Castello di Meleto, un simbolo a Gaiole in Chianti

A mio avviso non esistono soltanto grandi denominazioni, esistono soprattutto grandi vini. Sono giunto a questa conclusione analizzando scrupolosamente fenomeni accaduti in passato perlopiù legati al mondo del vino, alla società e alle mode che l’hanno attraversato, spesso vituperato, in molti casi reso indimenticabile. Il Chianti, così come il Gavi o il Verdicchio dei Castelli di Jesi, solo per citare alcuni esempi, ha rappresentato il vino italiano in tutto il mondo, in ogni continente, sempre e comunque, nel bene e nel male. La grande popolarità attribuita alla classica etichetta del gallo nero o le particolari fiaschette, un tempo icona mitica del vino stesso, hanno dettato legge in ogni contesto commerciale, abbracciando ogni tipologia di consumatore. Dal ristorante all’enoteca o dal supermercato all’Autogrill, impossibile non reperirle con estrema facilità, la bottiglia o il calice, come dimenticare la presenza del Chianti nella lista dei classici 3-5 vini alla mescita proposti dal cameriere in un semplicissimo bar di paese, o dal più esperto sommelier in un locale con ambizioni ben più alte.

Stiamo parlando degli anni ‘80-‘90 non di cent’anni fa, dunque cos’è accaduto, perché negli anni a venire l’inevitabile calo di popolarità? La risposta è molto semplice: il “troppo stroppia”; scelte commerciali sbagliate, numeri da inseguire ad ogni costo, insomma i motivi sono tanti, ma non è questo il tema centrale del mio scritto. Acquistare una bottiglia di Chianti DOCG a pochi euro e pretendere di bere il più grande vino al mondo, equivale a voler attraversare lo Stretto di Messina con un materassino sgonfio dopo aver gustato un’abbondante grigliata di carne di maiale. Come sempre c’è chi non si è fatto minimamente attraversare dalle mode o attrarre da facili guadagni sotto forma di inutili chimere, c’è chi ha inseguito la propria strada con serietà e dedizione, rispetto per il territorio e passione verso le uve che l’hanno reso grande, in questo caso, parlando di Chianti DOCG, è il celebre sangiovese, cavallo di razza toscano, tra i più grandi vitigni al mondo. Dunque Castello di Meleto, un vero e proprio simbolo di Gaiole in Chianti (FI), uno dei comuni più alti della denominazione. Una storia che inizia nel XI secolo con i monaci benedettini, ma è solo nel 1256 la prima citazione scritta del suo nome. Incredibile il fatto che sin da allora l’aspetto esterno del castello sia rimasto quasi lo stesso, un maniero stupendo si presenta integro e perfettamente mantenuto. Ma se il simbolo di Castello di Meleto è rimasto pressoché immutato, così come la tenacia dei suoi proprietari, una vera e propria rivoluzione ebbe inizio nel 1968 con la cosiddetta “Operazione Vigneti”, il primo crowdfunding italiano nel mondo del vino ad opera di Gianni Mazzocchi, editore di riviste famose in campo automobilistico e di finanza. Proprio ai lettori di quest’ultima testata fu proposto di acquistare delle quote di un patrimonio italiano che rischiava di andare in mani straniere. Nacque così “Viticola Toscana”, proprietaria del Castello e degli oltre 1100 ettari di terreno. Una vera rivoluzione che ha portato l’azienda, negli anni, ad essere considerata un punto di riferimento al livello turistico, vitivinicolo ed agricolo. La direzione intrapresa da quest’importante realtà toscana, coordinata dal direttore Michele Contartese, si dirama su tre importanti strade, tre aspetti veri e propri che hanno massima priorità: l’impatto ambientale, l’aspetto sociale e ovviamente quello economico.

Molto interessante la filosofia dell’azienda, nonostante l’impostazione classica, per certi versi, in alcuni valori la stessa naviga controcorrente. Mi ha colpito molto l’attenzione verso il cosiddetto “capitale umano”, si investe sui giovani, l’età media di chi lavora a Meleto è 45 anni, sembra quasi un’anomalia in un territorio di tradizione secolare; al contrario per l’azienda quest’anomalia rappresenta una ricchezza. La mentalità giovane, dinamica, coraggiosa, spinta da un pizzico di sana e “lucida follia” permette talvolta di attuare scelte coraggiose che possono far volare molto in alto. Tutto ciò viene accompagnato sempre e comunque da un profondo rispetto per chi, al contrario, ha diversa esperienza sul campo, l’investimento nei confronti di queste risorse è altrettanto importante, n’è un fulgido esempio Lucia Pasquini, per una vita impiegata della Viticola Toscana e, poco tempo dopo essere andata in pensione, nominata presidente. “Una presidenza conquistata per meriti, per passione e per capacità”, come afferma la dirigenza della cantina.
A Castello di Meleto la sostenibilità ambientale è vissuta come una priorità assoluta, vengono applicati i principi della produzione ragionata e rispettosa dell’ecosistema che circonda tutto il comprensorio vitato. Un impegno che si esprime in diverse direzioni, non solo a livello di viticoltura biologica, che comunque verrà riconosciuta totalmente dal prossimo anno. La biodiversità è un aspetto importante della filosofia aziendale, il mantenimento del bosco, esteso su più di 700 ettari, ogni anno richiede una manutenzione di centinaia di ore di lavoro per conservarlo in buono stato. “Grazie a questo patrimonio di piante compensiamo in gran parte le emissioni di anidride carbonica nel ciclo di produzione. Ogni ettaro, infatti, sottrae ogni anno 9 tonnellate di Co2 che, moltiplicate per i 770 ettari di superficie boschiva, si traducono in circa 7000 tonnellate di Co2 eliminata.” Queste le parole dell’agronomo Giovanni Farina. Inoltre va segnalato che oltre alla depurazione dell’aria, il bosco permette di conservare specie di animali e di piante che rischierebbero l’estinzione e che sono utili per l’equilibrio del vigneto; in primis le api, allevate su un totale di 20 arnie, una specie sempre più a rischio in Italia per via dell’inquinamento a cui l’insetto è molto sensibile. Ne deriva al produzione di miele biologico, oltre a olio extra vergine di oliva (sempre biologico), frutto di olivi, circa 1600, situati ad un’altitudine compresa tra i 300 e i 350 metri sopra il livello del mare, tradizionali le cultivar: Leccino, Frantoio, Pendolino e Moraiolo. Per completare il quadro di un attaccamento importante ai prodotti del territorio, a Castello di Meleto si allevano infine, allo stato brado, maialini di Cinta Senese, la razza locale caratterizzata da pregiate carni che diventano salumi preziosi.

Mille anni di storia non sono una passeggiata, la produzione del vino è sempre stata l’obbiettivo principale di quest’azienda toscana situata in un autentico paradiso paesaggistico. Ad attraversare le sue terre è il torrente Massellone, un tempo chiamato Clante, dal cui nome pare derivi la parola Chianti. I terreni aziendali raggiungono i 600 m slm, con altimetria media tra i 350 e i 450 metri, caratteristica che determina forti escursioni termiche tra giorno e notte, ideali per lo sviluppo degli aromi ed il mantenimento della freschezza. Mediamente, la composizione generale dei terreni è argilla (25-30%), sabbia (35-40%), limo (35-40%). Lo scheletro rappresenta tra il 5-10% del terreno, ed è principalmente costituito da galestro e alberese, rocce caratteristiche del Chianti Classico. Molto interessanti le specifiche tecniche fornite dall’azienda riguardo la specificità del tipo di agricoltura impiegata, è doveroso da parte mia riportarle per intero visto quanto impegno c’è dietro questo tipo di lavoro: “La concimazione è fatta esclusivamente con prodotti naturale, il compost, originato dalla decomposizione di materiale vegetale proviene dagli stessi appezzamenti. In questo modo si esprime la massima tipicità del terroir e si evita di utilizzare carburante per spostare con i macchinari il prodotto all’interno della proprietà. Per apportare sostanze nutritive, ogni vigneto viene analizzato per capire le esigenze specifiche, in modo da prevenire le carenze piantando leguminose per integrare l’azoto, graminacee per migliorare la tessitura del terreno e così via. Il monitoraggio delle malattie avviene attraverso un innovativo sistema: la disposizione di 7 centraline collegate in modo wifi, che avvertono quando si manifesta un focolaio in modo che sia trattata tempestivamente esclusivamente quella zona. Riguardo quest’ultimo punto è corretto segnalare che, nonostante questa pratica sia ormai largamente diffusa, Castello di Meleto è stata la prima azienda in Italia a utilizzarla su grandi distanze. Interessanti le sperimentazioni riguardo la lotta alle malattie, come ad esempio quella su piante di senape che pare funga da deterrente dell’oidio. Questa filosofia ha portato la cantina ad entrare quest’anno nel Bio Distretto del Chianti, uno dei primi a livello nazionale.

Chianti Classico a mio avviso è sinonimo di sangiovese. Stupende colline che attraverso l’utilizzo esclusivo di questo vitigno guadagnano un’espressività notevole. Il disciplinare, nato nel 1967, prevede la possibilità di sfruttare una miriade di uve nazionali ed internazionali per un massimo del 20 % dell’assemblaggio. Ormai da un sacco di anni, soprattutto l’utilizzo di quest’ultime, cabernet in primis, hanno allontanato il Chianti Classico dalla sua vera vocazione, ovvero far esprimere al 100 % la poesia del suo protagonista, il sangiovese, localmente chiamato sangioveto, un vitigno straordinario quanto plastico, che in Italia viene coltivato in diverse aree ma che proprio in questa zona dà una delle espressioni più alte. Esistono diversi cloni e biotipi ed è per questo che l’azienda, alcuni anni fa, ha deciso di intraprendere una sperimentazione con l’Università di Firenze per individuare quelli che meglio si adattano alle cinque macro aree all’interno della proprietà. Il lavoro ha richiesto lo studio delle macrozone cui è seguita la selezione di 150 viti. Le cinque zone sono diverse per esposizione, altimetria, clima, composizione dei suoli e pendenze, vediamole nel dettaglio. “Castello di Meleto”, adiacente al castello, è la zona più calda e più riparata dal vento, un terreno principalmente argilloso, ricco di scheletro. “San Piero in Avenano”, zona confinante con la Pieve di Spaltenna, il celebre edificio romanico di proprietà della Viticola Toscana, un’area più aperta e ventilata, ciò permette di preservare la freschezza e mantenere le uve in perfetto stato di sanità. Qui il terreno è ricco di scheletro. “Poggiarso”, il comprensorio più arido e più freddo tra le tenute, pendenze che sfiorano i 530 m. slm., scarsa produzione ma alta qualità dei vini e dei profumi grazie alle forti escursioni termiche tra giorno e notte, soprattutto in estate. Il terreno è argilloso con grandi quantità di scheletro composto da alberese e galestro. Qui, nasce “Vigna Poggiarso” Chianti Classico Riserva, il vino che vedremo in seguito. “Moci” è invece la zona che guarda verso la città di Siena, altitudine variabile dai 360 ai 420mt., primavere caratterizzate da escursioni termiche importanti tra giorno e notte, con estati molto calde ed inverni rigidi, con frequenti nevicate. I vigneti presentano un’ottima esposizione ed il suolo è composto da arenarie, argilla e galestro. Ultima, non certo in termini d’importanza “Vigna Casi”, situata nella valle sotto al borgo medievale di Vertine, presenta un clima temperato per via della presenza di boschi che la circondano. Il Sangiovese, come nelle altre macrozone, è il protagonista assoluto e qui trova condizioni ideali date da un terreno caldo e un clima fresco, che resiste anche nei periodi più siccitosi. Insomma Castello di Meleto crede fortemente nelle potenzialità di questo grande vitigno toscano e ha deciso infatti di utilizzarlo in purezza in ogni etichetta “Chianti Classico” della sua gamma. L’attuale cantina, creata quaranta anni fa e ristrutturata di recente, vede la vinificazione di tutte le uve di proprietà, gli enologi sono Matteo Menicacci e Alberto Stella, con la consulenza di Valentino Ciarla. Interessante lo studio e la sperimentazione circa le vinificazioni, numericamente raggiungono la cifra di 100 e tutte diverse, le uve vengono mantenute separate per parcella. Anche in vigna vige l’obbiettivo d’ottenere il massimo possibile, tutto ciò grazie alle selezioni che hanno portato ad effettuare più di 70 micro vinificazioni parcellizzate per vigna e microaree, con fermentazioni in acciaio, vasche di cemento e tonneaux aperti con alcune piccole sperimentazioni con macerazioni lunghe sui raspi. I grappoli destinati ai vini più importati sono sottoposti ad una doppia selezione, la prima in vigneto al momento della raccolta, la seconda sul tavolo di cernita, dove ogni grappolo viene controllato manualmente. Un lavoro certosino ma che permette di ottenere uve perfettamente sane e di ridurre l’uso di anidride solforosa, così come di optare per le fermentazioni spontanee, innescate, cioè, dai lieviti autoctoni presenti sulle uve. Si ottengono così vini di maggiore tipicità, alcuni esempi in tal senso: “Vigna Casi” e il “Camboi”, vini di punta dell’azienda.
È giunto il momento di degustare alcune etichette della gamma; mi concentrerò, almeno per ora, sulla produzione del Chianti Classico, il tema centrale del mio articolo, con la promessa di tornare presto sul resto della produzione perché a mio avviso merita davvero attenzione.

Chianti Classico Meleto 2018
Uve 100% sangiovese allevate a cordone speronato, guyot e alberello in Gaiole in Chianti, sottozona Meleto, Poggiarso e Casi. I vigneti sono stati impiantati fra il 1970 e il 2000 e sono composti prevalentemente da scheletro a base di alberese e galestro, tanta argilla, oltre che ferro, zolfo e quarzo. L’altitudine è in media 420 metri, resa per ettaro pari a 60 quintali e densità 3500/5000 ceppi. Dopo la fermentazione alcolica in acciaio ad una temperatura controllata di 22/24 °, per una durata di circa 12/15 giorni, si ha un periodo di macerazione sulle bucce. La conseguente malolattica è svolta in vasche di cemento, successivamente una parte della massa affina per 15 mesi in botti di rovere di Slavonia da 54 hl, ed una altra in cemento. 13,5 % Vol., rubino vivace, squillante, attraversato in controluce da lampi porpora ed archetti fitti ben delineati. La 2018 è stata un’annata piuttosto calda, regolare, priva di fenomeni eccessivamente siccitosi o criticità da segnalare. Tutto ciò si riscontra subito al naso, dove la dolcezza misurata delle note vinose si fonde con un’intensità fruttata ricca di garbo e stile, mostra evidenti ricordi di amarena matura e susina rossa; seguono liquirizia dolce, folate balsamiche di eucalipto, talco, tocchi speziati di noce moscata e pepe rosa. Con lenta ossigenazione note di cosmetico richiamano il rossetto e la cipria, oltre ad un’impronta terrosa che lo lega fortemente agli odori della vigna dopo un abbondante piovuta. Il palato è succoso, energico, pieno di vitalità; tannino stimolante, dolce, sinergia tra componenti sapide e acidità, è quest’ultima a prevalere su un corpo moderato ma perfettamente in linea con lo stile del vino. Alcol perfettamente integrato, chiude lunghissimo, coerente, con un finale che richiama la mandorla e la frutta rossa. Perfetto a mio avviso su uno stracotto di manzo con funghi cardoncelli.

Chianti Classico Vigna Casi Riserva 2016
La prima delle due riserve di Castello di Meleto, un vero e proprio cru che ha tutte le carte in regola per definirsi tale, anche data l’espressività del vino e le caratteristiche pedoclimatiche del vigneto. 100% sangiovese, allevato a cordone speronato e alberello in Gaiole in Chianti, sottozona Casi. Vigneti impiantati fra il 1990 e il 1995, le caratteristiche del terreno son le medesime palesate nel vino precedente, essendo lo stesso in parte derivato da questo cru. Altitudine leggermente più alta, 450 metri, rese per ettaro inferiori: 45 quintali e densità di 5000 ceppi. Fermentazione spontanea in acciaio, 20/25 giorni di macerazione sulle bucce, travasato successivamente in vasche di cemento per favorire la malolattica. Successivamente il 50% della massa affina per 18 mesi in botti di rovere di Slavonia, la restante parte in barriques di secondo e terzo passaggio; lo scopo è sempre e solo contenere il vino, non viziarlo o modificarne il DNA vanificando gli sforzi compiuti in vigna e in cantina, su questo l’azienda non transige. Rubino-porpora brillante e vivace, nuance che col tempo diverranno granato, il vino in questione è figlio di un’annata a cinque stelle: regolare, non eccessivamente calda, d’antan. Uno di quei millesimi che vengono fuori sulla lunga distanza, perché dotati di livelli d’acidità ottimali, alcol contenuto ed altre caratteristiche che assicurano al vino fascino e doti di grande bevibilità, caratteristiche sempre più richieste dai mercati. Il naso è molto fine, inizialmente sussurrato e per nulla esuberante, ha bisogno della giusta ossigenazione, come tutti i grandi vini. Violetta in primo piano accompagnata da ciliegia croccante e mirtillo nero, la spezia è dolce e richiama cannella, pepe bianco, bacca di ginepro; un respiro balsamico di menta dolce, oltre a cardamomo, tabacco in foglie, cuoio e santoreggia in un finale terroso/ghiaioso di grande complessità. La consueta succosità del palato, vero leitmotiv di questa degustazione, è accompagnata da un sorso di grande profondità gustativa; il vino si distende sul palato e lo accompagna durante tutta le fasi, dalla deglutizione, che ne accentua la freschezza, al retronasale, che richiama amabilmente la spezia e i frutti croccanti percepiti al naso. Alcol non percepito, chiude lunghissimo, sapido, godurioso soprattutto se accostato ad un piatto di pappardelle al ragù di cinghiale, ovviamente toscano.

Chianti Classico Poggiarso Riserva 2016
“Poggiarso”, un altro cru davvero particolare di Gaiole, da qui si ricava la seconda riserva di Meleto. La particolarità di questo vigneto è data soprattutto dalle condizioni quasi estreme in cui viene allevato il sangiovese, un clima più arido ed al contempo più freddo rispetto ad altri cru. Pendenze che sfiorano i 530 metri sul livello del mare., in questo caso 480 m. (“poggiarso” sud), scarsa produzione ma altissima qualità, profumi intensi ed ammalianti grazie alle forti escursioni termiche tra giorno e notte, soprattutto in estate. Il terreno è composto da galestro con fondi valle di alberese. 100 % sangiovese impiantato nel 1998 e allevato a cordone speronato, resa per ettaro: 40 quintali e densità di 5000 ceppi. Caratteristiche di vinificazione diverse rispetto alla riserva precedente: fermentazione spontanea in tini di legno troncoconici da 50 Hl., terminata la fermentazione alcolica il vino resterà a contatto con le bucce per 15-20 giorni. Segue un affinamento di 24 mesi in botti di rovere da 30 Hl. per dare al vino la possibilità di mostrare tutte le peculiarità del terreno in cui nasce e cresce. 13,5 % Vol., anche a “Poggiarso” l’annata 2016 ha mostrato la sua grazia, sin dal colore, un rubino vivace, vibrante, luminoso che con l’invecchiamento lascerà il posto a tutto il calore della tinta granato; consistente, disegna archetti fitti e regolari, cesellati. Esordisce intenso ma con garbo, misura, classe, il frutto è opportunamente maturo e sa di amarena, susina rossa, mirtilli, fiori freschi, geranio e violetta magistralmente fusi. Ben presto un vero protagonista, il comparto minerale che richiama la pietra calda al sole, il sottobosco, l’humus, fuso alla perfezione con la spezia, pepe nero, tabacco in foglie ed eleganti ricordi di rabarbaro. Il palato colpisce per coerenza data principalmente da un frutto che ritorna intenso, fresco, croccante, piacevolissimo anche per via della grande acidità dell’uva; il tannino è l’essenza stessa del vitigno, serico e al contempo palpabile, vivo, finale lungo ed appagante, sapido, godurioso. Da gustare, anche da solo, con doveroso raccoglimento e con tanto di riflessione su quanto questi grandi prodotti italiani possano competere ad armi pari con tutti i più grandi vini al mondo. In alternativa suggerisco uno stracotto toscano, ricetta regionale di grande tradizione popolare che si prepara di regola con la “sorra”, un taglio di seconda scelta ricavato dalla parte anteriore della spalla, ricco di elementi cartilaginosi. Occorrerà dunque una cottura lenta a fuoco bassissimo, per una durata di circa da 2-3 ore, il tempo di fa ossigenare questa grande bottiglia, meglio se in magnum vista la grande bevibilità. Soprattutto se vorrete berla in compagnia delle persone amate, cosa che consiglio, il vino è sempre condivisione, altro che social network.
Andrea Li Calzi


