10 annate di Ghiaie della Furba Capezzana raccontano il territorio di Carmignano

Ci troviamo in Toscana, a Carmignano in provincia di Prato, la DOCG – arrivata nel 1990 – è una delle quattro appellazioni più antiche menzionate in letteratura. Una storia antica che ha sempre identificato quest’area come “vocata al vino” già nel 1716 dal Gran Duca Cosimo III de’ Medici.
Qui si produceva vino fin dall’epoca etrusca e romana, come viene testimoniato dal ritrovamento di vasi di vino all’interno di alcune tombe etrusche e dal ritrovamento di una pergamena datata 804 d.C., che è stata rinvenuta nell’archivio di stato di Firenze si tratta di un contratto di affitto che documenta come già 1200 anni fa a Carmignano venissero coltivati olivi e viti.

Situata sulle pendici del Montalbano a Nord Ovest di Firenze, la zona di Carmignano, si estende per trentanove chilometri quadrati e ha un microclima particolare, totalmente diverso dalle altre zone viticole toscane; gode di una forte escursione termica, il che rende i vini estremamente longevi ed eleganti. Durante i calori estivi, il fresco vento pomeridiano, proveniente dagli appennini, entra senza difficoltà dando refrigerio alle viti.
In questo peculiare contesto si inserisce la Tenuta di Capezzana, una realtà agricola, che produceva vino dal lontano 804 D.C. ed è tra le aziende vinicole toscane (italiane) più antiche.
Compresa all’interno del “Barco Reale”, un’antica riserva di caccia, Capezzana si estende per 650 ettari di cui 78 a vigneti, 140 dedicati alla coltivazione delle olive ed il resto boschivo e seminativo.
Quest’area fu istituita dal granduca Ferdinando II de Medici nel 17 maggio 1626 e ha mantenuto nei secoli la sua integrità.

Dal 1920, l’azienda Capezzana è di proprietà della famiglia Contini Bonacossi che da anni ne è custode della storia e ne preserva la memoria.
Ugo Contini Bonacossi negli anni ’60 del 1900 trasforma Capezzana dalla mezzadria in azienda moderna, iniziando ad esportare all’estero facendosi aiutare dai figli. Rievocando le sue parole: ”Tradizione non come una statua ferma e statica, ma come una scia di una nave in continuo movimento”.
Quindi non si tratta solo di storia, ma di capacità di visione e di legame con le proprie radici, come è reso evidente dalle scelte fatte alla fine degli anni Settanta del 1900, quando Ugo Contini Bonacossi nel 1979 decide di realizzare il Ghiaie della Furba un Toscana I.G.T., frutto del desiderio di produrre a Carmignano un vino con un uvaggio bordolese. Un Toscano con varietà internazionali, un’intuizione felice che si conferma oggi a distanza di oltre 40 anni.

Oggi, la famiglia Contini Bonacossi, arrivata alla quinta generazione, è custode della storia di questo territorio e ne preserva la memoria. Un passaggio generazionale tra i figli di Ugo e i nipoti, adesso inseriti a pieno titolo in posti chiave nella gestione dell’azienda, un percorso naturale nella storia di questa azienda toscana, che vive guardando al mondo, ma con le radici salde in questa realtà.
“Il Ghiaie della Furba è stata una intuizione di papà – come afferma Filippo – un vino a cui siamo molto legati, che ci ha regalato molta soddisfazione. Mi ricorderò sempre l’esperienza fatta a Bath con papà dove il nostro importatore ci fece partecipare a un concorso in cui prendevano parte i grandi Château francesi. La felicità e la sorpresa per la vittoria di questo nostro vino”.

Va altresì detto che il successo di questo vino deriva anche da un dato concreto, ossia dalla presenza del Cabernet a Carmignano già al tempo dei Medici. A quanto pare i primi vitigni di questa varietà furono trapiantati su queste colline per desiderio di Caterina de’ Medici, quando nel sedicesimo secolo fu regina di Francia; lo confermerebbe lo stesso nome di “uva francesca“, ancora in voga tra i vecchi viticoltori e chiara storpiatura dal francese di un aggettivo che forse ne indicava la provenienza.
La prima vigna del Ghiaie della Furba, composta da Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot era situata sul terreno ghiaioso alluvionale del torrente Furba, da cui prende il nome, il vino prodotto vedeva in egual misura queste tre varietà; nel 1992, quando è entrata in produzione la vigna S. Alessandro, interamente di Cabernet Sauvignon, per cui la percentuale del blend è stata modificata con un cambio dall’annata 1994 con il 60% Cabernet Sauvignon, 20% Cabernet Franc e 20% Merlot. Un blend che si è modificato nuovamente nel 1998 con l’introduzione del Syrah a discapito del Cabernet Franc.

Un lavoro in continua crescita ed evoluzione, quello della famiglia Contini Bonacossi, che si è reso esplicito e tangibile in occasione della verticale organizzata lo scorso 29 settembre presso la loro splendida Villa; un percorso che attraverso le dieci annate selezionate ha messo in luce la tenacia, la cura, la passione, la “toscanità” e la visione di questa famiglia. Una verticale che parte proprio dalla prima annata, la 1979 del Ghiaie della Furba, che come racconta Franco Bernabei – loro enologo consulente dal 2013 – “presenta come dato analitico un acido malico che è rimasto residuo; il che non è un male perché preserva la croccantezza del frutto”.
Il colore accenna una lieve tonalità aranciata e lascia trasparire all’olfatto note di rabarbaro, china ed erbe officinali che vanno dal timo alla maggiorana; un vino che racconta e stimola i sensi e che al passare del tempo si arricchisce nel calice di note iodate, balsamiche e di torrefazione. Un vino vivo e di grande vivacità al palato.
Il Ghiaie della Furba 1985 si rivela un vero cavallo di razza, un’annata perfetta che regala un vino profondo, complesso di grande eleganza e di estremo coinvolgimento; un vino che emoziona e conquista all’unanimità con le sue note più vivide di piccoli frutti, dal ribes nero alle prugne e al chicco di melagrana, dalle erbe officinali alla balsamicità della radice di liquerizia selvatica, finanche al carisma terroso delle foglie di tè misto allo iodio. Il sorso è pieno, con tannini eleganti e coinvolgenti.

Nel millesimo 1994 di Ghiaie della Furba, il cambio di percentuale nel blend con l’introduzione di una quota maggiore di Cabernet Sauvignon regalano un vino dalle note pepate e balsamiche, un vino piccante che ricorda il curry e il peperoncino; in retrolfazione si aggiungono le note di carruba, di foglia di tabacco e incenso e un finale di ginepro, un vino di grande ampiezza ed equilibrio, asciugante e avvolgente al contempo, lungo e pieno.
È la volta del Ghiaie della Furba 1998, il primo anno in cui la sorella Benedetta ha iniziato a lavorare in cantina. In questa annata si cambia l’uvaggio, esce il Cabernet Franc ed entra il Syrah, con un blend composto dal 60% di Cabernet Sauvignon, 30% di Merlot e 10% di Syrah. Un vino che esprime note terrose e canforate, una nuance di castagna, incenso, alloro, ginepro e polvere di caffè arabica. Al palato integro, con tannini morbidi e un’acidità che fa da spina dorsale.
Dall’annata 2000 si inizia a notare in modo evidente il cambio del clima, da qui la scelta di riportare maggiore fertilità al suolo e alla pianta. Il loro Ghiaie della Furba 2000 si discosta dalle altre annate e presenta note piuttosto dolci, che giocano più sul floreale e sul frutto acidulo. Arrivano in seconda battuta le note di rabarbaro; al sorso è abbastanza lineare ed essenziale.
Pienezza del frutto, grande eleganza e coinvolgimento nel Ghiaie della Furba 2006, un vino dove si avverte una grande energia e una forte aderenza con l’area di Carmignano. Le note mentolate, di tabacco e di mirto selvatico lo rendono affascinante, con una buona persistenza e pienezza al sorso.
L’estate più fresca si avverte nel Ghiaie della Furba 2010, un vino dove si rivedono leggermente le percentuali, con 50% Cabernet Sauvignon, 25% Merlot e 25% Syrah. Troviamo nel calice un vino pepato e iodato, dal frutto acidulo e dalle note speziate di ginepro. Un vino dalla discreta struttura, asciutto e da uno spettro salino che gli dona lunghezza e persistenza.

Con il 2015 si ha un ulteriore cambio di passo, la famiglia Contini Bonacossi da sempre attenta in vigna, attraverso un sistema agricolo biologico, non solo per conservare l’integrità dei terreni, ma anche per aggiungere complessità al sistema vigneto; da questa annata si decide di utilizzare esclusivamente lieviti indigeni, al fine di preservare l’unicità espressiva di questo territorio e dei loro prodotti. Come sottolinea Alessio: “Dal 2015 usiamo lieviti indigeni, abbiamo iniziato a campionarli e li abbiamo selezionati anche dalla nostra cantina con il supporto dell’università”.
Anche in questa annata viene leggermente incrementato il Syrah, passando al 35% e riducendo al 40% il Cabernet sauvignon. Il Ghiaie della Furba 2015 è un vino ampio, connotato da note mediterranee, balsamiche di incenso e speziate di pepe. Arrivano poi i sentori terrosi di muschio e corteccia e china. Il sorso è vivo ed energetico, succoso e con un richiamo morbido e al contempo fresco di cioccolato ai frutti di bosco.
Ancora una bella performance nell’annata 2017, che si rivela un vino tridimensionale al palato. Una vendemmia che sicuramente si ricorda per la scarsa quantità – è stato infatti prodotto solo il 48% – ma per la grande quantità delle uve raccolte. In questo Ghiaie della Furba 2017, si ravvisano i toni fruttati di amarena e ribes, un’impronta floreale gentile e un sottofondo mentolato. Il sorso è equilibrato e disteso, con un ritorno speziato e fruttato che gli danno sostegno.
Si chiude con il Ghiaie della Furba 2019, un vino che segna il 40° compleanno di questa etichetta. Espressivo e complesso, conquista per la profondità e la ricchezza dei profumi, che vanno dai toni fruttati del ribes nero, della mora e della prugna, alle note speziate di liquerizia, ginepro e un leggero amaricante di genziana. Elegante e avvolgente al sorso, di grande potenzialità e prospettiva.
Un precorso intrigante attraverso queste dieci annate, che segna il complesso lavoro svolto da questa famiglia e che sottolinea le peculiarità di questo territorio.
Come sosteneva Vittorio Contini Bonacossi: “Il terreno ha una conformazione piuttosto eterogenea. È stupefacente osservare il caos da cui tutto trae origine. Molte vigne hanno terra argillosa che passa a sabbiosa per tornare argillosa e magari galestrosa, metro dopo metro c’è una grande differenza perché il tutto viene da una situazione caotica con biodiversità estrema e fantastica. Se qualcuno volesse trovare la formula alchemica del vino di Capezzana, la troverebbe proprio nell’estrema disomogeneità della terra e dell’esposizione dei vigneti.
È esattamente da questa “caoticità” che scaturisce la grande complessità dei nostri vini, inimitabili esattamente perché è impossibile ripetere la stessa ricetta in altre regioni o in terreni anche non lontani dal Carmingnano.”
Fosca Tortorelli


