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Alghero Anghelu Ruju Riserva 2005

Anghelu Ruju Riserva 2005 Sella & MoscaDegustatore: Mario Crosta
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 04/2021


Tipologia: DOC Rosso liquoroso
Vitigni: cannonau
Titolo alcolometrico: 18,5%
Produttore: SELLA & MOSCA
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 25 a 50 euro


Ricordo ancora il Vintage 1975 (come si chiamava allora la prima riserva di Anghelu Ruju) nella sua bella scatola di solido cartoncino bianco rivestita da una sottile e morbida corteccia di sughero che avevo stappato per la prima volta quando in Sardegna festeggiammo la liberazione del piccolo Farouk Kassam senza colpo ferire. Anghelu Ruju (angelo rosso) è un nome mitico in tutta la Sardegna. Rievoca qualcosa di magico e di antichissimo, un’epoca nuragica appartenente alle civiltà che studiamo sui libri di Storia. È il nome dato alla necropoli di domus de janas scoperta nel 1903 che giace a fianco della strada dei Due Mari, all’incrocio per l’aeroporto di Fertilia, fra i vigneti delle tenute Sella & Mosca, ai Piani di Alghero.
Questo stesso nome è stato dato a un grande vino che da sempre è un simbolo stesso dell’enologia algherese, fatto ogni anno dalle migliori uve cannonau in purezza coltivate a cordone speronato con una densità di 4.000 ceppi per ettaro raccolte e selezionate soltanto dalle mani più esperte (fra cui zia Peppa Dore e una volta anche sua sorella Rosa) tra gli oltre cinquecento vendemmiatori stagionali e lasciate appassire in grappoli interi al sole per due o tre settimane su telai di canne che sono sollevati dal suolo e che vengono ricoperti ogni notte e in caso di maltempo fino a raggiungere il grado di surmaturazione adatto per farne un vino rosso liquoroso con una resa di circa 90 quintali per ettaro e una maturazione in fusti di rovere di almeno un lustro.
Non si creda che assomigli ai Porto, anche se qualcuno si azzarderà sempre a descriverlo come tale. Non è un vino da fine pasto e prima del sigaro, come gli inglesi amano fare con quei gioielli del Portogallo, ma un vero vino di grande statura, generoso, avvolgente, caldo, perfino galeotto in amore e che Luigi Veronelli nel 1974 consigliava con il gorgonzola, esattamente come andava a genio a Giovannino Nieddu ”u Sussinku” che mi aspettava in ferie laggiù a Tanca Farrà con Giuseppe Mereu “lu pasturi” e il barracello ”Attila” e per bercelo insieme proprio con quel formaggio nobilmente muffato, cremoso e dolce che gli portavo a mezze forme dalla fatal Novara.
Allora l’Anghelu Ruju era la bottiglia del ricordo per tutti i turisti, ma il millesimato che si distingueva anche con l’aggiunta di termini come Old Ruby, Riserva o Vintage si faceva solo nelle annate eccellenti e costava carissimo, più del doppio, anche il triplo. Non potevo permettermelo da studentello all’Università con le tasche proverbialmente verdi, ma anche da operaio ho faticato parecchio per riuscire a trasferirmi in Sardegna, che era ancora considerata quasi un posto di confino, dove soltanto da pochi anni i traghetti avevano smesso di imbarcare le auto con le gru, tirandole a bordo dentro le reti e cominciava a imperversare la Tirrenia con il portellone di carico e scarico a poppa. Ma poi ce l’ho fatta ad andare a vivere proprio a Tanca Farrà, a fianco della tenuta Sella & Mosca che frequentavo spesso anche per comprare in taniche lo sfuso.
Qui c’era un cantiniere che mi teneva regolarmente informato della produzione in itinere del favoloso Anghelu Ruju Vintage 1975 e mi aveva incuriosito al punto da farmi riuscire a mettere da parte una sommetta per comprarne almeno una dozzina di bottiglie non appena fosse apparso sul mercato. I conti che facevo, però, erano troppo ottimistici, infatti ho potuto comprarne soltanto sei bottiglie. No, non guardatemi male, non fate gli invidiosi soltanto perché… ebbene sì, erano proprio sei! E una alla volta, in vent’anni, mentre la Sella & Mosca cambiava spesso proprietà, me le sono bevu… pardon, godute tutte.
Anche per questo vino Anghelu Ruju Riserva 2005 la tradizionale vinificazione in rosso è cominciata con la fermentazione a temperatura controllata che dai 18 °C iniziali è cresciuta fino a 28 °C e che, una volta consumati i 2/3 circa degli zuccheri naturali, è stata bloccata con l’ausilio della refrigerazione a un tenore di alcool svolto di almeno il 12 o il 13% con un livello di zuccheri residui da 90 a 100 g/l. Il vino poi ha completato la fermentazione malolattica e la decantazione in acciaio inox per circa 6 mesi fino alla primavera successiva alla vendemmia, quindi è stato rinforzato con alcool etilico, è maturato in grandi botti di rovere francese per un minimo di 7 anni e può affinarsi in bottiglia anche per qualche decennio partendo da un tenore alcolico del 18.5%, zuccheri residui 102 g/l, acidità totale 5.2 g/l.
L’Anghelu Ruju Riserva 2005 mi ha confermato le stesse emozioni e mi ha mandato in trance già con un bel colore rosso porpora scuro, sanguigno, vivido. La prima sorpresa, appena stappata la bottiglia, appena annusato il vino e neanche con intensità, è un delicato profumo di eucalipto, tale e quale all’aria che respirano i grappoli dei ceppi più vicini a queste piante di origine africana che attorno ai Piani fanno da frangivento da oltre cent’anni. Pur vivendo lontano da questo paradiso della Sardegna, è rimasto un aroma inconfondibile che mi torna alle narici puntualmente ogni volta che penso a quei posti.
E c’è anche la cedronella, quasi impercettibile, ma certa. Ad Alghero, quando ci vivevo, quella pianta ai Piani ce l’avevamo solo in due: la Sella & Mosca e il sottoscritto e forse è proprio per questo che riesco ancora ad avvertirne il profumo. Si sentono la confettura di ciliegie e le ciliegie in acquavite, quella fatta in casa, cioè il “filu ‘e ferru”, un aroma all’inizio delicato ma ben marcato e che aumenta l’evidenza con gli anni, quando si apre anche prima, si fa penetrante, accenna al ginepro, sfiora il mirto, ricorda il fico d’india maturo e rosso vivo, vorrebbe la frutta esotica però rimane voluttuosamente vellutato sui toni delle ciliegia matura con la polpa di una gran bella consistenza.
In bocca emergono aromi di confettura di more e frutti di bosco appassiti, cenni di tabacco dolce e cacao. Ricco, di grande spessore e morbidezza al palato, ha un finale impareggiabile dai carezzevoli richiami speziati, è una vera favola e commuove davvero, come raramente accade con un vino, che in genere si beve con qualcosa.
Questo qui può essere perfino bevuto da solo, in meditazione, non perché non si abbini anche con tanti e tante pietanze di carne, formaggi e dolci, anzi è straordinariamente versatile e si sposa benissimo con quei sapori perché è dolce ma è anche secco, è potente ma è anche raffinato, è insomma uno di quei vini che in continente si apprezza poco, quel genere di vini rossi liquorosi che invece all’estero va per la maggiore e gode di grande considerazione.
Gustati anche con le carni allo spiedo, la sera al fresco, oppure con i formaggi stagionati o erborinati di alto pregio, ma anche con le olive piccanti, cioè con tutti i manicaretti dai sapori forti, sono sempre all’altezza delle aspettative, risultano più versatili di ogni altro vino e spesso sono molto più complessi e longevi.
Forse dovremmo imparare a berne maggiormente anche con i dolcetti sardi, formaggelle e tiricche in testa, perché ha tutto nei suoi sapori: il dolce, il liquoroso, lo speziato, le scorze di frutta candita, la sapa, il confetto di mandorla, il torrone di Tonara, i fichi dalla pellicina sottile spaccati dal sole e ancora le ciliegie in confettura e le pesche al vino rosso. Ho provato a berlo a tutte le temperature, non perché lo volessi, ma per caso. Devo confessare che è meglio servirlo fresco sui 16 °C e cominciare così a degustarlo per poi lasciargli prendere con calma la temperatura dell’ambiente, senza forzarlo in un refrigeratore né preoccuparsene più di tanto. Ha una tale padronanza della situazione ed è così capace di monopolizzare l’attenzione che aromatizza e addolcisce, anzi inebria e ammalia, anche l’aria che lo circonda.

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