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Quando Giovanni Scarfone mi ha parlato di Paola Lantieri e della sua avventura enoica sull’isola di Vulcano, in nome di un vino che è uno dei massimi esempi di viticoltura eroica, non ho esitato a contattarla. Ho la Sicilia nel cuore da sempre, sia per un legame parentale, sia perché ho avuto modo di conoscerla a fondo in ripetuti viaggi effettuati per almeno un decennio, tra il 1975 e il 1985 (ma ero già stato in Sicilia più volte da bambino). Ci sono tornato, dopo tanto tempo, un anno fa, ed ho provato sempre la stessa emozione, anche se in questo caso sono rimasto solo pochi giorni, durante i quali ho approfondito la conoscenza dell’area intorno all’Etna. Paola non ha esitato a rispondermi e ad inviarmi la sua Malvasia delle Lipari, accompagnata da una lettera (si, proprio così, c’è ancora chi scrive lettere per fortuna) che mi è talmente piaciuta che ho deciso di riproporvela, perché trapela emozione e mi sembra il miglior biglietto da visita possibile per conoscere questa piccola grande produttrice isolana. Non è la solita intervista, quindi, ma una volta tanto è il produttore stesso a raccontarsi, a rivelarci la sua storia e a offrirci numerosi spunti di riflessione.
“E’ difficile scrivere a chi non si conosce! Le presento il mio vino, frutto di immani fatiche e, anche se è una banalità, di un grande amore per la mia terra. Ho 59 anni e da almeno 30 frequento l’isola di Vulcano, ne conosco gli aspetti più nascosti, ben lontani dalla quotidianità popolare dei fanghi e della salita al cratere. Le dico questo perché il mio fondo, circa 8 ettari, di cui coltivati 5, si trova in uno dei pochi posti incontaminati delle isole Eolie, ed è ben strano che nell’isola più vicina alla terraferma e, quindi, più disastrata dalle case del boom degli anni ’70, ci sia ancora una intera vallata, quella che guarda verso la Sicilia, praticamente uguale a 30 anni fa, pensi che non arriva né posta né linea telefonica. Quello che mi ha spinto a fare di un pezzo di terra abbandonato da quasi 50 anni una vera vigna, è stato il ricordo di un bicchierino di Malvasia fatta in casa (niente temperature, laboratori, camere di commercio…), assaggiata qualche decennio fa mangiando da un vecchio contadino. E la volontà di ridare almeno al mio pezzetto di isola, l’identità che aveva perso con le pesanti emigrazioni postbelliche. L’intera vallata era allora tutta coltivata e i Vulcanari, contadini più che pescatori, erano pressoché autosufficienti. Nel mio pezzo di terreno si coltivava “passolina“, credo fosse il leggendario Corinto nero (passolina perché veniva fatta appassire, ndr), e a casa a Vulcano c’è ancora il contenitore in cui veniva passata la passolina per renderla ancora più secca. Mi ha spinto l’entusiasmo, che spesso in me diventa, come in questo caso, assoluta incoscienza. Non avevo nessuna esperienza di vigna né di vino. E potrei riempire pagine per raccontare le difficoltà che ho incontrato, da quelle più ovvie – tutto in un’isola viene dalla terraferma, anche l’acqua – alle difficoltà legate al luogo che è abbastanza scosceso digradando verso il mare, al terreno che è nei fatti sabbia, alla progettazione dell’impianto, al tipo di barbatelle, alla congiura dei conigli, alla mostruosa burocrazia, al non avere nessuno sull’isola che avesse già una cantina.
Punta dell’Ufala, che è il nome della contrada (l’ufala non è una parolaccia, ma semplicemente il nome di una sorta di patella nel dialetto eoliano, ricco di grecismi), è, nonostante gli affanni e i problemi di una micro azienda agricola, un luogo di pace e di ristoro mentale. Chiunque si sia seduto in terrazza per qualche minuto a contemplare il mare, la costa siciliana, l’Etna al tramonto, la vigna, non può non accorgersi del fascino profondo che emana quel luogo. Quando la comprai era un rudere e non mi posi neanche il problema dei quasi otto ettari che la circondavano. Era la casa dei gerani, che compariva dalla canne improvvisamente, rosa, a due piani, con l’aia e il palmento. Una delle case più antiche di Vulcano, sulla punta più a sud di tutte le Eolie. I problemi sono cominciati quando ho deciso di “fare la vigna”, tutti gli australiani che tornavano d’estate mi raccontavano di come era splendida e coltivata quella parte di Vulcano -Gelso- fino agli anni ’60, perché il vero borgo era quello, ben lontano dal cratere. E io che amo, devo essere onesta, più che il vino la terra e l’agricoltura mi sono buttata a capofitto in quest’idea, e quindi nei 5 ettari non troppo scoscesi, “scasso” a 80cm-1 metro, risveglio di legioni di grillo-talpa che non vedevano il sole da 50 anni, accumulo dei quintali di rizomi di canne e successiva bruciatura, decisioni varie… pali, fili, grandezza del sesto, tipo di barbatella e così via, eccetera eccetera. La prima microvendemmia l’ho fatta nel 2006, non dico neanche la quantità raccolta perché mi vergogno, ma nell’isola nessuno coltivava più e spesso gli agronomi non si prendono neanche la briga di controllare che tipo di potatura ci vuole. Poi ho incontrato Giovanni Scarfone (azienda Bonavita produttrice di un ottimo Faro, ndr) e lui nel giro di due anni mi ha consentito di fare la svolta, dandomi un forte contributo nella produzione che, per quanto misera secondo il disciplinare (che assegna una resa massima di 90 quintali per ettaro), è per me quella giusta, circa 25 quintali, tenuto conto che il terreno è sabbia, acqua non ce n’è, ancora adesso si vedono i buchi delle barbatelle mangiate dai conigli, prima che scoprissi che esistono gli shelter (sistema agricolo di protezione dagli animali, in particolare da roditori e ungulati, solitamente composto da una rete traforata, metallica o in polipropilene, con la quale vengono avvolte le piante, ndr). Non ho cantina, e questo trasforma la vendemmia in una sorta di incubo per il calcolo del quantitativo di uva che andrà nelle cassette, che poi andranno sul camion, che poi andrà sulla nave, che poi andrà a Salina dai Virgona, che al momento sono i miei contoterzisti, sempre che non piova. Già sbagliare la quantità di cassette diventa un problema, una volta ho mandato a Salina l’uva nelle cassette di legno prese in prestito dal verdumaio del porto! Adesso il vino c’è, poche bottiglie, se il vino dovesse contenere tutto l’amore e la fatica che ci ho messo dentro, dovrebbe essere buono!”. Buono? A me è sembrato eccellente, ed emozionante, peccato che siano solo 2.000 bottiglie…
LA DEGUSTAZIONE
Malvasia delle Lipari Lantieri Passito 2009 – Punta dell’Ufala Gradazione 14,5% – formato 50 cl – prezzo 28-30 euro: mettetevi l’animo in pace, quando si producono poche migliaia di bottiglie di vino e si è appena all’inizio di un percorso di vitivinicoltura, non ci sono le condizioni economiche sufficienti per vinificarlo e imbottigliarselo da soli. Ma questo non inficia sulla qualità del vino stesso, almeno non quando chi lo produce lo fa dedicandoci anima e corpo, sudando persino d’inverno, in completo isolamento dal mondo esterno come avviene in questa piccola zona dell’isola di Vulcano denominata Punta dell’Ufala. Un po’ come avviene quando si conferiscono le olive al frantoio, è importante conoscere chi effettua il lavoro e seguire passo passo il processo, che oggi è affidato all’azienda Virgona, anch’essa produttrice, fra l’altro di Malvasia delle Lipari. Quella in mio possesso è la bottiglia n° 1.529 su un totale di 2.000. Poche, è ovvio, ma Paola Lantieri non fa sconti e porta le piante a produrre 25 quintali d’uva per ettaro, quasi un quarto di quanto previsto dal disciplinare. Insomma abbiamo a che fare con un prodotto di nicchia, curato in modo meticoloso per riportare nel calice il proprio sogno, il condensato di un’avventura appena cominciata ma che promette traguardi sublimi, ne ho la prova mentre avvicino il calice a me. Presenta un colore oro antico molto bello e luminoso e profuma di nocciola tostata, fichi e albicocche secche, arancia candita, miele di castagno, spezie orientali, mela cotogna, mallo di noce e leggero dattero, ma rivela anche toni salmastri, marini e un sottofondo di pietra vulcanica. L’assaggio è appassionante, succoso, con una fantastica successione di toni dolci e agrumati che si intersecano dando vita ad una miscellanea di sapori che non possono non emozionare; sapido e ben sorretto dall’acidità tiene lontana qualsiasi stucchevolezza rendendo la beva gustosissima e lasciando una persistente sensazione minerale. Davvero un inizio folgorante e una motivazione in più per raggiungere, prima possibile, una delle isole più affascinanti di tutto il Mediterraneo!
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