Dobbiamo finire di colorare il mondo che vorremo abitare…ma siamo sulla strada giusta: I Vignai di Duline

Ho preso in prestito il testo di una canzone dei Bandabardò per iniziare a parlare di una coppia di vignaioli animati fin da giovanissimi da una visione di vita e di futuro ricco di valori e sensibilità e che grazie alle loro idee e il loro impegno stanno disegnando l’habitat che hanno sognato da sempre.
Lorenzo Mocchiutti, dopo gli studi, decide di trasferirsi a Villanova del Judrio dal nonno titolare di una piccola azienda che già dagli anni ’70 produceva vino in bottiglia. L’incontro con Federica Magrini, nel 1995, porta oltre all’amore, la volontà di abbracciare uno stile di vita legato alla terra e ai suoi ritmi.
Quando il nonno decide di dare in affitto i due ettari di Duline, vitati dagli anni ’20 dal bisnonno, insieme ad altri due terreni, inizia la nuova avventura di Lorenzo e Federica.
Era la grande occasione per fare qualcosa di diverso in una zona prettamente industriale dove la cementificazione esasperata aveva violentato una terra che probabilmente meritava miglior futuro.
Federica e Lorenzo rappresentano una sorta di sacca di resistenza che cerca con l’agricoltura di aprire nuove prospettive, e visto l’attuale declino industriale in corso nella zona la loro scelta sembra oggi lungimirante.
All’inizio prevale la voglia di sperimentare un po’ e infatti si dedicano all’orticoltura, alla semina a mano dei cereali, in una sorta di approccio conoscitivo verso un mondo con cui erano venuti a contatto dopo esperienze completamente diverse.
Ma la vigna rappresenta il mondo che entrerà a far parte delle loro vite, in una sorta di innamoramento adolescenziale che, quando sopraggiunge, ti fa battere il cuore a mille per le emozioni che riesce a regalarti.
I due ettari di Duline rappresentano la palestra dove poter applicare le proprie idee. Consci che il loro approccio non poteva che essere di tipo biologico (certificazione nel 1997), piantano 3000 alberi di essenze autoctone per creare una sorta di protezione naturale contro i trattamenti chimici del vicinato e al tempo stesso garantire un habitat ideale per le varie specie di animaletti e insetti che avrebbero voluto condividere il progetto di una viticoltura ecosostenibile.
Non si concima e non si diserba e i trattamenti di rame e zolfo sono misurati e mirati.
In vigna regna un lavoro di grande sensibilità agraria, con potature mirate che vanno a rispettare il ciclo vitale di ogni singola vite, dove si evita anche la cimatura, ricorrendo all’erba medica come prezioso alleato per nutrire il terreno di componenti fondamentali alla corretta crescita delle viti.
Il 2001 rappresenta un punto di svolta per la loro crescita. Anna Pitotti e suo marito Francesco Valori, due pionieri del bio, decidono di dare in affido le vigne di Ronco Pitotti, sei ettari tra le colline a nord di Manzano, vigne antiche, un ambiente incontaminato, da rigenerare ma con notevoli potenzialità.
La Duline e Ronco Pitotti, zone diverse ma complementari e capaci, se coltivate con sensibilità e acume agronomico, di portare in cantina uve di elevata qualità e purezza.
Il lavoro in cantina viene fatto quindi nel massimo rispetto della materia prima che arriva in vendemmia, e lo scopo è quello di portare nel bicchiere il territorio ancor prima del vitigno.
Vini schietti, equilibrati, minerali e ricchi di sfumature organolettiche che lunghi affinamenti in botte e in bottiglia riescono a rendere ancor più emozionanti.
Territorio e bevibilità sono le due componenti principali che si ritrovano nei loro vini, circa 20mila bottiglie prodotte ogni anno.
La produzione di mono vitigni vede come protagonisti i bianchi Friulano, Chardonnay, Pinot Grigio, Verduzzo, Schioppettino, oltre a due selezioni: una di Tocai Giallo (che si differenzia da quello verde per i suoi grappoli spargoli, gli acini piccoli e la buccia spessa che garantiscono grande qualità anche se minor quantità rispetto al suo “fratello”) e una di Merlot nel cru di Ronco Pitotti, presentati solo nel formato magnum.
I vini simbolo dell’azienda sono due blend, e mettono insieme le peculiarità dei due cru aziendali.
Il Morus Alba (60% Malvasia Istriana La Duline – 40% Sauvignon Ronco Pitotti) è un blend ricercato dove regna un’armonia incredibile in tutte le sue componenti, morbido ed elegante, sapido e una freschezza che invoglia alla beva.
Il Morus Nigra (Refosco dal Peduncolo Rosso) dal nome botanico del gelso dalle more nere è un blend di uve Refosco proveniente dai due cru aziendali. E’ un vino fruttato ed elegante, pieno di sostanza ed energia, fresco, con tannini ben calibrati che ne fanno un vino di notevole spessore.
Ho lasciato per ultima la Malvasia Chioma Integrale perché il nome di questo vino esprime chiaramente il concetto di vigna non cimata, tecnica agronomica praticata su tutti i vigneti aziendali. Fruttato, floreale e una mineralità notevole, espressione dei terreni calcarei e della terra rossa. Notevole sapidità che sovrasta una pur buona acidità.
Oltre alla qualità del vino è importante spiegare il concetto di chioma integrale che in parole semplici significa non tagliare la parte finale dei germogli verdi che si sviluppano in altezza, a differenza della quasi totalità dei produttori che a mano o meccanicamente effettuano invece questa operazione.
Lorenzo ci spiega che per rispettare il ciclo fisiologico della vite è importante non effettuare la cimatura. La prima gemma è quella che sente il clima, la pianta cresce se c’è meno luce e viceversa rallenta nel caso opposto, in una sorta di vera e propria autoregolazione. Più la vite cresce in alto e più crescerà in basso con il suo apparato radicale. Radici più profonde portano più sapidità e meno stress idrico. La pianta è capace di fermare il suo sviluppo quando le condizioni sono quelle desiderate. La cimatura, nata in Francia, favorisce la produzione di foglie giovani, aumenta gli zuccheri e diminuisce l’acidità. Questa, per le viti del bacino mediterraneo, non è una buona cosa. Certo, la pratica della cimatura è ottima se si desidera fare maggiore quantità, è pratica e si riducono le spese, ma bisogna anche fare attenzione perché i tagli apportati alla pianta sono vettori di malattie.
Tante idee e tanta passione. Lorenzo e Federica non si possono definire dei vignaioli comuni. La loro visione è così ampia che sarebbe forse riduttivo definirli solo dei semplici produttori di vino. Ma come sappiamo il vino è molto di più che una semplice bevanda. Custoditi in bottiglia ci sono cultura, storia, tradizioni, fatica e conoscenze tramandate di generazione in generazione.
I vini di Vignai da Duline sono una sintesi di tutte queste cose, conquistano non solo i palati per le loro qualità organolettiche, ma riescono anche a far pensare e smuovere le coscienze, sensibilizzando chi spera e lotta per un futuro migliore, più rispettoso della natura e dei suoi fragili equilibri.

DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO
1) Quando si pianifica un nuovo progetto, si inizia una sorta di viaggio. Come dei marinai, si salpa con la propria barca e ci si dirige verso un punto di approdo ideale che permetta di raggiungere determinati obiettivi e realizzare i propri sogni. Ma lungo il percorso si può trovare il mare mosso, si può perdere la rotta e impiegare molto tempo per arrivare a destinazione. Sono passati quasi vent’anni da quel 1995 quando è iniziato il vostro viaggio, ma è vicino quel sogno dal realizzarsi o avete ancora molta strada da percorrere?
Il nostro è stato e lo è tuttora un viaggio di introspezione. Abbiamo voluto metterci in gioco restando fedeli a quello che era il nostro pensiero di partenza su tante tematiche importanti. L’incontro con il mondo del vino è stato una sorta di folgorazione, l’inizio di un viaggio di percezioni che ci ha permesso di conoscere nuovi posti e vedere il mondo attraverso il vino. Le vigne hanno ogni anno qualcosa di diverso da comunicarti e questo è il fascino di questo mondo. Il nostro primo obbiettivo era quello di riuscire a mantenerci economicamente ma senza scendere a compromessi, fedeli al nostro sogno e mantenendo la rotta sempre verso la stessa direzione. Le cose che sognavamo si sono realizzate e questa è già una bella cosa, ma il sogno continua. Molte volte penso che quello che abbiamo realizzato è andato anche oltre le nostre migliori aspettative, ma non vogliamo fermarci. Stiamo continuamente maturando nuove idee e una sensibilità che va verso una direzione che magari oggi non è condivisibile a tutti, ma che forse lo sarà in futuro.
Una cosa è certa: noi siamo rimasti marinai (viticoltori) mentre molti nostri colleghi sono diventati degli armatori (imprenditori), raccontano il vino ma non lo produco più con le loro mani. Il business rischia di portati via dalla rotta di partenza (fare il vino) perché sei impegnato con mille altre cose, viaggi, fiere, ospitalità e via dicendo.
Un piccolo sogno che avevamo era quello di riacquistare 2 ettari di terra che erano appartenuti al nonno e che poi erano passati di proprietà. Lo abbiamo realizzato ed oggi abbiamo 4 ettari totali a Le Duline. In questi nuovi 2 ettari abbiamo voluto riprodurre le medesime condizioni che c’erano al tempo: alberi fa frutto e gelsi di contorno, le stesse varietà di viti, con lo stesso portainnesto, perché l’obiettivo è sempre quello di dare continuità a quelle che erano le tradizioni e il modo di lavorare dei nostri avi.
2) Vi conoscete praticamente da ragazzini e il destino vi ha voluto compagni sia di vita che protagonisti nella vostra attività lavorativa. Ma se parliamo di vino e di Vignai da Duline, quali sono le differenze sostanziali fra di voi, in termini di carattere e modo di pensare, che vi hanno permesso di raggiungere quell’equilibrio che come in vigna è fondamentale per raggiungere degli ottimi risultati?
Abbiamo avuto la fortuna di avere da sempre molte idee in comune, non solo per quello che riguarda il mondo del vino ma anche come filosofia di vita, ecco perché non abbiamo avuto bisogno di trovare grandi compromessi. Su certi aspetti e su certi argomenti abbiamo visioni con sfaccettature diverse, come normale che sia, che però alla fine trovano sempre un punto di convergenza. Specialmente sulle cose importanti non abbiamo avuto mai grosse divergenze. Astrologicamente siamo due “leoni” con caratteri similari, animati da una profonda fiducia reciproca, fondamentale in ogni relazione per ottenere un obiettivo comune.
3) Avete 4 ettari di vigna in Duline e 6 in Ronco Pitotti. Quanto sono diversi i due terroir e quali i lori pregi ed eventualmente difetti?
La Duline con i suoi 4 ettari, è il vigneto che ha dato origine all’azienda con viti di oltre 80 anni; caratterizzata da terreni rossi calcarei ciottolosi situati su un antico dosso fluviale dello Judrio.
È la zona dove, oltre ad aver costruito la nostra casa e creato la nostra famiglia, abbiamo iniziato a lavorare applicando le nostre idee e convinzioni in materia di viticoltura. Inerbimento spontaneo con riduzione progressiva e graduale delle concimazioni e della carica di gemme. Un lavoro certosino fatto su ogni vite e su tutte le varietà che mirava sia ad abbassare le rese produttive sia a lavorare per ottenere l’equilibrio della parete vegetativa. Questi sono stati alcuni dei nostri primi interventi.
Il Ronco Pitotti, strutturato sugli originali terrazzamenti realizzati a mano, presenta strati alternati di rocce marnose e arenarie. I 6 ettari di vigneto risalenti agli anni ’30, con le viti cresciute su base rupestris che dimorano su un terreno verde ed inerbito, da decine di anni non conoscono l’esistenza di concime ne chimico ne naturale. Qui è stata fatta un opera di recupero su viti che sembravano giunte al capolinea, un minuzioso lavoro che ha permesso di rigenerarle e renderle di nuovo produttive.
Lavorare su due zone diverse ci ha permesso di imparare un sacco di cose nuove ed acquisire notevoli competenze. Entrambi sono territori che donano notevole mineralità e sapidità, ma con diverse combinazioni (ad esempio a Ronco Pitotti maggiore è la componente di silicio). Se parliamo invece della componente aromatica dei bianchi, questa è sicuramente maggiormente espressa a Le Duline.
In generale sono due territori che donano vini unici, ancorati alle radici ma che puntano in alto. Per usare una parola, potremo dire: verticali.
4) Il vostro amore per tutto quello che concerne il biologico e il biodinamico è frutto di un percorso lento, fatto di studi e conoscenze graduali o è un vero e proprio atto di fede, una folgorazione sulla via di Damasco o sarebbe meglio dire di Villanova del Judrio?
Quando ci siamo conosciuti avevamo entrambi una visione di vita e un pensiero comune che andavano a braccetto su certe tematiche, quindi più che parlare di folgorazione si è trattato di un percorso ampiamente condiviso che ha trovato anche nella viticoltura una delle sue massime espressioni.
5) Pensate che il futuro dell’agricoltura non possa che essere biologico? E se sì, è sicuramente un bene che oramai sempre più aziende stiano virando verso questa direzione anche se a farlo sono sempre più anche grandi realtà industriali, attratte forse più dal business che da reali ideologie di pensiero?
Se sempre più aziende iniziano a non usare diserbanti e pesticidi è sicuramente un bene per il mondo del vino e per il pianeta in generale già gravemente provato da uno sfruttamento incondizionato che non presta molta attenzione alle leggi della natura.
Ovviamente il distinguo fra il piccolo produttore e le grandi multinazionali, che attraverso la grande distribuzione esercitano un innegabile monopolio, va fatto.
I furbetti ci saranno sempre ma è necessario porre l’attenzione sul fattore organolettico che è quello che fa la differenza e permette al consumatore di poter scegliere fra un prodotto omologato e prodotti con un’anima che solo le cure e attenzione di veri artigiani del vino riescono a donare.
Bisogna però sottolineare che in termini numerici, il mercato globale e standardizzato del vino copre più dell’80% del totale. E’ quindi fondamentale che tutte le tematiche che riguardano il biologico muova le coscienze di un sempre maggior numero di persone che vadano quindi alla ricerca di determinati prodotti, permettendo una crescita esponenziale in questa direzione.
6) Un uccellino mi ha detto che siete grandi estimatori dell’ape Maya e di tutte le sue sorelle operaie. Da dove nasce questa stima e passione?
Da giovane sono stato apicoltore, ci dice Lorenzo, e una volta diventato viticoltore questa mia passione è proseguita iniziando una collaborazione con Giuliano Marini della Fattoria Rurale Canais che ha portato le arnie in vigna.
Poi a causa di un evento naturale abbiamo scoperto che l’attività delle api non è importantissima solo per l’impollinazione e il trasporto dei lieviti da grappolo a grappolo.
Nel 2002 siamo stati colpiti, nella vigna di Duline, da una forte grandinata che aveva iniziato a compromettere la sanità delle uve. Molti nostri colleghi, per non perdere del tutto la produzione, avevano iniziato a vendemmiare in anticipo, invece noi abbiamo deciso di iniziare un lungo e laborioso lavoro di cura acino per acino. Però ci siamo accorti che una cosa sorprendente stava accadendo: le api delle arnie presenti in vigna, con l’ausilio del loro apparato boccale stavano pulendo i liquidi zuccherini fuoriusciti da chicchi rotti, asciugandoli e impedendo così il possibile generarsi di muffe e batteri dannosi.
Anch’io pensavo che le api fossero nemiche dell’integrità delle uve invece, a differenze di vespe e calabroni, lavorano in sinergia con il viticoltore diventando una grande risorsa anti botritica traendo anche loro dei benefici in una stagione povera di fioriture.
Da questa scoperta quasi casuale è nata una collaborazione costante e ogni anno, verso la metà di agosto, un numero preventivamente calcolato di api è portato in mezzo alle vigne in modo da assicurarci la giusta presenza in rapporto all’estensione del vigneto; per definire questa giusta proporzione siamo stati aiutati da alcuni ricercatori di Apicultura dell’Università di Udine con cui è nata una proficua collaborazione.
7) Sono datati 1999 i vostri primi vini, il Morus Alba e il Morus Nigra, omaggio ai nomi botanici del gelso, albero in cui vi sentite identificati e che è diventato anche logo dell’azienda. Quanto sono cambiati i vostri vini e avete un figlio prediletto che amate in maniera particolare?
Diciamo che parallelamente a come siamo cambiati noi come persone anche i nostri vini hanno seguito la stessa direzione. Il numero crescente di vendemmie fatte ti porta più conoscenza, saggezza e capacità di gestione. Uno dei maggiori risultati di questa crescita in termini di esperienza è stato capire quanto importante fosse raggiungere l’ottimale equilibrio in vigna.
Questo non significa che produciamo vini in maniera diversa da quando abbiamo iniziato. Abbiamo sposato uno stile francese-borgognone intervenendo il meno possibile in cantina per far emergere nel bicchiere le caratteristiche della vigna e del suo terroir ancor prima del vitigno. Siamo molto affezionati al Morus Alba e al Morus Nigra perché rappresentano il compendio dei due cru Duline e Ronco Pitotti che lavorano in sinergia per dar voce a quella che è la filosofia aziendale.
Però è sempre difficile fare delle classifiche perché sono tutti dei figli prediletti, frutto di un attento studio di ogni singola tipologia e degni rappresentanti del territorio.
8) Federica, per la tua tesi di laurea sei andata ad intervistare per un anno le persone anziane della montagna friulana, raccogliendo preziose testimonianze su quello che era un tempo il mondo agricolo: tanta fatica ma anche tanto rispetto per la terra, e un grande buon senso per salvaguardare tutti gli equilibri naturali.
In un mondo malato di consumismo e falsi valori, dove la massa è anestetizzata e sembra non avere più voglia o coraggio di lottare per i propri ideali e per la realizzazione di un mondo migliore, può essere il ritorno alla terra la vera rivoluzione sociale ed economica, che potrà ridare speranza alle giovani generazioni che non vedono al momento grandi prospettive all’orizzonte nel nostro paese?
Mi piace il termine rivoluzione sociale legato al mondo dell’agricoltura. Nelle scuole steineriane dove ho insegnato, ci racconta Federica, una parte importante della didattica è dedicato alle attività manuali, atte a sviluppare e affinare le naturali, anche se oggi un po’ perse, capacità artigianali dell’essere umano.
L’agricoltura, come tutti i mestieri che fanno dell’uso delle mani il loro modus operandi, rappresenta un investimento per il futuro dei giovani, soprattutto in un mondo dove l’eccesso di tecnologia, crea delle scorciatoie che ti portano lontano da tutto quello che riguarda l’arte della manualità.
Entrare nel mondo dell’agricoltura non significa avere garanzie e sicurezze a priori, ma come è successo a noi può essere un modo per entrare in contatto diretto con le proprie naturali potenzialità.
Certo, il mondo del vino ti dà maggiori possibilità, gratificazioni culturali ed emozionali di quello che può darti l’agricoltura in generale. Ci ha permesso di viaggiare, conoscere un mucchio di persone e ci ha permesso di crescere intellettualmente. Questo mestiere è diventato per noi un mezzo di comunicazione culturale, quello che era poi il nostro obbiettivo di partenza.
9) Lorenzo, visto la tua grande passione per l’archeologia, quale civiltà e cultura del passato vorresti riportare ai nostri giorni, in modo che possa essere strumento di studio ed insegnamento per le nuove generazioni?
È una domanda alla quale faccio fatica a rispondere. Gli uomini sono sempre gli stessi, con i pregi ma anche con gli innumerevoli difetti tipici dell’essere umano, quindi non pensò che cambierebbe granché. Mi piacerebbe però fare un salto all’indietro di 70 anni, e con le conoscenze di adesso, riportare il modo di fare agricoltura di quegli anni, dove si lavorava la terra in modo realmente sostenibile. Il vino, per quanto mi riguarda, trova un collegamento con il passato per tutto quello che concerne la ricerca e lo studio del lavoro di chi ci ha preceduto, ricerche preziose per ottenere delle risposte e delle soluzioni nel presente.
10) Devo finir di colorare il mondo che vorrei abitare…cantano i Bandabardò nella canzone “Disegnata”. Se vi regalo pennello e colori magici, che mondo e che futuro sognate di disegnare per le vostre figlie?
Sogniamo che ci sia ancora spazio in questo mondo per il reale e non solo per il virtuale, che le relazioni fra le persone non siano solo lettere da digitare su una tastiera di un pc o del smartphone. Cerchiamo ogni giorno di fare vivere alle nostre figlie esperienze concrete fatte di viaggi, cibo, culture diverse, conoscenza. Crediamo nella necessità di rallentare i ritmi perché le cose più profonde hanno bisogno dei giusti tempi per essere vissute appieno e con il massimo appagamento. Auguriamo a loro di fare un mestiere che le appassioni, saranno libere di fare quello che riterranno più giusto. Faranno quello che ameranno e noi appoggeremo le loro scelte anche se non dovessero seguire la nostra strada.
Stefano Cergolj




