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Rosso di Valtellina Umo 2016

Rosso di Valtellina Umo 2016 BoffaloraDegustatoreRoberto Giuliani
Valutazione@@@@
Data degustazione
:
11/2018


TipologiaDOC Rosso
Vitigninebbiolo
Titolo alcolometrico: 13%
Produttore: BOFFALORA
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 10 a 15 euro


C’è una categoria di vini che ha un dono particolare, quello di saper rappresentare alla perfezione un territorio, di avere un prezzo accessibile, di poter essere diffusa a sufficienza almeno in Italia. A questa categoria appartengono, ad esempio, il Rosso di Valtellina, il Rosso di Montalcino, il Valpolicella e tanti altri. Ma mentre nella valle attraversata dall’Adda possiamo dire con sicurezza che un buon numero di produttori crede ancora molto nel Rosso di Valtellina, se ci spostiamo a Montalcino rileviamo qualche incrinatura nelle scelte aziendali: è più frequente trovare maggior produzione di Brunello che di Rosso. Se poi ci trasferiamo in Veneto, possiamo notare come il Valpolicella sia quasi finito nel dimenticatoio, tanto è la forza commerciale dell’Amarone e, in seconda battuta, del Valpolicella Superiore Ripasso.
Eppure sono proprio questi i vini che dovrebbero essere portabandiera di una specifica zona vitivinicola, quelli che hanno meno arzigogoli, più semplicità e una bevibilità che a volte strappa l’applauso, oltre a un prezzo che può essere gradito anche da chi in questo Stivale ci vive e vorrebbe bere vini italiani senza dover aprire un mutuo.
Il guaio è che ormai sono sempre meno i produttori che investono nel promuovere i vini in Italia, lo dimostrano certi eventi dichiaratamente rivolti alla stampa estera e ai buyers.
Non è questo il contesto per aprire un dibattito su una questione che mi sta molto a cuore, ma mentre assaggiavo l’Umo di Giuseppe Guglielmo, non ho potuto fare a meno di pensarci.
Ora, se “ascoltiamo” questo vino, si sente chiaramente da dove proviene, è un racconto fedele di una terra che ha radici lontane, parla di fiori di montagna, dei piccoli frutti di alberelli che si trovano sparsi non di rado fra i vigneti, di mani che ci tengono a curare quelle viti, che giorno dopo giorno controllano che non ci siano fallanze o virosi, di pietre grosse e piccole che impongono di lavorare solo manualmente e, allo stesso tempo, diffondono quel sentore minerale che eleva e dà eleganza al vino, ma si rivelano anche utili per la costruzione dei tanto necessari muretti; racconta di un lavoro che non ha stagioni, che ti prende nell’anima e ti mette in contatto profondo con la natura, la tanto vituperata natura della quale abbiamo estremo bisogno.
Ecco, se cogliete tutto questo nell’Umo, allora potete capire che i voti, le cosiddette “valutazioni” hanno qualcosa di troppo asettico e poco realistico, al di là del lato tecnico, che “decidere” su una serie di parametri se “vale” tot, è del tutto fuorviante o quanto meno insufficiente. La storia ce lo insegna, ci sono vini che erano pure invenzioni enologiche che hanno avuto valutazioni stratosferiche, del tutto ingiustificate a meno che non ci freghi nulla che quei vini raccontino qualcosa, che siano veri, sinceri. L’unica possibilità per dare un senso alle nostre valutazioni sta nei parametri utilizzati, e il racconto per me è fondamentale, come è fondamentale la digeribilità, altro valore ancora troppo sottovalutato, elemento che si manifesta nei vini meno “lavorati”, più diretti, appunto veri. E qui tutto questo lo ritrovo in pieno. Un gran bel Rosso che ti fa venire voglia di berne e riberne, ma a piccoli sorsi, e di prendere l’auto e tornare lì, in Valtellina, fra quei filari divisi da muretti, digradanti verso la valle.

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