I racconti di Alda: Semaforo Rosso

Li guardo tutti, uno per uno. I miei ragazzi. La festa per gli studenti che hanno conseguito la maturità è una tradizione di questo liceo, voluta e rigorosamente osservata dalla nostra preside. Sono quasi tutti tra i diciotto e i diciannove anni, uomini di un futuro per loro ormai prossimo. Eppure, osservandoli ora, mi è difficile immaginarli adulti. Li ho avuti per tre anni nella mia classe, erano quasi tutti quindicenni, adolescenti con i primi accenni di baffi e barba, qualcuno con l’orecchino, un gran ciuffo di capelli sulla fronte alla moda del leader di un gruppo rock, un metro e ottanta di altezza e atteggiamenti da grandi. Le ragazze un po’ più riservate, ma già con gli occhi truccati e la consapevolezza della loro femminilità. Tre anni con loro.
Ho cercato di conoscerli e di capirli, li ho amati e in alcuni momenti anche detestati per la loro presunzione e per la loro arroganza di ragazzi da poco usciti dall’infanzia, eppure convinti di potersi mettere in competizione con gli adulti, di relazionarsi con loro come se fossero coetanei. Non tutti, più i maschi delle femmine, ma in tanti anni d’insegnamento, ho sempre cercato di mantenermi imparziale, di non lasciarmi influenzare e fuorviare da inevitabili e istintive antipatie o simpatie, di non privilegiare i bravi, i più dotati per lo studio e i più civili, lasciando indietro gli altri. Troppo facile, troppo comodo, per me era invece fondamentale seguire con maggiore attenzione i più difficili, i distratti, quelli comunemente definiti “gli scalda banco”. Era per me un punto d’orgoglio, il mio scopo principale, quello di riuscire ad ottenere l’interesse, il rispetto e la voglia di apprendere dai più pigri, i meno motivati, i problematici. Un’impresa non facile, frustrata a volte da clamorose sconfitte di cui mi ritenevo in gran parte responsabile. Ma le famiglie dov’erano? Non potevo non chiedermelo, soprattutto quando uno di quei ragazzi si perdeva nelle pieghe di un mondo troppo duro e impietoso.
Alla fine so di averli amati tutti e posso affermare con gioia che la maggior parte di loro non ha avuto debiti nelle mie materie e se qualcuno è stato bocciato nel corso dei tre anni, non è stato certo a causa di esse. Fosse stato per la storia e la filosofia, io sarei riuscito a portare tutti alla maturità con successo, le amavo e m’impegnavo al massimo perché anche loro le amassero.
Quante discussioni con alcuni miei colleghi convinti che ci fossero soggetti buoni, soggetti da raddrizzare, altri da lasciar perdere “non ne vale la pena e tanto peggio per loro”. Soggetti, non persone. Per me era intollerabile un simile schema applicato ad esseri umani, per di più adolescenti confusi, con l’ansia del corpo in trasformazione, gli ormoni in alto mare, situazioni familiari a volte così assurde e caotiche da renderli sempre più incerti e aggressivi.
A me piaceva aiutarli a crescere, vederli cambiare nell’aspetto, nel carattere e nel comportamento. Alla fine dei tre anni, lasciarli andare, era per me uno strappo doloroso. Quelli di loro che erano riusciti a fare tutto il percorso senza bocciature prendevano la strada dell’università e molti rimanevano in contatto con me, a volte per lungo tempo. Tutti miei figli. Con loro avevo intrapreso un dialogo che ci aveva avvicinato sempre più, li conoscevo bene e loro conoscevano me. Separarmene non era facile, ma poi c’erano gli altri, i nuovi, quelli delle terze classi, quelli che arrivavano a me in parte già strutturati da altri metodi d’insegnamento, ma con i quali riuscivo comunque a entrare in contatto. Con loro tutto ricominciava, ero di nuovo in gioco, consapevole dell’importanza del mio ruolo e delle mie responsabilità.
Ora sono tutti qui, davanti a me. Gli ultimi. Questa volta è un addio, non soltanto a loro, ma a tutto il liceo. È arrivato il momento di andare in pensione. Mi sento confuso, agitato, anche se non mi spaventa troppo la certezza di dover cambiare i ritmi della mia vita. Avrò più tempo per me, per i miei tanti interessi accantonati durante gli anni della scuola. Non più compiti a casa da correggere, aggiornamenti, lezioni da preparare, discussioni con i colleghi, voci alte da contenere, l’ansia delle interrogazioni, dei voti da dare, le valutazioni, i momenti di sconforto, i successi e gli insuccessi di ogni mio studente. E mio.
Sono un uomo appagato e continuerò ad esserlo anche se d’ora in poi avvertirò maggiormente la solitudine di una casa vuota. Ho conosciuto grandi gioie e grandi dolori, sconfitte e soddisfazioni, nella professione, più ancora che nel privato. Sconfitto dal cancro che mi ha strappato dall’amore della compagna della mia vita e sconfitto, almeno in parte, dalle scelte dei miei due figli, Giorgia e Adriano. Una sconfitta egoistica perché loro stanno bene, entrambi soddisfatti nel lavoro e nel privato, lei in Spagna e lui in Inghilterra. Una sconfitta a metà, perché sono felice per loro, ma non per me. Non li vedo quanto vorrei, vengono a trovarmi due o tre volte l’anno, secondo i loro impegni e poi c’è skype, generosa conquista del progresso tecnologico, ma non mi è mai bastato. In ogni modo ora, forse, potrò andare più spesso io da loro. Si vedrà.
Ecco, è arrivato il momento dei saluti. Si avvicinano tutti, uno alla volta, mi stringono la mano, fanno cerchio intorno a me, mi emoziono, poi sento la preside dire qualcosa che non afferro ed ecco Allegri, un biondino che da ultimo è diventato primo della classe, avanzare reggendo una targa per me. “Un’idea dei ragazzi” afferma la preside, ma so benissimo che quel gesto parte anche da lei. Anni di una collaborazione serena, una stima reciproca tra noi e adesso che lascio questo liceo per sempre, la targa rappresenta un riconoscimento per il mio impegno d’insegnante e ancor più, forse, come essere umano.
Un nodo in gola, un tremore nella mano che continua a stringere tante altre mani che sembrano volermi trattenere. Mi libero gentilmente, prendo la targa, per qualche secondo la stringo a me, poi la metto nella mia borsa di pelle, gonfia di carte, cimeli di una lunga carriera. Devo andare. Un breve discorso di ringraziamento, ancora saluti. Vado vado vado. Non devo e non voglio voltarmi indietro. All’improvviso mi torna alla mente una frase, una voce, quella di mia figlia: “Sei stato molto bravo a insegnare storia, filosofia, umanità e vita, ma non hai mai imparato a vivere, almeno un poco, anche per te stesso”.
Ora lo farò, penso ad alta voce, ora ho tanto tempo. Ed è con questo pensiero rassicurante che attraverso la strada senza accorgermi che il semaforo è rosso.


