, sconclusionato. Annata difficile il 2002? Certamente, ma non è suo il campione che mi ha versato continuando a ghignare per tutto il tempo. In etichetta c’è scritto “Arneis” grande come una casa, ma è australiano, con controetichetta di importazione in UK.
“Gli americani bevono arneis vecchi” e loro si sono adeguati. Hanno cominciato a lavorare sulle fecce, a vedere cosa succedeva se si cominciava a pensare al vino bianco non all’italiana, non come a quel liquido da bere entro l’anno, massimo due. E funzionava, eccome se funzionava. Non ci è mai voluto andare dall’altra parte dell’oceano, nonostante esporti circa l’ottanta per cento della produzione fuori dai confini del Bel Paese, ma prima o poi sono sicuro che si lascerà tentare dall’invito di qualche importatore. Troppo curioso per non farlo.
“Dalle tue parti, invece ci vengo, sono stato mangiare da…” e ti sciorina nomi che mai ti saresti immaginato, dal lounge bar per fighetti milanesi dell’ultima ora al ristorante stellato con lo chef dalla divisa immacolata che fa il giro del tavolo per chiedere se va tutto bene. Ma lui è anarchico e quindi non guarda alle etichette. Tu vorresti confinarlo in un’osteria fumosa con bicchieri spessi, tovaglia a quadri e caraffa, e lui ti fa capire che gli piace vivere, scherzare, provare, infischiandosene di quello che pensano gli altri. Qualche ora più tardi, nei bei giardini del Castello Malabaila che ospiterà la presentazione di due bei volumi su Matteo Correggia, si presenterà con pantalone sgargiante, praticamente catarifrangente, e un paio di occhiali da sole enormi, montatura azzurra, trafugati al figlio, che ha trovato prima di uscire di casa.
È così, l’uomo dei soprannomi, come è prassi da queste parti: “Papè”, carta da gioco in piemontese (pare, dicono, si narra, che un prozio si fosse giocato la fattoria a carte); “Binai”, cioè gemello, perché il padre e lo zio, Francesco e Domenico, erano gemelli. Infine “Funtanin”, che è anche il nome dell’azienda, dalla quale comincia la sua storia, che è anche quella di un pezzo del Roero che conosciamo tutti, quello del nebbiolo e dell’arneis, ma che una volta era soprattutto quello del bestiame e delle pesche.
“Nel 1988 i gemelli Sperone si divisero Funtanin, cioè la fattoria che vedi”. Una sorta di autogrill del bestiame. “Mettevano i buoi davanti ai cavalli per trascinare i carri che andavano a Torino. Qui c’era la sorgente per abbeverare il bestiame”. Era un Roero diverso: la sua famiglia vendeva frutta e poi vino sfuso per l’indotto della Fiat: “però fu un danno, perché così non esplorammo altri mercati e ci trovammo spiazzati quando tutto cambiò”. Le pesche, le tante pesche che anche loro producevano “buonissime, ma non duravano tanto, bisognava mangiarle poco dopo la raccolta”, furono spazzate vie da quelle d’importazione, meno dolci forse e prive di carattere, ma più longeve.
Oggi, con il fratello Bruno, conduce 12 ettari, in parte ereditati, in parte comprati. “A noi piaceva fare questo lavoro per la libertà di stare in mezzo alle vigne ed avere il giusto per campare. Poi è arrivato il commerciale ed è cambiato tutto, compreso il mio mestiere. Troppe cose e non hai più il tempo di stare in vigna tra commercializzazione, pubbliche relazioni ecc…”.
Ha gestito una vineria per 10 anni a Canale, esperienza che gli è servita per capire la differenza che c’è tra il gusto delle persone normali e quello dei giornalisti, tra le sue idee e quelle dei consumatori: “Sceglievano il vino con le guide in mano”. Ha già molti ricordi, ha visto il sogno di un Roero diverso, nascere a metà degli anni ottanta e realizzarsi, insieme a compagni di viaggio come Matteo Correggia. “Avevamo fatto le scuole insieme, poi ci eravamo persi di vista, poi ci siamo nuovamente ritrovati” ed hanno condiviso una bella fetta di vita, fino a che il destino ha deciso diversamente. “Ho visto persone che ora mi ritrovo ai vertici del giornalismo e della critica che ai tempi venivano da me e prendevano sbronze colossali con i vini che busciavano”.
Il mercato dice arneis, ma lui si sente addosso il nebbiolo, anche oggi, che tutto è diverso: “A differenza del tartufo e del barbera, il nebbiolo se lo togli dai suoi territori non viene proprio. Quindi, gli sono più affezionato”. Quell’odore di “camomilla selvatica e di paglia bagnata” che connota i nebbioli roerini, quanto meno se posizionati bene, quei tannini così polverosi, come fosse polvere di cacao, quando il cru si chiama Bricco Barbisa, e allora cominci a comprendere l’amore di molti per l’altro nebbiolo, quello dell’altra riva del Tanaro. Solo che devi saper scegliere. Errori ne sono stati commessi da queste parti: “Per esempio di voler vinificare come a Barolo e Barbaresco” o quanto meno voler imitare una certa concezione di quei due grandi vini, probabilmente deleteria da queste parti. Le macerazioni sono come tradizione vuole, lunghe, anche se i legni piccoli, dal secondo al decimo passaggio, poi decide il taglio. Il Bricco Barbisa 2001 è un gran bel nebbiolo, terroso e polveroso, minerale e ciliegioso, ma il 1999 ti fa capire che la stoffa risiede anche da queste parti: paglia secca, pesca e viola, amaretto ed un colore così integro, un tannino così fine e di classe.
Sfogliando il libro sul suo amico Matteo, quello dei Semi di Veronelli scritto da Sergio Miravalle, appena presentato, su una panchina mentre si prepara una sigaretta con cartina e filtro, si sofferma sulle foto in bianco e nero, alcune delle quali lo riguardano da vicino e non può fare a meno di annotare come la storia del Roero sia ancora giovane e da farsi, ma certamente, più di venticinque anni alle spalle non siano così pochi. “Qualcosa abbiamo già fatto”.
Alessandro Franceschini




