Villa Matilde, la rivincita dell’antico vinum falernum

Le più importanti scoperte sono sempre legate ad un’ostinata determinazione.
Villa Matilde è l’incredibile storia dell’ostinata follia di Francesco Paolo Avallone, fondatore della Casa vinicola, avvocato, giurista e profondo conoscitore dei testi umanistici, per il quale le letture intorno all’antico vino ardens et fortis, il prezioso vinum falernum decantato da Plinio il Vecchio, Ovidio, Marziale divennero una vera ossessione e una magnifica sfida da raccogliere.

“Nec cellis ideo contende Falernis“, perciò non gareggiare con il Falerno, scriveva il sommo Virgilio, nelle Georgiche.
Il Falernum fu il vino più prestigioso e leggendario dell’antichità, venduto in tutto il mondo antico. Camminando tra le strade dell’antica Pompei, ancora oggi è visibile una scritta sulle pareti di un Termopolium, una sorta di listino prezzi: Per un asse puoi bere vino; per due assi si può bere il migliore e per quattro può bere Falerno.
Fu, inoltre, il primo vino dell’antichità a potersi fregiare della prima denominazione di origine, così strettamente ricompreso nell’Ager Falernum, come si evince dagli scritti del famoso medico Galeno che avvertiva sull’autenticità di tutti i vini Falernum in vendita a Roma.

Parimenti leggendaria era la sua capacità di invecchiamento: gli storici riportano che aveva bisogno di almeno 10 anni per affinarsi e la sua maturazione qualitativa era tra i 15 ei 20 anni o anche più. Tanto è riferito dallo storico Varrone nel suo Res rusticae, dove indica il Falernum come vino che “tanto più aveva valore quanto più invecchiava“. Plinio il Vecchio testimonia e definisce l’esistenza di tre tipi di vino di questo vino: dolce, sottile e austero, considerato il migliore, tant’è che il dotto Petronius Arbiter Elegantiae nel Satyricon narra di un Falernum invecchiato cento anni, servito alla cena di Trimalcione. Non da ultimo, il Falernum fu il vino offerto da Cleopatra a Giulio Cesare dopo la vittoria. Dunque, come poter resistere a siffatta malìa?

E, così, l’Avvocato, si innamorò della terra e, sulle orme degli antichi storici, dopo anni di studi e letture, coadiuvato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Agraria, individuò, finalmente, le viti che un tempo davano vita al Falerno, pochi ceppi sopravvissuti miracolosamente alla devastazione della filossera di fine Ottocento.
Accantonati Codici e Pandette, l’Avvocato si fece vignaiolo e, con l’aiuto di pochi contadini locali, ripiantò gli antichi vitigni del Falerno, proprio nell’Ager Falernum, com’era chiamata dagli antichi romani la terra compresa tra la provincia di Caserta, il mare del litorale Domitio e il Monte Massico, dove un tempo erano prosperati, e fondò Villa Matilde, un tenero omaggio all’amatissima moglie.

La prima vendemmia di Villa Matilde fu nel 1970, poche migliaia di litri per la famiglia e gli amici, cui seguì nel 1975 la prima annata commercializzata. Nel 1989, dopo oltre un decennio di strenuo impegno di Francesco Paolo Avallone, fu riconosciuta la Doc (Decreto Presidente della Repubblica del 03/01/1989, modificato con successivo Decreto Ministeriale del 31/10/1993) e, dunque, le vigne furono censite come tali e la denominazione Falerno del Massico assunse una valenza specifica.
L’avvio nel 1995 della collaborazione di Villa Matilde con Riccardo Cotarella, uno dei massimi enologi a livello mondiale, segnò un punto di svolta nell’interpretazione delle caratteristiche peculiari dei vitigni e dei vini dell’ager Falernus. Sulle corde della passione paterna, Salvatore e Maria Ida Avallone, abbandonando rispettivamente la carriera forense e l’attività diplomatica, proseguono oggi il sogno e il progetto paterno, raccogliendone l’importante eredità, tra cui, il ritorno all’invecchiamento del Falernum nei pythoi, i grossi otri di terracotta che a partire dal VI secolo a.C. venivano realizzati a Ischia dai coloni greci immigrati e da cui l’isola prese il nome, Pithecusa.

Per celebrare l’evento, che ha coinciso con la cinquantesima vendemmia di Villa Matilde, è stato dato alle stampe uno studio dell’archeologo Luigi Crimaco ed è stata organizzata, giovedì 14 giugno scorso, con l’enologo Riccardo Cotarella una verticale di Falernum, Vigna Camarato, uno dei migliori vini campani, dal 1995 al 2010. Prodotto esclusivamente nelle migliori annate con uve raccolte nell’omonimo vigneto, uno dei più vecchi e meglio esposti della tenuta collinare di San Castrese alle falde del vulcano spento di Roccamonfina, nasce da uve aglianico (80%) e piedirosso (20%) raccolte a mano. Colore rosso cupo e profondo, profumo intenso e persistente di frutti di bosco rossi e neri, pepe, cioccolato, caffè, liquirizia e vaniglia ed il gusto asciutto e caldo, la degustazione ha rivelato la straordinaria acidità, costante e presente in tutte le annate, che ne ha definito tutta la carica di complessità, eleganza e potenza.
Acidità di piacevole freschezza ritrovata anche nel sorso di Falernum, vinificato secondo le indicazioni degli antichi e invecchiato nel pythos, aperto, per l’occasione, dall’enologo Fabio Gennarelli: un’emozione unica che, per l’attimo del sorso, come per incanto, ha cavalcato idealmente secoli di storie, di genti, di tavole imbandite, di libagioni e di calici colmi dell’elegante Vinum Falernum, ritrovato grazie all’ostinata follia di Francesco Avallone e che, col suo rosso caldo e il suo sapore intenso, continua a narrare la magia di una terra ricca di contrasti su cui si estendono le vigne di Villa Matilde. E il sogno, calice su calice, oggi continua anche per noi.
Carmen Guerriero

