I racconti di Alda: Cioccolata a merenda
Mi aveva già sorpresa con la sua telefonata. “Ho saputo che non sei stata bene ultimamente. Se non hai impegni sabato pomeriggio vengo a trovarti. Puoi prendere la cioccolata?”
“Sì certo, mi piace. Va bene per sabato, non ho impegni“
“Arriverò presto, sai che non amo stare in giro con il buio“
Lo sapevo e condividevo i suoi timori. Non eravamo più giovani da molto tempo, eravamo amiche, quasi coetanee, ma della nostra giovinezza non avevamo ricordi comuni. C’eravamo conosciute quando entrambe avevamo già un lungo passato da raccontare e in qualche modo lo avevamo fatto, sia pure senza approfondimenti e omettendo alcuni fatti. Quantomeno da parte mia. Eravamo molto diverse, per mentalità, per carattere, per le idee politiche e per la maniera di rapportarci con alcuni avvenimenti della vita, con le contraddizioni e i continui cambiamenti dell’epoca in cui vivevamo.
Il nostro incontro era avvenuto durante una riunione di gruppo e avevamo subito simpatizzato scoprendo, nel tempo, di avere in comune il senso dell’umorismo e il piacere di vederci nonostante le differenze. Non ci incontravamo spesso, non perché ci evitassimo, ma per frequentazioni diverse e quindi mancanza di occasioni, ma quando accadeva ne eravamo contente. Ridevamo spesso insieme e questo creava tra noi una simpatica complicità.
La sua telefonata mi aveva fatto piacere e anche la sua domanda: “Puoi prendere la cioccolata?“
Una domanda che aveva subito stuzzicato la mia ben nota golosità.
Il sabato mattina la mia amica mi ritelefonò per darmi conferma della sua visita e ora ero pronta per riceverla. Mi piaceva presentarmi bene, convinta che, con il passare degli anni avere cura del proprio aspetto fosse quasi un dovere. Per me non era un problema, non lo era mai stato, mi veniva naturale. Non riuscivo a lasciarmi andare neanche quando stavo male, vestirmi, truccarmi, cercare di avere i capelli in ordine era un modo per non farmi aggredire da pensieri deprimenti.
Lo specchio mi rimandò una immagine di me stessa un po’ provata dalla recente malattia, conclusasi fortunatamente senza strascichi, se non una certa difficoltà ad uscire da sola. Il mio corpo mi aveva tradita indebolendo le mie sicurezze e rimettendo in moto vecchie paure irrisolte.
Il suono del citofono mi fece allontanare di scatto dallo specchio e dalla mia faccia. Risposi e subito dopo andai ad aspettare la mia amica sulla porta. Ci abbracciammo. “Sono contenta che tu stia meglio, fa un certo effetto non vederti in giro“, mi disse dirigendosi verso la cucina.
Era venuta nella mia casa soltanto poche volte, ma evidentemente se la ricordava bene. Del resto il mio era un appartamento piccolo, io a volte mi ci perdevo in quelli molto spaziosi delle mie amiche. La raggiunsi in cucina e rimasi a guardarla incuriosita, stava tirando fuori dalla sua borsa una serie di oggetti.
“Cos’è quella, la valigia di Mary Poppins?” Le chiesi.
“Sei indebolita, non volevo farti lavorare, così ho preso tutto l’occorrente per preparare la cioccolata“.
Non aveva dimenticato proprio niente, la pentola, mezzo litro di latte, due bustine con la soluzione da sciogliere e perfino il cucchiaio di legno. Accese il fornello e cominciò a preparare la cioccolata girando il mestolino, chiacchierando e scherzando. La guardavo e intanto pensavo come fosse strano e tuttavia possibile che una persona, apparentemente prevedibile nei suoi comportamenti, potesse invece compiere un gesto fuori da tutti gli schemi. Un colpo d’ala, un’attenzione così tenera e generosa da stupire. Sfumature.
Trascorremmo insieme un paio di ore molto piacevoli. Gustammo la cioccolata, i biscotti che aveva portato lei, i pasticcini che avevo comprato io. Chiacchierammo e scherzammo come avevamo fatto altre volte, eppure entrambe avvertimmo qualcosa di diverso, una intesa speciale, una più sentita confidenza e quando ci salutammo c’era ormai tra noi la percezione di aver fatto un passo avanti nella nostra amicizia. Una piccola finestra aperta là dove, fino a poco tempo prima, c’era stata una parete. Questa sensazione ci sarebbe rimasta addosso, ne ero sicura, insieme al sapore e al profumo di “quella” cioccolata. Che ci fossimo riviste tra una settimana, tra un mese o tra un anno.


