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La IV edizione, come sempre nelle splendide sale di Villa Bottini Costruita da Bernardino Buonvisi verso la metà del ‘500, unico esempio di villa lucchese all’interno delle mura urbane, non poteva rappresentare luogo migliore per la IV edizione della manifestazione dedicata ai grandi cru della costa toscana (bellissime le volte del salone e del portico affrescate da Ventura Salimbeni). Cinque le province a confronto:
– Grosseto con 12 Igt provenienti dai comuni di Massa Marittima, Magliano, Montiano, Manciano, Scansano, Sovana, Pitigliano e Arcidosso, 6 dalla Doc Montecucco e 3 Morellino di Scansano; – Livorno con 7 vini dalla Doc Bolgheri, 4 dalla Doc Val di Cornia, 4 Igt provenienti dalle stesse aree e 1 dall’Elba; – Lucca con 6 Doc Colline Lucchesi, 1 Doc Montecarlo e 11 Igt provenienti dalle stesse zone; – Pisa ha proposto il più elevato numero di vini ad indicazione geografica (16), 4 vini Doc Montescudaio e una Docg Chianti Cooline Pisane; – Massa con 2 soli vini Igt.
Perché un’anteprima Un numero di vini sufficiente a dare un’ampia panoramica delle possibilità espressive della zona costiera della Toscana e delle caratteristiche dell’annata 2003. Compito non facile valutare campioni che, nella maggior parte dei casi, saranno messi in commercio fra due anni. Ma è anche vero che questo tipo di anteprime ha una sua ragione di esistere, non certo per una mera esercitazione di bravura da parte dei degustatori, quanto piuttosto per fornire delle preziose indicazioni, ai produttori come ai consumatori, delle potenzialità e degli stili che si prefigurano in questa fase di maturazione.
2003: un’annata calda che ha creato qualche squilibrio E’ stata sicuramente un’annata calda anche lungo la costa toscana. Molto probabilmente le uve hanno avuto una maturazione abbastanza precoce, mentre i fenoli, al momento della vendemmia, dovevano essere in parte ancora acerbi. In molti vini ho riscontrato tannini aspri e verdi, ancora molto astringenti, di contro un frutto fortemente maturo, in alcuni casi già in confettura. In particolare nella zona di Pisa, hanno sofferto un po’ anche i vini a base sangiovese (che in altre zone hanno retto meglio) e ho avuto l’impressione di un’acidità inferiore alla media, nel lucchese mi è sembrato più difficile e meno morbido del previsto il merlot, mentre a Livorno, in particolare nei vini di Bolgheri è piuttosto evidente una certa difficoltà ad aprirsi e un ritardo nella maturazione dei tannini. Infine Grosseto (Massa, con 2 soli vini, non è indicativa), la presenza in alcuni vini di tonalità dal gusto amarognolo e di tannini duri, conferma una generale sensazione di squilibrio; un caso diverso i Morellino di Scansano, in particolare la riserva di Val delle Rose e il Capatosta di Poggio Argentiera hanno messo in evidenza una bella ricchezza di frutto e tannini più maturi. Annata quindi un po’ sofferta, ma certamente non negativa: colori quasi sempre intensi e profondi, molta polpa fruttata e, in molti casi, grandi possibilità evolutive. Nonostante i campioni fossero prelevati dalla botte, ho notato pochi casi di torbidità e la quasi assenza di difetti gusto-olfattivi. Certo non sono molti i vini con una personalità spiccata, non tanto per la qualità, mediamente elevata, quanto per lo stile che li accomuna: la presenza nella maggior parte dei casi di merlot, syrah e cabernet e la metodologia di vinificazione che è la stessa per tutti, malolattica e maturazione in barriques o tonneaux più o meno nuove, fatta forse eccezione per pochissimi casi come il Podere Casa al Piano di Tringali-Casanuova o il Chianti Colline Pisane Riserva delle Sorelle Palazzi. Uno stile, quindi, tra Bordeaux e la Côte du Rhône, che guarda senza nasconderlo ai gusti del mercato, soprattutto estero. Non è un caso che alcune delle cose più interessanti le abbia trovate nei vini a base ciliegiolo e sangiovese… Nella giornata di sabato 5 giugno, durante la quale ho effettuato la degustazione di tutti i prodotti disponibili, mancavano due vini che non erano stati inviati e dei quali non posso ovviamente parlare. Si tratta del Colline Lucchesi Niffo di Terre del Sillabo e del Cabernet di Montechiari, due prodotti non certo secondari che spero di avere occasione di poter valutare in un prossimo futuro. Ho scelto di aprire con Livorno semplicemente perché è questa la sequenza con cui ho effettuato le degustazioni, tutte rigorosamente a bottiglia coperta.
I vini della provincia di Livorno
- Partiamo con la Doc Bolgheri: non è stato difficile riconoscere il Sassicaia della Tenuta San Guido, nella sua veste come sempre assai poco disponibile in gioventù, ma con una classe che riesce sempre a trapelare anche nelle peggiori annate. Il colore è quello che si addice ad un cabernet sauvignon (con una piccola percentuale di franc), rubino scuro e concentrato con evidenti venature purpuree. Al naso è ancora dominante l’apporto del rovere, con i suoi toni balsamici e affumicati, ma nell’agitare il calice affiorano nuances di mora, mirtillo e una leggera prugna, poi spezie in formazione, una bella mineralità. Il tannino è finissimo e meno aggressivo di altri, la bocca rimane pervasa da una piacevole sapidità e da un bel ritorno di frutto.
- Appena di poco inferiore mi è sembrato il Grattamacco di Collemassari (la società che, sotto la guida di Claudio Tipa, ha acquisito l’azienda Grattamacco nel 2002), blend di cabernet sauvignon 65%, merlot 20% e sangiovese 15%, dal colore rubino di media intensità con venature amarena. I profumi richiamano la frutta fresca (amarena, ciliegia) e spezie dolci, mentre al gusto mostra un corpo non esuberante, ma bella finezza tannica e una sapidità di fondo che sostiene un finale non ancora del tutto espresso.
- Il Piastraia di Michele Satta, dall’equivalente dosaggio di merlot, cabernet sauvignon, syrah e sangiovese, denuncia un colore rubino cupo, con riverberi violacei e grande concentrazione. Dopo gli inevitabili sentori tostati e vanigliati, appare qualche sfumatura vegetale e, in ritardo, un frutto ancora sommesso (mora, mirtillo, amarena), poi cannella. Si sente al gusto una notevole giovinezza, il tannino è fine ma c’è un fondo lievemente amarognolo che non scompare a causa di un frutto ancora asciutto e poco espansivo. Intendiamoci, il vino è ancora tutto in fase di progetto e stenta ovviamente ad esprimersi, ma la materia è senz’altro di prim’ordine e per nulla scontata.
- Altro vino che ho trovato interessante è L’Argentiera dell’azienda omonima, a base di cabernet sauvignon e franc, syrah e merlot. Colore rubino cupo impenetrabile, al naso è intriso di una bella mineralità, anche se il legno ha decisamente bisogno di essere assorbito. Al palato emerge un bel frutto di bosco maturo e abbastanza rotondo (mora e mirtillo in primis), il tannino è ben estratto e di ottima qualità. Finale che chiude riproponendo la sensazione minerale.
- Meno disponibile l’Arnione dell’azienda Campo alla Sughera (merlot, cabernet sauvignon e franc, petit verdot), dal colore altrettanto carico e impenetrabile, ma dal profumo che stenta a schiudersi, si percepiscono i fiori rossi e la frutta scura (prugna, mora). All’assaggio è più gratificante, con ritorno di mora di gelso, tabacco e caffé, ma il tannino è ancora decisamente serrato. Nel complesso un vino che potrà dare maggiori soddisfazioni dopo un giusto riposo in bottiglia.
- Ancora scomposto e sicuramente da riprovare in futuro il Le Grascete dell’azienda omonima, a base merlot, cabernet sauvignon e sangiovese. Ho rilevato qualche squilibrio e note laccate sia all’olfatto che al gusto, anche se si percepisce una buona polpa, una struttura salda e tannini di qualità.
- Il Podere Casa al Piano di Tringali Casanuova (cabernet sauvignon, merlot, sangiovese), manifesta un colore rubino con venature purpuree, naso giocato su un bouquet floreale, frutta carnosa e matura, spezie dolci. La trama tannica è fitta, abbastanza astringente e lascia a fondo bocca una certa amaritudine, che si mantiene anche nel finale medio-lungo.
- Discorso diverso con il Paleo Rosso (nella scheda del 2003 è dichiarato come cabernet franc 100%) di Le Macchiole: il colore è rubino violaceo abbastanza concentrato ma non impenetrabile; al naso è fortemente marcato da note balsamiche e mentolate, tostato, poi emerge una speziatura mista dalla quale affiorano liquirizia e cacao su fondo appena vegetale. Al palato è denso e strutturato, il tannino decisamente aggressivo condiziona il finale un po’ asciugante, con ritorno di cacao e liquirizia.
- L’ultimo vino di Bolgheri è un Igt il cui nome non è stato ancora definito, prodotto dall’azienda Podere Lo Scopaio, che si manifesta in perfetta sintonia con gli altri vini della stessa zona, molto colorato, naso ancora controllato dal legno, frutto giovane (amarena, visciola), bocca con vivace acidità, tannino acerbo ma fine, una buona struttura e un finale che chiude un po’ presto.
- Dalla Doc Val di Cornia arriva il Vinivo (60% sangiovese, merlot e cabernet sauvignon in parti uguali) della Tenuta di Vignale con i suoi sentori di bacche, fiori rossi, mora, prugna e accenti balsamici. In bocca è di buon corpo, tannino asciugante e frutto giovane, poco espansivo, elementi che non rendono accattivante il finale, tutto sommato un po’ scarno.
- Molto meglio il Federico Primo di Gualdo del Re, uno di quei vini che riesco a riconoscere con una certa facilità. Questo cabernet sauvignon ha raggiunto una struttura invidiabile, un colore decisamente intenso e ostile alla luce apre la strada a sentori minerali, cenni di mora e prugna mature, legno aromatico e sottofondo balsamico. In bocca è corrispondente, con buona concentrazione di frutto e tannino fine, complessità ancora da venire ma finale più che corretto.
- Dall’azienda Rubbia al Colle, proprietà dei Fratelli Muratori (vi ricordate lo splendido Franciacorta Villa Crespia N.0 Dosaggio Zero?), arriva l’Usilio (60% cabernet sauvignon, merlot e una piccola percentuale di syrah), emblema di uno stile sempre molto elegante e mai estremo, riflesso nel colore rubino intenso con riflessi violacei, naso che, dopo un’iniziale tostato e vanigliato, si apre a bei sentori di mora di rovo, ciliegia e amarena. All’assaggio evidenzia un corpo non possente ma saldo e dai tannini nobili, anche se è evidente la necessità di un ulteriore affinamento per consentirgli di trovare un giusto equilibrio.
- Il Peccato di Jacopo Banti è un cabernet sauvignon in purezza, che sfoggia un colore rubino cupo e profondo, naso balsamico ma intriso di un bel frutto dolce (mora, mirtillo, ciliegia nera). Non delude al palato, donandoci piacevoli sensazioni fruttate su un corredo di freschezza che promette bene, tannini giovani ma non particolarmente aggressivi e finale di buona lunghezza.
- L’Igt Petra (cabernet sauvignon e merlot), prodotto dall’azienda omonima di Vittorio Moretti nel comune di Suvereto, è uno di quei vini che manifesta grandi potenzialità ma che, almeno fino ad ora, non mi sembra averle espresse pienamente. Su un ventaglio odoroso ancora fortemente dominato dalle sensazioni tostate, si affaccia una tonalità minerale che evidenzia un terroir influenzato dalla vicinanza con il mare e le colline Metallifere, per poi aprirsi a mora e prugna mature. Al gusto si esprime meglio, buon corpo e tannino fitto, ancora il rovere a fondo bocca, poi ritorna il frutto morbido che si distende nel lungo finale.
- L’Antares dell’azienda Terricciola, Igt a base merlot e cabernet sauvignon in parti uguali, proviene sempre dalle vigne di Suvereto e mostra un colore rubino scuro con accenti violacei senza esagerare nella concentrazione. Il naso è venato da balsamicità e legno aromatico, poi caffé, frutti di bosco e accenni al legno di liquirizia. In bocca ha discreta struttura, tannino fine ma un frutto che non si espande, lasciando la bocca sapida ma un po’ svuotata.
- Da Campo nell’Elba arriva la syrah (e si, in francese è sostantivo femminile) in purezza Oglasa, prodotto da Cecilia, un vino un po’ atipico dai richiami al chewing-gum all’amarena e al lampone, qualche accenno laccato, pochi tratti tipici del vitigno. All’assaggio non è molto elegante, piuttosto ripropone le sensazioni già percepite all’olfatto, i tannini sono abbastanza fini, il finale un po’ corto e non entusiasmante.
Provincia di Pisa
- Si parte con un Chianti Colline Pisane Riserva delle Sorelle Palazzi, un sangiovese in prevalenza con aggiunte di malvasia nera e canaiolo nero dal colore inaspettatamente intenso, rubino netto. Al naso compaiono richiami mentolati e balsamici, poi fiori di campo, amarena, ciliegia e visciola. L’impatto al gusto è di buona concentrazione, il tannino fine ma il frutto, inizialmente in bella evidenza, chiude in modo piuttosto repentino sul finale.
- Buona impressione dall’Igt La Tesa della Fattoria Santa Lucia, un ciliegiolo in purezza che dimostra di essere tutt’altro che un vitigno secondario, con il suo bel colore rubino cupo e concentrato, naso che risente ovviamente delle note tostate e di caffé, ma propone anche un bel frutto pulito e piacevole (mirtillo e mora), riproposto perfettamente al palato. La trama tannica è fitta e bisognosa di tempo per assottigliarsi, ma il frutto è già ben presente e non cede nel finale.
- Caratteristico il Genius Loci, sangiovese 100% della Tenuta di Burchino, dal timbro tannico un po’ ruvido ma dal buon apporto fruttato e balsamico che si mantiene senza difficoltà nel lungo finale.
- Parte bene il Reciso, altro sangiovese prodotto nella zona di San Miniato da Pietro Beconcini, con un colore rubino-violaceo molto bello e luminoso, naso che viaggia dalla viola mammola all’amarena e alla mora, pur presentando qualche residuo vegetale. Al palato si mostra più duro e bisognoso di tempo, il tannino è piuttosto immaturo e astringente, il frutto ancora fresco e acidulo non consente un finale disteso e piacevole.
- Ottima prova per il Moro di Pava, un sangiovese in purezza prodotto dall’azienda Pieve de’ Pitti in località Terricciola, dal colore rubino di media intensità, naso variegato che, dopo gli accenni balsamici e tostati del legno, sprigiona profumi di viola mammola, lampone, amarena, cenni di rabarbaro, su un delicato sfondo fumé e di spezie fini.
- La Spinetta ci propone il Sezzana, un altro sangiovese, per ora decisamente immaturo. Il colore è rubino con riflessi purpurei, il bouquet apre con richiami floreali e caramella alla frutta, cenni minerali e balsamici. In bocca è un po’ squilibrato, il tannino serra le gengive e lascia uno strascico amaro, il frutto fatica ad aprirsi e il finale chiude asciutto, appena sapido.
- Con A Sirio, sangiovese con un piccolo contributo di cabernet sauvignon, prodotto da San Gervasio, siamo in salita. Il colore si attesta su un bel rubino cupo e quasi impenetrabile alla luce; all’olfatto affiora evidente l’apporto della barrique con suggestive ma un po’ scontate note mentolate e balsamiche, poi si apre a fiori e frutta rossa matura. In bocca mostra un corpo saldo e fitto nel frutto, buona acidità e tannino fine; qualche sfumatura animale altera in parte la piacevolezza del finale.
- Per quanto riguarda il Nambrot, un tempo merlot in purezza che da alcuni anni gode dell’apporto di un 30% di cabernet sauvignon, prodotto dalla famiglia Venerosi Pesciolini, proprietaria della Tenuta di Ghizzano, mi ha fatto provare più volte grandi emozioni. Con la versione 2003, purtroppo ancora troppo giovane per poter offrire tutte le sue qualità, osserviamo un colore rubino acceso con belle venature purpuree. Accostandolo al naso si percepisce chiaramente la presenza del legno, note di rovere e tostato, vaniglia, cacao, poi arriva il frutto in via di maturazione (mora, visciola), le erbe aromatiche. Al gusto è concentrato, tannico ma sostenuto da abbondante polpa fruttata, anche se il finale reca in sé uno strascico amarognolo con ricordi di liquirizia che ne limita la dolcezza.
- Non male l’Aliotto della Tenuta Podernovo, acquistata nel 2000 dai fratelli Lunelli, produttori del famoso spumante Ferrari. Si tratta di un sangiovese per il 70%, merlot 20% e cabernet sauvignon per il restante; il colore è giustamente rubino con riflessi purpurei, mentre all’olfatto si sta componendo un bouquet dove le note di rovere e vaniglia sono già in fusione con i frutti maturi (mora, amarena), mentre sotto una non invadente sfumatura fumé si percepisce una delicata mineralità. Ha impatto convincente all’assaggio, anche se il tannino è ancora piuttosto rude e chiede tempo per integrarsi e trovare un giusto equilibrio.
- Da un assemblaggio di cabernet e merlot, arriva il Poggio Cosmiano della Tenuta omonima. L’assenza di sangiovese gli consente di avere uno dei colori più concentrati di tutta la batteria pisana, rubino cupo con riflessi nerastri. Al naso rispecchia nel frutto scuro e intenso le premesse offerte alla vista, mentre al gusto è ancora tenace e astringente, il tannino ha strascichi amari che si dimostrano più persistenti della polpa fruttata, mettendo in evidenza un’evoluzione sulla quale non è ancora possibile sbilanciarsi.
- Il N’Antia (nella scheda 2003 risulta un cabernet sauvignon in purezza) è prodotto da Badia di Morrona ed ha un colore rubino acceso e di buona concentrazione, naso che denuncia qualche cenno di ossidazione, un frutto (mora e ciliegia nera) molto maturo, accenni di cannella e liquirizia dolce. In bocca mostra un corpo solido e già maturo, tannino levigato e non particolarmente aggressivo, grazie anche alla notevole presenza di frutto che ritorna determinato e persistente.
- Rubino medio non concentratissimo, naso decisamente sovrastato dalle note balsamiche e di legno tostato, frutto che si apre con difficoltà. Queste le impressioni iniziali sul Varramista, una syrah con un 10% di merlot, proveniente dalle vigne di Montopoli in Val d’Arno di proprietà dell’azienda Varramista. All’assaggio conferma una certa reticenza a manifestare la propria personalità, il tannino non è certamente pronto e il frutto si espande a fatica lasciando la bocca un po’ insoddisfatta.
- Altra cosa mi è parsa la Syrah, terza e ultima nata de I Giusti & Zanza, dal colore rubino-violaceo e profumi di frutta fresca (prugna) e matura (amarena, mora), accompagnate da pennellate di pepe e da una pregevole nota balsamica. Concentrata e fitta in bocca, mostra di poter proporre un tannino deciso e forte senza impedire al vino di esprimere una intensa suggestione fruttata, già in fase di equilibrio.
- Il Castello del Terriccio presenta il suo Tassinaia, sangiovese, cabernet sauvignon e merlot in parti uguali, dal colore rubino cupo con nuances inchiostrate, carattere un po’ vegetale al naso, con note di peperone rosso, cenni di liquirizia e cassis. Al gusto evidenzia la sua giovinezza con un tannino fitto e un po’ ruvido, frutto ancora acerbo ed equilibrio lontano a venire. La struttura è però salda e può evolversi con successo.
- L’azienda Duca propone un vino il cui nome è ancora ignoto, ottenuto da un 85% di cabernet franc e un 15% di merlot, dai tratti floreali e balsamici, frutto in fase di maturazione (amarena, ciliegia), cenni vegetali. All’assaggio mostra tannini davvero ostili che marcano con decisione la sua estrema immaturità.
- Il Casalvecchio è un cabernet sauvignon interessante, proposto dall’azienda Pagani de Marchi e “curato” dall’enologo Attilio Pagli, molto noto nella regione. Rubino cupo, offre un ventaglio aromatico nel quale il frutto di bosco è ben espresso (mora di rovo, prugna), poi note balsamiche e di sottobosco. Al palato è meno espansivo a causa di tannini ancora indietro, piuttosto aggressivi, anche se si percepisce l’ottima struttura ed un buon sostegno di freschezza e sapidità.
- Chiudiamo la carrellata dei vini pisani con quattro Doc Montescudaio, la prima delle quali reca il nome Gobbo ai Pianacci, prodotto dalla fattoria Poggio Gagliardo. Il vino è una miscela di merlot e sangiovese, infatti il colore, rubino intenso con riflessi violacei, non raggiunge livelli esasperati di concentrazione. Si percepiscono belle sfumature di viola mammola e frutta rossa quasi matura (mora, mirtillo). Al gusto è già espansivo e quasi dolce, grazie ad un attacco senza difficoltà che copre parzialmente il tannino.
- Il secondo vino Doc Montescudaio, un merlot il cui nome è ancora da definire, proviene dalla Fattoria Sorbaiano, situata nei pressi di Montecatini Val di Cecina. Ha un aspetto vivace, rubino con nuances purpuree e violacee, emana effluvi balsamici, sensazioni di sottobosco, cenni di pepe rosa e mora. In bocca è ancora duro, il tannino poco concede alla piacevolezza e c’è qualche amaritudine che limita il finale.
- Dall’azienda biodinamica Caiarossa, arriva La Botra, un Montescudaio a base cabernet franc e sauvignon, petit verdot e merlot. Mostra un bel colore rubino intenso e di buona concentrazione, naso un po’ coperto dal rovere ma che lascia intravvedere una buona materia prima ed un frutto molto pulito (mora, mirtillo, ciliegia). All’assaggio ripropone un bel frutto vivo e corredato di buona freschezza, tannino giovane ma non eccessivo e finale di buona lunghezza.
- L’ultima Doc del pisano è il Montescudaio Rosso La Regola, del Podere La Regola, situato proprio a ridosso del fiume Cecina. Si tratta di un uvaggio che prevede un 85% di cabernet sauvvignon ed il restante merlot. Il colore è rubino cupo e impenetrabile, con evidenti riflessi inchiostrati fino all’unghia. Al naso denuncia qualche residuo vegetale, richiami alla buccia del frutto macerato, poi prugna e mora. In bocca è sostenuto da un frutto che attacca deciso e accattivante, buona struttura e tannino ancora tenace che non permette un finale del tutto disteso. Diamo tempo al tempo…
Province di Lucca e Massa Carrara
- Il primo dei due vini Igt Toscana della provincia di Massa Carrara è il Merla della Miniera del Podere Terenzuola. L’uvaggio comprende un 40% di merla (ovvero canaiolo nero), 40% merlot e colorino per il restante. Inizialmente mette in risalto una componente vegetale e qualche impurità olfattiva, poi si apre a note di ribes rosso. Al gusto ha buona struttura, tannino fine e frutto che si esprime solo in parte, in un contesto sinceramente poco coinvolgente.
- L’altro Igt è il merlot Montervo dell’azienda Cima, dal colore rubino-violaceo impenetrabile. Esprime un bouquet intenso che viaggia dai toni floreali alla liquirizia, al tabacco e ai frutti di bosco, in particolare mora e ciliegia. L’attacco al palato è di struttura sensibile e consistente, tannino fine, buon corredo di acidità e frutto che ritorna abbastanza espresso. Il finale è più che soddisfacente.
- L’unica Doc Montecarlo del lucchese presente a questa anteprima è rappresentata dal Carlo IV Riserva della Fattoria Vigna del Greppo. Da un uvaggio di sangiovese, merlot, syrah e canaiolo nero, nasce un naso variegato ma particolare con richiami vegetali, resine, lacca, pepe e legno balsamico. All’assaggio mostra un corredo tannico pulito e non invadente, discreto corpo e un finale abbastanza lungo anche se un po’ amarognolo.
- Come sempre piacevole il Cercatoja Rosso, Igt Toscana a base sangiovese, cabernet sauvignon, merlot e syrah, prodotto dalla Fattoria del Buonamico. Ha colore rubino-porpora e presenta profumi balsamici, fiori secchi, cuoio e frutti di bosco. In bocca è già godibile e di buona struttura, corpo elegante e già in via di equilibrio, con un bel sottofondo sapido che si mantiene per tutto il lungo finale.
- L’Anfidiamante della Fattoria del Teso è un sangiovese 70%, canaiolo nero 15%, syrah 10% e merlot 5%, dai profumi ancora chiusi ma dai quali trapela, dopo opportuna ossigenazione, note di more e mirtilli maturi, caffé e inizio di spezie composite. Corrispondente in bocca, conferma una certa classe, morbidezza e maggiore apertura al frutto.
- Attilio Tori ci propone questo Cosimo il Vecchio, un assemblaggio di cabernet sauvignon, merlot e syrah dal colore rubino con unghia purpurea di media concentrazione. All’olfatto propone note floreali, di ciliegia e amarena. All’assaggio si fa apprezzare per la già discreta armonia, buona corrispondenza aromatica, frutto ben espresso e finale discretamente lungo e soddisfacente.
- Per quanto riguarda il Conte Rosso, altro Igt della zona di Montecarlo a base cabernet sauvignon, syrah e merlot, prodotto dall’azienda agricola Anna Maria Selmi, il colore è rubino purpureo di buona intensità. Propone un discreto corredo fruttato a base di ribes, amarena, ciliegia mature ma senza eccessi, qualche accenno vegetale. In bocca è piuttosto semplice ma gradevole, ha tannino fine e non aggressivo, finale coerente.
- Nata nel 1996, la Fattoria La Torre è gestita dalla famiglia Celli che produce l’Esse, una syrah in purezza che ho apprezzato molto nel millesimo 2001. Questa versione si avvicina ma non mi sembra in grado di poterne eguagliare la prestazione, almeno per il momento. Si tratta comunque, già ora, di un prodotto di assoluto interesse, dai profumi di frutti di bosco e fiori rossi, eucalipto e accenni di pepe rosa. Ha buon spessore e acidità, tannino misurato, gusto che ripropone note balsamiche e mentolate, corredate di buon frutto e finale lungo.
- Fuso Carmignani, oltre ad essere uno dei vignaioli più veraci di tutta la toscana (basta pensare agli stravaganti nomi che dà ad alcuni suoi vini), ma è anche uno che crede nella tradizione vinicola e accetta solo quelle pratiche atte a migliorare la qualità dei vini mantenendo inalterate e riconoscibili le caratteristiche dei vitigni e del terroir. Il suo For Duke, a base syrah con un 45% di merlot e un 15% di sangiovese (variabili secondo le annate), ha colore fitto rubino-violaceo molto concentrato, con un naso caratteristico e personale, dove affiorano note balsamiche, liquirizia, mora, ciliegia e mirtillo maturi. Al gusto è, al contrario di altre occasioni, più morbido e dal tannino già abbastanza smussato e domabile, grazie soprattutto alla bella polpa fruttata che ritorna generosa nel lungo finale.
- Il Picchio Rosso del Colle di Bordocheo apre la serie della Doc Colline Lucchesi. Sangiovese al 90% e cabernet sauvignon per la restante parte, si offre alla vista di colore rubino inchiostrato quasi impenetrabile, naso intensamente ricco di frutto quasi maturo (ciliegia, amarena, visciola), note di menta e eucalipto. Fresco in bocca, ha buon corpo e acidità, frutto che si ripropone corrispondente e finale oltre la media.
- Sangiovese al 90% con un tocco di syrah, il Brania delle Ghiandaie della Fattoria Colle Verde è un vino che si fa piacere per i profumi nitidi e variegati dove ai toni balsamici si mescolano pepe, spezie fini e frutta rossa. All’assagio è carico, fitto di frutto, tannino importante ma non estremo, finale che si espande bene promettendo una buona evoluzione.
- Ottima impressione e conferma di uno dei migliori vini rossi della zona, il Colline Lucchesi Tenuta di Valgiano dell’omonima azienda Tenuta di Valgiano. Un uvaggio variabile di anno in anno che comprende una quota maggiore di sangiovese, poi syrah e merlot. Ha colore rubino cupo e concentrato, naso con note speziate eleganti, frutta rossa, sottobosco e cenni minerali. Al palato non delude, proponendo un tannino deciso ma già in fase di polimerizzazione, impatto fruttato pieno e già morbido e finale considerevole.
- L’azienda Camigliano propone l’ottimo Nero del Gobbo, sangiovese e merlot dal colore rubino-violaceo di media profondità. I toni olfattivi richiamano la violetta di campo, i frutti di bosco (mora, ciliegia), sensazioni balsamiche. In bocca ritorna un bel frutto vivo, supportato da buona acidità, il tannino è ancora acerbo ma il vino ha buone prospettive evolutive grazie ad una spalla solida.
- Il Sebastiano dell’azienda Sardi-Giustiniani si presenta con un colore rubino di media concentrazione. Al naso appaiono note di caffé, sensazioni mentolate, bacche, frutta rossa. Al palato mostra un’astringenza decisa, un frutto poco espansivo, ma soprattutto lascia a fondo bocca sensazioni animali e di fondi di caffé che non ne esaltano la piacevolezza. Vedremo come evolverà…
- Interessante l’ultima Doc Colline Lucchesi Rosso Maria Teresa dell’omonima tenuta, ottenuto da un uvaggio quasi paritario di merlot e cabernet sauvignon. Rubino intenso e abbastanza compatto, si offre all’olfatto con iniziali cenni di caffé tostato e cacao, per poi schiudersi a mora, prugna e ciliegia mature. Attacca abbastanza deciso all’assaggio, il tannino è fine e contenuto, anche se il finale è un po’ amaricante.
- Apre un’altra serie di Igt Toscana, tutte dell’area Colline Lucchesi, il Melograno del Podere Concori, il “primo vino di montagna”, come è stato battezzato dalla guida di Gambero Rosso e Slow Food, una selezione di vitigni autoctoni della Garfagnana che Gabriele Da Prato cura con impegno assoluto. In questa versione mostra un corredo olfattivo che viaggia tra il ribes e tono vegetali, la ciliegia e qualche sfumatura laccata. Al gusto si presenta ancora molto giovane, il tannino morde ma con garbo, il frutto è ancora in fase di composizione e maturazione. Buone prospettive evolutive.
- I Pampini, ovvero le foglie della vite, è un sangiovese quasi in purezza con un’aggiunta del 5-10% di teroldego, prodotto dalla Fattoria di Fubbiano. Il colore si presenta rubino cupo con venature violacee, mentre i profumi sono ancora condizionati dai toni balsamici della barrique, anche se si colgono tabacco, mora e ciliegia non ipermature a renderlo piacevole. All’assaggio conferma bisogno di tempo per smussare le asperità del tannino, ancora duro e acerbo, mentre il frutto non è ancora abbastanza aperto da poter ridurre il dislivello durezza-morbidezza.
- Rubino-nerastro molto concentrato. Così si presenta l’Ebrius della Valle del Sole, un sangiovese 80%, merlot 10% e cabernet sauvignon per il rimanente. Al naso esprime prevalenza di frutto, mora, mirtillo e ciliegia nera matura, mentre al gusto, pur evidenziando una buona struttura, denuncia tannini aggressivi e non pulitissimi, confermati da una nota amara che si mantiene nel finale.
- Sempre dalla zona delle Colline Lucchesi, l’Igt Solgirato, sangiovese al 50% più cabernet sauvignon e merlot, dell’azienda Eredi Bini Dora, presenta un colore rubino intenso arricchito da nuances viola-porpora. All’olfatto non è pulitissimo a causa di probabili cessioni del tappo, che però potrebbero svanire durante l’affinamento. La bocca è più limpida, con un bel frutto maturo (mora, prugna), tannino di buona fattura ma finale un po’ corto.
- L’ultimo della tornata lucchese è il Poggio de Paoli prodotto da La Vigna di Gragnano, un rosso a base merlot, cabernet sauvignon e franc dal colore rubino intenso con riverberi purpurei che esprime un bel ventaglio di frutta matura, in particolare mora, prugna e ciliegia, spezie in formazione e un bel sottofondo minerale. In bocca ha buon corpo e notevole giovinezza, il tannino è ancora poco duttile e il frutto, pur sostanzioso, richiede ancora tempo per esprimersi appieno. Il finale è medio-lungo. Buone prospettive evolutive.
Provincia di Grosseto
- Iniziamo con la prima Doc Montecucco: il sangiovese Poggio d’Oro dell’azienda Le Calle, sita a circa 350 m. slm. in località La Cava, nel comune di Poggi del Sasso. Il colore, come si addice a un sangiovese, è rubino medio senza concentrazioni estreme, naso con note fruttate di mora, ribes, ciliegia molto mature e qualche sfumatura laccata. All’assaggio offre un frutto dolce e tannini levigati ma meriterebbe una maggiore complessità.
- Alessandro Bocci, proprietario dell’azienda Perazzeta, ci propone una Riserva di sangiovese in purezza, il Licurgo, dai richiami tostati e affumicati, supportati da note di tabacco e spezie, frutto non in evidenza ma ha bei tratti minerali. Al palato è corrispondente, ha buona struttura e tannino ancora rude e amarognolo, finale medio e sapido.
- Il terzo sangiovese, sempre dall’omonima Doc, è il Rigomoro della Tenuta di Montecucco, ha colore rubino di buona intensità e concentrazione, naso ancora chiuso e coperto dal rovere, che lascia trasparire accenti di ciliegia e mora, poi pepe. In bocca ha bell’impatto, frutto dolce e rotondo, tannini già abbastanza smussati e finale di buona lunghezza, dai tratti quasi internazionali (che ci sia ancora l’apporto del syrah?).
- Il Grotterosse dell’azienda Salustri è un sangiovese all’80% con il rimanente dedicato al cabernet sauvignon. A colore rubino medio leggermente trasparente, naso balsamico e minerale, mora e prugna mature. All’assaggio non convince pienamente, è scomposto, il tannino non finissimo, qualche amaritudine di troppo e un finale che chiude asciutto. Sintomi che potrebbero almeno in parte ridursi con il tempo.
- Il Montecucco Orto di Boccio Riserva è un sangiovese all’80%, con aggiunta di merlot e un 5% di cabernet sauvignon, prodotto dall’azienda Villa Patrizia, dal colore rubino con riflessi granati, naso di buona complessità con eleganti sfumature speziate e balsamiche. In bocca è meno espansivo, ha tannino serrato, il frutto stenta ad aprirsi e c’è un fondo amarognolo che continua nel finale penalizzandolo. E’ un vino dalla sicura progressione evolutiva, peccato averlo degustato ora.
- La Collemassari, già nominata per il Grattamacco (vedi), ci propone il Montecucco Collemassari Riserva, a base sangiovese e ciliegiolo, dal colore rubino medio, profumi che richiamano il ribes, la resina e qualche traccia vegetale. Al gusto soffre della mancanza di affinamento, mostrandosi serrato nei tannini, piuttosto acerbo nel frutto, ma di buona struttura. Da riprovare a fine permanenza in bottiglia.
- La prima Doc Morellino di Scansano Riserva è un sangiovese in purezza dell’azienda Val delle Rose, una delle quattro proprietà della famiglia Cecchi (le altre sono Villa Cerna nel Chianti Classico, Castello di Montauto a San Gimignano e Tenuta di Montefalco in Umbria). Si tratta di un prodotto senz’altro riuscito, già gradevole grazie al frutto copioso e in confettura di mora, mirtillo e prugna; un sottofondo minerale e di sottobosco ne evidenzia il carattere elegante. L’impatto al gusto è corrispondente e generoso, il tannino fitto e importante è in fase di amalgama con la polpa del frutto e il finale sapido ne guadagna in piacevolezza.
- Come sempre intenso il Morellino di Scansano Capatosta di Poggio Argentiera, dal colore rubino con riflessi purpurei e naso con accenti speziati già in bella evidenza, tabacco, cacao, bel corredo fruttato di mora, cardamomo, visciola matura e ciliegia nera. Al palato si distende bene, mostrando un tannino già “tenero” e una bella trama setosa dove il frutto si offre corrispondente nel lungo finale.
- Terzo e ultimo rosso Doc Morellino, il San Giuseppe della Fattoria Mantellassi. Si tratta di un blend di sangiovese 85%, cabernet sauvignon, malvasia nera e canaiolo nero, dal colore rubino cupo e dal profumo caratteristico, di mora e marasca, con accenni balsamici e vanigliati. Al gusto ha medio corpo, tannino abbastanza fine e frutto meno generoso, non è complesso ma molto tipico per la tipologia.
- Un cambiamento radicale dalla Maremma Toscana con l’Igt Avvoltore di Moris Farms, 75% sangiovese, 20% cabernet sauvignon e una piccola quota di syrah. L’Avvoltore è un vino che non passa inosservato, colore rubino molto concentrato, naso che denuncia una bella presenza di estratti, profumi di fiori secchi, bacche e selvatici, poi mora di rovo, amarena e mirtillo, liquirizia, su un sottofondo balsamico e minerale. Ha bocca densa e ricca di corpo, tannino forte ma nobile, sapore caldo e sapido, ricco di frutto ma anche di accenti vanigliati e balsamici. Finale molto lungo.
- Bel vino anche il Poggio Bestiale della Fattoria di Magliano, un uvaggio paritario di cabernet sauvignon e merlot che mostra un colore rubino violaceo profondo e compatto, naso concentrato e fitto, ricco di spezie fini, pepe, ginepro e frutta nera. All’assaggio si espande bene, con un frutto già rotondo che copre parzialmente il tannino fine, per poi chiudere nel lungo finale con una piacevole vena sapida.
- Cabernet sauvignon, merlot e cabernet franc sono le uve che contribuiscono alla produzione del Poggio Verrano della Tenuta omonima. Il colore è rubino con macchie inchiostrate, il bouquet offre richiami balsamici, bacche, amarena, mora e prugna in via di maturazione. Al gusto è meno pronto e bisognoso di affinamento, il tannino è duro e piuttosto ruvido, l’acidità non è ancora fusa nel frutto e il finale, sapido, chiude un po’ contratto.
- Nell’area di Manciano, in piena maremma toscana, nasce il Marsiliana, un cabernet sauvignon al 60%, con apporto di merlot al 30% e di sangiovese per il restante, prodotto nella Tenuta omonima, proprietà della famiglia Corsini. Ha colore rubino fitto di media concentrazione, all’olfatto richiama sentori vegetali di peperone, alloro ed erica, floreali di viola passita, poi ribes, prugna e mora, tabacco, cuoio e vaniglia. Al palato è gradevole, intenso e dal tannino elegante, fitto nella struttura, progressivo e generoso nell’espandere la trama composita del frutto e delle spezie. Il finale è lungo e persistente.
- Sempre lineare e ben fatto il Tenuta Belguardo, cabernet sauvignon, sangiovese e merlot della Tenuta omonima proprietà dei Marchesi Mazzei. La composizione prevede un apporto essenziale di cabernet sauvignon, seguito da un 20% di sangiovese e dal 10% di merlot. Ne emerge un vino dal colore rubino intenso con bagliori violacei, profumi intensi di frutti di bosco quali mora e amarena, seguiti da nuance di menta e chiodo di garofano. All’assaggio dimostra una minore maturità, sottolineata da un tannino ancora scorbutico che, con il tempo, troverà equilibrio nell’abbondante massa fruttata.
- Alla sua terza uscita nel palinsesto maremmano il Mandrone di Lohsa, di cui avevo già presentato l’annata 2001 (vedi), frutto della mente fervida e sperimentatrice di Federico Carletti proprietario della famosa azienda di Montepulciano Poliziano. Frutto di un uvaggio originale che vede un 80% di cabernet sauvignon arricchito da un 20% di petit verdot e alicante in parti uguali, il Mandrone conferma di essere sulla strada buona per raggiungere livelli di vertice. Il colore è rubino cupo, mentre al naso è ancora parzialmente prevalente la componente tostata del legno, anche se sotto si sentono già composizioni floreali e una bella mineralità. In bocca è, come prevedibile, ancora serrato dai tannini astringenti, sviluppa un frutto progressivo e in via di maturazione che si mantiene bene nel lungo finale.
- Gran bella prova per il Sesà, l’altro vino proveniente dall’area di Manciano, dell’azienda Poggio Foco. L’uvaggio comprende una quota maggioritaria di cabernet sauvignon, più un 15% di merlot e un 5% di alicante. Il colore è rubino profondo, al naso è intenso e profumato di mora, ciliegia e mirtillo, arricchito da note balsamiche e di legno aromatico. Corrispondente e già godibile, rirpopone al gusto un frutto pieno e rotondo, tannino setoso e finale di buona lunghezza, senza strascichi amari.
- Isistro è il nome di questo vino a base syrah proveniente dalle colline di Cinigiano, prodotta dall’azienda biolgica La Schiaccionaia, già nota per la produzione di ottime castagne. Rubino cupo e impenetrabile, denuncia una forte presenza di aromi di legno tostato e caffé, per poi aprirsi a note di mora di rovo e mirtillo, fino a sentori minerali e mentolati. In bocca è concentrato, ha tannino fitto ma pulito, frutto meglio espresso e finale lungo e nitido.
- Il Campo Montecristo dell’azienda Serraiola sita in località Frassine presso il comune di Monterotondo Marittimo, è un uvaggio che vede un contributo prioritario di merlot, seguito da syrah e sangiovese. Di aspetto rubino cupo con riflessi viola, offre sentori di frutta matura, mora, ciliegia e visciola, seguiti ad accenni di pepe e vaniglia. Appena meno avvolgente, dopo la deglutizione conferma una buona presenza di frutto e un tannino non ispido, buona corrispondenza e finale coerente.
- Dall’area di Sovana arriva uno splendido ciliegiolo, il San Lorenzo di Sassotondo, che conferma le grandi possibilità di questo vitigno, attraverso un colore rubino compatto e profondo, un bouquet che si dilata progressivamente passando dai fiori secchi alla mora matura e al mirtillo, suggestionato da nuances balsamiche e di cacao, da pepe e vaniglia. In bocca non è meno piacevole, ha tannino molto ben fatto, soprattutto nascosto dalla bella presenza di frutto che non si spegne nel finale.
- Un altro ciliegiolo degno di interesse è il Poggio Cavalluccio della Tenuta Roccaccia, proveniente dalla zona di Pitigliano. Il colore si attesta su tonalità rubine, moltro profondo e concentrato, al naso sprigiona aromi di caffé torrefatto, cacao, liquirizia, cannella e frutta rossa. Al palato è perfettamente in sintonia, tannini già morbidi e frutta e spezie che si ripropongono fedeli nel lungo finale.
- L’ultimo vino si chiama Il Tempio, proviene dall’azienda La Carletta, situata in località Preselle Sergardi in prossimità di Scansano, nel cuore del Morellino. E’ composto da sangiovese, alicante, merlot e cabernet sauvignon e presenta un colore rubino cupo con riflessi nerastri, sfumature floreali, accenni di ribes e mora, qualche riverbero vegetale. E’ ancora piuttosto chiuso e aggressivo al gusto, a causa di un tannino serrato e bisognoso di tempo per ammorbidirsi. Nel complesso è interessante e può evolvere senz’altro in positivo.
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