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Non sono bastate le reazioni di numerosi produttori, né la raccolta di firme, né l’intervento della →stampa: mentre la maggior parte di noi era alle prese con i consueti riti natalizi, a ordinare panettoni, pasta all’uovo, pesce, a comprare gli ultimi regali per i giorni di festa, sulla Gazzetta Ufficiale del 22 dicembre veniva pubblicato inesorabilmente il nuovo disciplinare del vino simbolo (ma forse no, altrimenti perché cambiarlo?) della Calabria, il Cirò. Che c’è di male? Beh, chi ha seguito la vicenda saprà certamente quale aspetto del nuovo disciplinare ha fatto sobbalzare gli animi, ovvero la modifica dell’uvaggio che compone questo storico vino, che oltre a portare dal 95% all’80% la presenza minima del gaglioppo, consente la bizzarra introduzione di una miscellanea di uve a bacca rossa “provenienti dalle varietà idonee alla coltivazione nella regione Calabria da sole o congiuntamente fino ad un massimo del 20% ad esclusione delle varietà Barbera, Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Sangiovese e Merlot, che possono concorrere fino ad un massimo del 10%“. Ora, con tutta la buona volontà, non si riesce a capire il senso di questa modifica se non nel tentativo di dare un’impronta diversa al vino legata più all’idea che l’introduzione di certi vitigni possa dargli uno stampo più “internazionale”, che non si capisce ormai a chi possa interessare (ma onestamente non mi sembra una grande idea neanche consentire l’uso di sangiovese e barbera…). E’ come se la storia non insegnasse mai nulla, si riparte sempre da capo, non si impara dalle esperienze fatte né in proprio né da altri. Cosa c’è di nuovo ad aggiungere merlot e cabernet, operazione che è stata fatta in decine e decine di disciplinari di varie regioni? E quali vantaggi concreti può portare una simile scelta in un mercato che tende ad uniformare e appiattire le differenze, con la conseguenza di darla vinta a chi se la batte sui prezzi? La verità è che oggi è sotto gli occhi di tutti il progressivo spostamento di interesse verso vini sempre più ricchi di personalità, magari ottenuti anche da metodi rispettosi dell’ambiente. Dove vivono i protagonisti di questa bella trovata? Si sono informati? Credono davvero che rendere il gaglioppo più morbido e piacione otterrà chissà quali aperture, non dico in Italia, ma all’estero? E poi chi ha realmente voluto questa modifica, visto che l’assemblea dei soci del Consorzio di Tutela, svoltasi proprio per discutere della modifica, si è chiusa →senza votazioni pro o contro? Fra le giustificazioni di questa folle decisione è stato messo il fatto di avere eliminato quel 5% (facoltativo!) di trebbiano e greco bianco che poteva essere aggiunto al gaglioppo, ma non regge! Sia perché era appunto facoltativo, sia perché se si voleva fare un passo in avanti verso la qualità e l’unicità del vino (che ricordo è diventato Doc nientemeno che nel 1969) o si lasciava il gaglioppo in purezza o si consentiva il contributo di altre uve a bacca rossa caratteristiche della zona, o quantomeno presenti tradizionalmente in regione come Greco nero, Magliocco canino, Marsigliana nera e, soprattutto, si interveniva sulla resa di uva/ettaro, che invece è di ben 11,5 tonnellate, nettamente al di sopra della media e certamente non sinonimo di qualità. Della serie “continuiamo così, facciamoci del male”!
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