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I racconti di Alda: Sorelle

Sorelle
Immagine da “Le tre sorelle” di A.Checov, fonte Teatri Associati di Napoli

Quasi dieci anni che non aveva più alcun rapporto con loro e adesso, tra due ore o forse anche meno, le avrebbe riviste. Non ritrovate, soltanto riviste, lì, nella vecchia casa dove aveva vissuto venti anni della sua vita. In famiglia. Era stata la mamma a chiamarla, proprio quella stessa mattina.
Le sette. Gli occhi ancora chiusi, la mano incerta alla ricerca del cellulare. “Papà sta male, non spaventarti, le tue sorelle sono già qui, ma è importante che venga anche tu. Lui ti vuole”. Subito sveglia. Le gambe fuori dal letto. Inutile fare domande, perdere minuti forse preziosi. “Il tempo di prepararmi e parto”.
“Non correre con la macchina, non c’è un pericolo imminente, è ancora tutto sotto controllo”.
La mamma. Come la riconosceva in quella raccomandazione e in quelle poche parole buttate lì quasi per caso, solo per non preoccuparla troppo.
Arrivo” e già il pensiero era lì, accanto a suo padre. Lui ti vuole. Aveva sempre saputo che, nonostante tutto quello che era accaduto, lui non aveva mai smesso di volerle bene e di essere dalla sua parte. “Le tue sorelle sono già qui”. Questo era il secondo pensiero che la turbava. Mettilo via, disse a se stessa, ora non conta niente. Lui ti vuole. Solo questo conta. Non la escludeva, non l’aveva mai fatto. Buttò in fretta in un piccolo trolley pochi indumenti indispensabili. Lavarsi. Rapidamente. Vestirsi. Attenta al tempo. Bevve una tazzina di caffè avanzato dal giorno prima e via di corsa. Le chiavi della casa e della macchina, chiamare l’ascensore. Non si sentiva il minimo rumore nel palazzo, (il pomo della discordia), il garage, il motore acceso e… un’ultima breve pausa per essere certa di non aver trascurato nessun particolare importante. Fuori: era sabato e per fortuna la città era in gran parte ancora sonnacchiosa e quando infine ne uscì cercò di allentare la tensione concentrandosi sui campi di girasole, sullo sfondo delle montagne, i piccoli laghi che apparivano all’improvviso come specchi posti lì, volutamente, da un architetto fantasioso. Le ricordavano i ritagli di carta stagnola che illuminavano i grandi presepi che suo padre creava per lei e le sorelle quando erano bambine. Simona e Silvia le gemelle e lei la piccola, nata dieci anni dopo e mai accettata da loro. Due corpi sì, ma un’anima sola. Per loro non era mai stata la “piccola”, ma la “diversa, l’intrusa”. Lei non aveva diviso quasi niente con loro, infanzia adolescenza giovinezza, niente. C’era troppa differenza di età. Non poteva entrare nel loro mondo, farne parte e crescendo la differenza aumentava, diventava ancora più incolmabile. I loro amici, gli innamorati, le feste, lei era un impiccio, doveva starne fuori. Ferma lì, ragazzina, lì con le tue bambole e i tuoi perché e infine la separazione totale. Il distacco.
Per un’eredità, pensò senza perdere di vista la strada e il paesaggio e poi… E poi, all’improvviso, apparve il mare. D’estate o d’inverno lei lo amava. Era nata e cresciuta in una città di mare. Ne riconosceva l’odore a distanza, il rumore delle navi in arrivo, la vita movimentata del porto, tutto quel mondo che le era mancato tanto durante quei dieci anni, anche se era tornata qualche volta, soprattutto per i suoi genitori, ma non era certo la stessa cosa. Visite passeggere, pochi giorni che passavano troppo in fretta lasciandole un senso di vuoto. Sia pure in un modo diverso, dai suoi genitori non si era mai separata, avevano continuato a far parte della sua vita e lei della loro. Impossibile dimenticare di essere figli. Forse per le gemelle era diverso. Da loro, direttamente, non aveva mai avuto notizie, solo dalla mamma, a volte. Sapeva che abitavano nella stessa città e nello stesso quartiere, in centro, e insieme dirigevano una boutique che andava molto bene e che rappresentava tutto quello che avevano sempre desiderato poter realizzare. La moda e il successo in quel campo. I loro abiti, la loro eleganza, la loro bellezza. Le aveva sempre ammirate e le avrebbe volute, non solo sorelle, ma amiche… Com’era possibile che tre sorelle rompessero ogni rapporto per una questione di soldi? Per loro era andata proprio così.
Lo zio Ottavio, ricordò. Unico fratello di suo padre, mai sposato, morendo aveva lasciato una piccola fortuna distribuita in modo tutt’altro che equo. Una casetta in campagna a Simona, un anello sia pure prezioso a Silvia, poche cose al fratello, a lei un attico con terrazzo a Roma e tutto quello che possedeva in denaro liquido. Tanto. Nonostante amasse la sua città lei aveva sempre sognato di vivere a Roma, frequentare l’Università, diventare architetto e avere uno studio tutto suo. Lo zio Ottavio aveva permesso che i suoi sogni si realizzassero, ma il prezzo pagato era stato molto alto. Aveva proposto alle sorelle di dividere una parte dell’eredità, a lei sarebbe bastata la casa ma loro, non solo avevano rifiutato, ma l’avevano buttata fuori dalla loro vita e giurato odio senza ripensamenti per lo zio Ottavio. Lui, la pecora nera della famiglia.
Lo ricordava bene. Non era facile amarlo. Era imprevedibile, di umore mutevole, arruffato dentro e fuori. Non si era mai sposato e niente si sapeva della sua vita privata, delle sue relazioni. Partiva all’improvviso, spariva per mesi per poi ricomparire altrettanto all’improvviso e quando si fermava da loro portava una pianta per il giardino e un dolce, ma i regali erano soltanto per lei che avrebbe voluto dividerli con le gemelle, sempre senza successo. Loro rifiutavano. Quella dichiarata preferenza dello zio per lei creava malumori e atteggiamenti sgradevoli. (Quei loro sguardi colmi di disprezzo). Le gemelle avevano sempre dimostrato antipatia e fastidio per lo zio, lo evitavano, erano sgarbate e lui le ricambiava con una totale indifferenza. Al contrario lei lo aveva sempre accolto con un sorriso, fin da piccola. Tutti lo criticavano, c’era chi diceva che bevesse e si fosse arricchito in modo illegale, ma lei non l’aveva mai visto ubriaco, anzi il suo alito aveva sempre un buon odore di menta e non le risultava che avesse mai avuto problemi con la giustizia. Forse era stato proprio perché non si era mai sentito amato, ma tutti contro, diffidenti, formali e distaccati, che tra loro due si era creata una specie di solidale complicità. Forse sembrava a entrambi che i loro destini si assomigliassero. Nessuno l’aveva accolta con entusiasmo quando era arrivata, piccola e grinzosa, in una famiglia dove ognuno aveva già il suo posto e non aveva nessuna intenzione di cederne una parte a lei.
Sono ingiusta, pensò, mamma e papà mi hanno amata subito, ma forse non hanno fatto abbastanza perché anche le gemelle mi accettassero. Così loro l’avevano addirittura buttata fuori dalla loro vita accusandola di aver manipolato lo zio con moine e false attenzioni, proprio mirando all’eredità. Basta. Una tregua. Un respiro. Un semplice “ti vogliamo bene”. Niente. Esclusa. E adesso che cosa sarebbe accaduto?
Ed eccola in viaggio verso casa. La voce della mamma: ”papà sta male, papà ti vuole”. Ancora poco. Mezz’ora, un quarto, minuti…
Arrivata. Sono io, sono qui. Guardò la casa rossa, il giardino fiorito, curato dal padre con vera passione. Sono qui. Il suono del campanello, il leggero cigolio del cancello che si apriva. I miei passi lungo il vialetto fino alla porta, la mamma che mi viene incontro.
“Papà?”. Ansia. Paura.
“Ora sta riposando, entra. Pare che il peggio sia passato, ma è sempre stanco, sfiduciato. Sembra che non voglia lottare, guarire, come se…”. Parole sospese. Il senso, qual è il senso? Un forte abbraccio. Sono a casa e la mamma pare serena, nonostante le sue preoccupazioni.
Non chiese delle sorelle. Camminò in punta di piedi fino alla stanza del padre, più tardi sarebbe andata a prendere il trolley che aveva lasciato in macchina. “Camilla”. Un nome sussurrato a due voci. Si voltò lentamente e loro erano lì, dopo dieci anni di nuovo vicine, reali e si rese conto per la prima volta quanto le fossero mancate, nonostante il silenzio di quel lungo tempo trascorso, nonostante il distacco che avevano sempre messo tra loro e lei, anche quando vivevano insieme. Le gelosie, il rancore, lo zio Ottavio, l’eredità e lei…Lei le aveva sempre amate quelle sue due sorelle nemiche, anche in quel momento le amava, sempre belle, eleganti, qualche ruga intorno agli occhi e alle labbra, più morbide nell’espressione. Nessun ritocchino.
Siamo contente che anche tu sia qui, la mamma ci aveva avvertite. Sono passati così tanti anni, non sai quante volte avremmo voluto…ma poi il disagio, l’incredulità per il nostro comportamento, ci è mancato il coraggio, dieci anni sono davvero tanti, troppi e forse tu…”.
Ancora parole sospese. “Io niente” mormorò. Era confusa, stordita. Davanti a loro c’era la camera del padre e lui era il solo che contasse in quel momento. Erano lì per lui, tutte e tre“.
Entriamo, lui sicuramente ci aspetta”. Aprì adagio la porta. Doveva vederlo, capire, carezzare quel viso stanco, pallido, sorridergli e rassicurarlo. C’erano tre sedie allineate accanto al letto. La mamma. Era stata sicuramente lei a pensarci. Come se avesse detto “adesso basta, siete cresciute, tutte e tre”.
Le gemelle sedettero, lasciando libera la sedia centrale.
Dopo tanto tempo sarebbe stato meglio poterci incontrare per un’occasione migliore” sussurrò Simona “siediti fra noi Camilla, a meno che tu non preferisca ignorarci. È passato troppo tempo, tu non sei più la piccola rompiscatole di allora, quando ci stavi sempre tra i piedi“.
Ormai siamo cresciute tutte e tre, siamo adulte e possiamo chiederti scusa. Siamo state tremende con te” mormorò Silvia. ”Dobbiamo assolutamente chiarirci, anche per lui”.
Lui. Quell’uomo magro, stremato. Il padre. Troppo facile, pensò. Avevano davvero un senso quelle parole di scusa dopo dieci anni di silenzio totale? Quel pentimento così tardivo e precipitoso. Forse era tutta opera della mamma o del padre malato. Una volta via da qui chissà, forse tutto come prima. Pensieri pesanti, dubbi che facevano male ma non parlò, non era il momento. Più tardi forse. Sedette in mezzo a loro. Una speranza, una sola. Che il padre, aprendo gli occhi e vedendole tutte e tre una accanto all’altra, ritrovasse la forza e la voglia di lottare. Tutto il resto sarebbe venuto dopo. Forse era passato davvero troppo tempo. Forse…

Alda Gasparini

Alda Gasparini

Musicista e scrittrice, da sempre amante di tutto ciò che è bello e trasmette emozioni, si è diplomata in pianoforte e per un certo periodo della sua vita ha eseguito concerti. Poi si è dedicata al giornalismo, scrivendo recensioni e critiche musicali; successivamente ha iniziato a scrivere romanzi e racconti, pubblicati su numerose riviste di settore, ha collaborato con autori importanti come Scerbanenco e Morante. Ancora oggi scrive racconti, brevi e avvincenti, toccando molti aspetti della natura umana.

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