Nebbiolo Grapes 2006: una manifestazione da ricordare

Ho riflettuto a lungo e ripercorso con la mente le tappe di quei tre giorni passati ad Alba, durante la 2a Convention internazionale “Nebbiolo Grapes“, svoltasi dal 10 al 12 marzo 2006. Due anni fa è stata la Valtellina a fare da culla a questo importantissimo congresso dedicato al nobile vitigno che dà lustro a numerose denominazioni italiane ma che è coltivato anche in Australia, California, Oregon, Virginia, Messico e Sudafrica. L’evento è stato utile per molteplici aspetti, come l’aver riunito produttori provenienti da varie parti del mondo accomunati dal desiderio di conoscersi e scambiarsi informazioni non solo tecniche ma anche culturali, legate alle diverse realtà e storie.
Nebbiolo Grapes ha confermato anche, sia attraverso la degustazione di oltre 400 vini a base nebbiolo provenienti in gran parte dall’Italia (interessantissimo il Nebbiolo Karana dei Colli del Limbara, prodotto in Sardegna dalla Cantina Sociale di Gallura, regione rappresentata a Nebbiolo Grapes dal presidente della Confraternita del Nebbiolo di Luras, Gian Giuseppe Cabras), ma anche dalle altre zone produttive precedentemente citate, sia nella presentazione delle numerose relazioni tecniche, come questo straordinario vitigno trovi la sua massima espressione nelle Langhe, nel Roero e nelle piccole ma non meno importanti zone dell’alto Piemonte dove nascono le denominazioni Boca, Bramaterra, Carema, Fara, Gattinara, Ghemme, Lessona e Sizzano, e in Lombardia nella Valtellina, in particolare nelle 5 sottozone a Docg Grumello, Inferno, Sassella, Valgella e Maroggia. E’ stato altrettanto interessante verificare come il nebbiolo si comporta in territori completamente diversi, offrendo in alcuni casi sensazioni suggestive anche se profondamente diverse da quelle a cui siamo abituati.
Durante il convegno, al quale sono intervenuti anche numerosi produttori nella sessione dedicata al tema “Il Nebbiolo visto dai suoi protagonisti“, il presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero Giovanni Minetti ha ricordato con un commovente e sentito intervento il compianto Bartolo Mascarello, uomo di grande cultura e umanità che ha rappresentato per tutti, anche per coloro che non ne condividevano le convinzioni politiche e certe scelte radicali (che oggi gli danno pienamente ragione: il suo rifiuto determinato nei confronti delle barrique è oggi testimonianza della sua lungimiranza, di fronte alle recenti ricerche che hanno dimostrato la quasi totale incompatibilità fra le discusse botticelle da 225 litri e il nebbiolo), un punto di riferimento, una figura carismatica che ha contribuito in modo determinante a dare lustro e notorietà ai vini di Langa. Il suo Barolo, ottenuto dall’assemblaggio di nebbiolo proveniente dai 4 appezzamenti di proprietà (Cannubi, Ruè e San Lorenzo a Barolo, Torriglione a La Morra) e affinato esclusivamente nelle botti tradizionali, che oggi continua a risplendere grazie a quella straordinaria figlia che tanto lo ricorda, Maria Teresa, rimane uno dei più grandi vini prodotti in Italia e apprezzati nel mondo.
Un altro intervento che mi è rimasto impresso è stato quello di Teobaldo Cappellano, una figura quasi imponente eppure piena di dolcezza, un vignaiolo dall’indole artistica e poetica, che ha parlato di “nebiolo, con una sola b perché è più dolce”, e ha sottolineato il fatto che, cloni nuovi o no, il colore del Barolo è il colore del Barolo e basta.
Quel giorno si respirava un’aria particolare, dove il nebbiolo sembrava essersi inserito tra di noi quasi avesse un’anima, grazie alle numerose dichiarazioni di amore incondizionato che si sono succedute, da quella di Massimo Martinelli (leggetevi il suo bellissimo libro “Il Barolo come lo sento io”, editrice Sagittario) che ci ha raccontato il “colpo di fulmine” che ha sentito osservando i grappoli di nebbiolo, a quella di Eugenio Arlunno, presidente del Consorzio Tutela Nebbioli Alto Piemonte, che ha esortato il “popolo del nebbiolo” a lottare per preservare l’identità del vitigno, contro ogni tentativo di globalizzazione.
Comprensibile ma non condivisibile, invece, la posizione del giovane Marco Fay, produttore valtellinese che ha dichiarato i suoi contrastati sentimenti nei confronti di un passato storico, a suo avviso condizionante e cattivo interprete delle caratteristiche di questo vitigno, dal quale ha voluto allontanarsi a favore di una ricerca espressiva più moderna, in linea con le tendenze che negli anni novanta hanno furoreggiato e ottenuto numerosi riconoscimenti.
Intervento sul quale ha richiamato l’attenzione con un monito Sandro Sangiorgi, l’ideatore della rivista “Porthos“, personaggio di grande cultura e retti principi: “Non è possibile rifiutare il passato, perché è grazie ad esso che noi oggi siamo quello che siamo“.
Persino Angelo Gaja, molti anni prima della sua scelta di declassare i suoi cru di Barbaresco e Barolo alla generica Doc Langhe, disse chiaramente del suo Sorì Tildin durante un importante seminario a New York: “Se volete che il Barbaresco vi piaccia, dovete amare i tannini“. Tannini che, se un tempo erano davvero ruvidi, astringenti, indomabili, oggi, grazie alle tecniche colturali e di vinificazione sempre più perfezionate, non hanno più quelle asperità che tanto mettevano in crisi di fronte ad un mercato estero del tutto impreparato. La storia del nebbiolo è la storia di quei vignaioli che con coraggio e orgoglio hanno lavorato per decenni, quasi in silenzio, lontano da mode e facili successi, dando vita a vini memorabili, molti ancora oggi insuperati e insuperabili. Vini che sono nati da una terra che vive e matura stagione dopo stagione, seguendo i suoi ritmi naturali, che attraverso la vite fa sentire i suoi sapori, che non perdona chi non sa amarla, comprenderla, assecondarla, chi la usa e la manipola senza capirla, cercando di piegarla al proprio tornaconto economico.
Il tempo è denaro. Mai tanto improprio e inadeguato questo concetto. E il nebbiolo non ci sta, lui ha una dignità da difendere e chi non lo rispetta non riuscirà a produrre vini indimenticabili, massima espressione di un terroir, vini che riescano a commuovere, ad emozionare mentre ascolti quei profumi con gli anni sempre più complessi e affascinanti. Questo è il nebbiolo, chi non lo capisce può scegliere di piantare cabernet.
Roberto Giuliani



