Quando una grande passione diventa realtà: l’azienda e i vini di Marco Pinat

Decidere di far nascere una nuova azienda vitivinicola di questi tempi non è impresa facile, sia per quanto riguarda l’investimento iniziale necessario, sia per quello che riguarda la successiva gestione aziendale e sia per la commercializzazione dei vini in mercati saturi e con tanta concorrenza.
Certo se ti chiami Sting e sei un’icona mondiale della musica, non dovresti aver avuto grossi problemi a far nascere la tua azienda “Il Palagio” in Toscana.
Angelina Jolie e Brad Pitt, prima del divorzio, una tra le coppie più famose di Hollywood, avranno avuto molte porte aperte per realizzare il loro “Château Miraval” nella Provenza francese. Così come l’attore spagnolo Antonio Banderas con l’azienda che porta il suo nome, la “Anta Banderas” nella rinomata regione vinicola spagnola. della Ribera del Duero, non avrà avuto troppi ostacoli a trovare le risorse necessarie per far partire la sua attività.
Tutto cambia però se sei un giovane appassionato del mondo del vino, non hai una famiglia alle spalle da cui rilevare l’attività e non hai grosse disponibilità finanziare per dar il via ai tuoi progetti. Ma queste sono le situazioni che a me piacciono di più perché i sogni che pian pianino si realizzano, quasi dal nulla, sono quelli che hanno sempre una importante forma di romanticismo, e sono frutto di passione e fatica, ed è per questo che vanno seguiti e valorizzati.

La storia che vi racconterò oggi nasce in una zona che sicuramente è meno famosa delle sopracitate regioni vitivinicole, ma rappresenta un’autentica chicca nell’affascinante panorama dei Colli Orientali del Friuli.
Ci troviamo a Savorgnano in provincia di Udine e il personaggio che andremo a conoscere è Marco Pinat.
Savorgnano si trova nella parte più occidentale dei Colli Orientali del Friuli, senza ombra di dubbio una delle zone viticole più fresche del Friuli.
Le marne ed arenarie che compongono i terreni sono la culla ideale per le viti. Il clima fresco, con l’influenza delle vicine montagne, provoca una maturazione tardiva di quasi due settimane rispetto alle altre zone dei Colli Orientali. Un buon sbalzo termico fra il giorno e la notte dona importanti componenti aromatiche alle uve.
Ma non bastano però solo le grazie della natura per produrre vini di qualità, ci vuole anche tanta passione e competenza per poter sfruttare al meglio quanto di buono ti viene concesso.
Ed è qui che entra in scena Marco Pinat, che una volta terminati gli studi in enologia inizia a recuperare un vigneto abbandonato sul quale esegue un estirpo e un nuovo reimpianto, appoggiando un progetto di biodiversità promosso dall’Università degli Studi di Udine e dal Consorzio Friuli Colli Orientali-Ramandolo. Questa iniziativa consisteva nell’ impianto di barbatelle di Refosco dal Peduncolo Rosso recuperate da selezione massale di vigneti storici.

Successivamente prende in affitto altri vigneti storici di varietà Tocai Friulano, Verduzzo Friulano e Picolit e nel 2016 riesce ad acquistare il suo primo vigneto sulla stessa collina su cui ha inizio la sua attività aziendale
Attualmente la superficie vitata è di circa 1 ettaro e mezzo ed è coltivata secondo i dettami dell’agricoltura biologica.
Ad oggi Marco produce circa 4000 bottiglie, suddivise in tre etichette che sono commercializzare con i nomi di “Sorelle” un Tocai Friulano, “Ognicost” Verduzzo e Picolit vinificati secchi e il Refosco dal Peduncolo Rosso “Massale”.
Ma ora andiamo a conoscere meglio Marco Pinat con una approfondita chiacchierata/intervista.
DIALOGANDO CON MARCO
Ci racconti com’è è nata la tua giovane azienda e come hai realizzato il sogno di diventare viticoltore a Savorgnano, fra le colline dei Colli Orientali del Friuli?
La mia è una azienda giovane perché nasce nel 2015, praticamente da zero, senza che ci siano stati genitori o nonni che mi abbiano tramandato terreni e saperi in eredità.
Io non sono originario di Savorgnano ma abitavo fino a venticinque anni fa a Udine. Fin da giovane avevo una certa passione per la viticoltura, infatti, mi sono iscritto prima alla facoltà di agraria di Cividale e poi ho fatto tre anni di enologia all’ Università di Udine.
La mia nuova attività è incominciata quasi per caso: avevo un amico di famiglia che possedeva un piccolo terreno a Savorgnano, con dei vigneti oramai semi abbandonati, che mi è stato dato in gestione per rimetterlo in ordine e ripristinarlo a fini vitivinicoli.
Da lì è partito tutto e ho iniziato a prendere degli altri piccoli appezzamenti in affitto, terreni di collina dove non avrei potuto usare il trattore ma fare solo lavorazioni manuali.
Con l’acquisto successivo di altre piccole particelle, ad oggi i terreni vitati sono circa di un ettaro e mezzo con una produzione media di 4000 bottiglie. L’azienda la gestisco io con l’aiuto di mia sorella che al bisogno mi dà una mano, specialmente quando dobbiamo andare a partecipare a qualche fiera.

Partire da zero e far nascere la propria azienda vitivinicola è oggigiorno una cosa rara perché i costi iniziali sono elevati e una volta avviata la nuova attività bisogna entrare nei mercati e cercare vendere i propri vini.
Infatti, gran parte delle nuove aziende che sono nate in questi ultimi anni vedono al timone persone che dispongono di grandi capitali e provengono da altri settori e che vedono il mondo del vino sia come un investimento sia, qualche volta, come un diversivo e una passione non essendo la principale attività imprenditoriale.
Tu sei un po’ una mosca bianca quindi in questo senso, avendo iniziato praticamente da zero la tua avventura nel mondo del vino.
Tanto coraggio, passione e un pizzico di spregiudicatezza, ma quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato e stai magari ancora affrontando oggi?
Avviare un’azienda da zero e recuperare terreni da coltivare non è per niente semplice. Per mia filosofia voglio fare vino grazie all’uso delle sole mie uve, quelle che coltivo io, e non acquistare da produttori terzi, visto che sono anche certificato biologico e ci vuole una certa cura nel modo di operare in vigna.
Oggi lavoro su dei singoli cru e i tre vini che produco provengono tutti da questi singoli vigneti, Le difficoltà sono molte: c’è innanzi tutto una bella competizione visto che in una regione come il Friuli ci sono tanti bravi produttori, che vanno dal grande, al medio, al piccolo e anche il piccolo-piccolo come potrei definirmi io.
Qualche mio amico mi dice che non serve preoccuparsi troppo perché producendo al massimo 4000 bottiglie non dovrei avere difficoltà a commercializzarle.
Però sono tutti discorsi relativi perché dipende sempre a che prezzi di vendita vuoi uscire, che costi di gestione hai, verso che canali di distribuzione ti vuoi rivolgere. Quando parti da zero sono variabili non facili da capire. All’inizio devi fare tante cose assieme: il coltivatore, il vinificatore, seguire il commerciale, il marketing, pianificare una strategia per capire su che canali andare a proporre il tuo prodotto.
Poi ovviamente ci sono i costi maggiori che si va ad affrontare volendo fare viticoltura in collina che rispetto alla pianura sono molto più elevati sia per quanto riguarda l’acquisto dei terreni sia per la gestione di tutte le lavorazioni manuali.
Poi bisogna mettere a bilancio tutti i costi di cantina per l’acquisto di botti e contenitori di vinificazione, per la scelta di bottiglie, etichette e tappi.
Tutte cose che all’inizio vanno ad incidere molto sul bilancio, tenendo presente che per un nuovo e piccolo produttore, con una filosofia produttiva ancora da far conoscere, non è mai semplicissimo entrare nei mercati, anche se cerchi di proporre vini di qualità.
Savorgnano è una zona bella e vocata per la viticoltura di qualità ma si trova in posizione più decentrata rispetto alle zone più rinomate del Collio e dei Colli Orientali del Friuli.
Quali sono le principali caratteristiche pedoclimatiche di questo lembo di terra e che differenze ci sono con le zone che hanno come epicentro Cormons e Cividale?
Noi siamo nella parte più a nord dei Colli Orientali, più piovosa e fresca rispetto alle altre zone. È un terroir che si è ben integrato con il paese e il bosco circostante, dove i vigneti si trovano in piccoli appezzamenti, molti di questi non trattorabili per quello che riguarda le varie lavorazioni.
Come tipo di terreno abbiamo marne ed arenarie, la Ponca che è tipica anche del Collio. La nostra è una zona che sebbene meno conosciuta rispetto ad altre più gettonate e pubblicizzate, ha sempre avuto una grande tradizione vitivinicola, dove ci sono meno tipologie coltivate, e dove trovano spazio soprattutto il Verduzzo, il Picolit, il Friulano e il Refosco.
Nel paese ci sono tante piccole aziende, alcune anche storiche, che stanno lavorando bene, in un territorio coltivato a vite di poco più di 70 ettari.

Qual è la tua filosofia di produzione in vigna e cantina che poi si riflette anche nei vini che produci?
La mia è una vinificazione abbastanza semplice. Uve biologiche raccolte a mano.
Il mosto dopo la vendemmia viene lasciato a fermentare in acciaio per alcuni giorni, per quanto riguarda i bianchi, per poi passare in botti di legno a terminare la fermentazione e dove rimane per un anno senza travasi. Dopo il primo anno il vino viene riportato in acciaio per 6-7 mesi e poi imbottigliato. Per il rosso la fermentazione è più lunga e una volta in barrique si affina per quasi due anni per poi ritornare in acciaio prima dell’imbottigliamento.
Il lavoro più importante ovviamente lo si fa in vigna per portare in cantina uve sana e di grande qualità.
Produci tre vini, tutti da tipologie autoctone del territorio: il Friulano “Sorelle”, il blend di Picolit e Verduzzo vinificati secchi “Ognicost” e il Refosco dal Peduncolo Rosso “Massale”.
Ci racconti qualcosa di questi tre vini e da dove deriva il nome che hai scelto per rappresentarli?
Il Friulano “Sorelle” è un vino che nasce nella proprietà di tre sorelle che mi hanno dato in affitto la gestione del terreno e dove coltivo le uve per portare in bottiglia un Tocai Friulano che sia espressione del territorio. Adesso la proprietà è passata a una delle figlie, Anna, e quindi ho indicato anche lei in etichetta.
L’”Ognicost” è una vinificazione secca di Verduzzo a cui viene aggiunta una piccola parte di Picolit. Il nome deriva dal dialetto friulano e significa “fare una cosa ad ogni costo”.
Lo spunto del nome risale all’incontro che ho avuto in Friuli con il famoso produttore piemontese Angelo Gaja proprio nel periodo in cui ero in trattative per acquistare un terreno e stavo incontrando qualche difficoltà. Chiedendo un consiglio se dovevo acquistarlo oppure no, Gaja mi rispose che se avessi avuto davvero interesse avrei dovuto acquistarlo ad ogni costo, e da lì è nata l’etichetta.
Il “Massale” è un vino che nasce da un vigneto creato da una selezione “massale” di alcune piante storiche di Refosco dal Peduncolo Rosso recuperate in Friuli

A proposito del vino Ognicost: normalmente il Picolit e il Verduzzo vengo prodotti come ottimi vini dolci. Tu invece hai deciso di fare un assemblaggio di questi due grandi vitigni per produrre un vino secco. Ci spieghi il motivo di questa scelta?
Il Verduzzo secco con un po’ di Picolit era un vino che si faceva anche nel passato nel nostro paese e si beveva molto nelle osterie. Io l’ho riproposto e rivisitato con degli affinamenti diversi. È un vino completo, con una buona parte tannica caratteristica del verduzzo, una parte aromatica con note di tiglio, miele.
Molto piacevole e seducente, trova anche ottimi abbinamenti con il cibo.
In Friuli ci sono poche aziende che lo producono, e anche per questo ho pensato che fosse interessante proporlo e farlo conoscere.
Con il Friulano annata 2021 hai inaugurato il nuovo progetto della linea “Torate”.
Ci racconti come è nata questa idea e cosa ti ha spinto a iniziare questa nuova avventura?
Il “Torate” ha un’etichetta differente ed è una selezione di Tocai Friulano che voglio proporre nelle annate speciali.
Le uve provengo da un’altra vigna rispetto a quella con cui produco il “Sorelle” e in cantina faccio una macerazione di due-tre giorni sulle bucce, poi la pressatura e un affinamento in barrique. Viene prodotto solo quando c’è la possibilità di avere uve di qualità eccelsa Nel 2021 ho imbottigliato 200 magnum e resta l’unica annata commercializzata fino ad ora.

Sei anni fa, nel 2018, ero venuto a Savorgnano a conoscere l’azienda di un tuo collega, Michele Ciani di Aquila del Torre e fra le tante cose di cui avevamo parlato, mi aveva menzionato un progetto che mirava al riconoscimento della Sottozona Savorgnano all’interno della DOC dei Colli Orientali del Friuli.
Com’è ad oggi la situazione a questo riguardo?
Il progetto è andato avanti, tanto che dalla vendemmia 2025 si potrà vinificare ed etichettare come Savorgnano Bianco il blend di Friulano con un massimo di 20% di Picolit, che da disciplinare avrà bisogno di due anni di affinamento e che quindi uscirà come sua prima annata nel 2027.
Questo riconoscimento è un ottimo biglietto da visita che dà maggior visibilità al paese e ai suoi vigneti di collina, anche se per assurdo la dicitura sottozona sembra quasi indicare un qualcosa di livello inferiore anche se in realtà è proprio l’opposto.
Al di là di chi cerca di minimizzare la cosa, è innegabile che il clima sta cambiando. Hai notato anche tu dei mutamenti in vigna in questi anni e come cerchi di affrontare questo cambiamento ambientale?
Sicuramente qualcosa nel clima è cambiato e ne sono testimoni sia le temperature che si sono alzate sia i vini con più grado alcolico che si producono.
La nostra zona ha delle buone precipitazioni medie in estate, cosa che ci permette di non soffrire di carenza idrica nelle nostre colline.
Io lavoro in vigna solo da cinque-sei anni quindi non ho uno storico importante, però è indubbio che faccia più caldo e che le maturazioni siano anticipate rispetto a qualche tempo fa.

C’è un produttore che stimi e hai preso a riferimento per iniziare la tua attività di viticoltore?
Uno in particolare non c’è perché cerco di imparare un po’ da tutti.
Se mi piace il vino di una certa azienda cerco di trovare qualche indicazione che possa tornare utile anche per i miei vini. Ci sarebbero tanti produttori da menzionare ma non voglio fare classifiche perché non ne ho uno in particolare che sia il mio preferito. Cerco di assaggiare il più possibile vini diversi in modo da educare il mio palato ed essere curioso a scoprire nuovi aromi e nuovi profumi.
Ma ogni zona ha le sue caratteristiche pedoclimatiche e il vino che si fa a Savorgnano non può essere uguale a quello che si produce in qualche altra zona, ed è giusto che sia così se si parla di “terroir” e di tipicità.
Qual è il miglior compimento che possono fare ai tuoi vini?
Normalmente sono molto critico con me stesso e non vado alla ricerca del facile complimento o di punteggi su guide e concorsi del settore, anche se ovviamente i riconoscimenti sono sempre apprezzati.
Mi fa piacere quando qualcuno che va in qualche locale poi mi dice che finalmente è riuscito a bere un mio vino e gli è anche piaciuto molto. Per me è importante che il vino venga apprezzato ma soprattutto che si riscontri una precisa identità in quello che si beve e che venga collegata al mio lavoro di viticoltore e a quello che riesco a portare in bottiglia.
Il vero matrimonio d’amore se si parla di abbinamento cibo-vino con il Sorelle, l’Ognicost e il Massale.
Il Friulano “Sorelle” è indicato per abbinarsi a piatti più delicati come qualche risotto o agli asparagi. È un vino che deve accompagnare i piatti, percorrendo la stessa strada e non andare in contrasto con le varie caratteristiche sensoriali.
L’”Ognicost” è un vino più schietto, grintoso, con una parte tannica, una profumata, e va abbinato a piatti che rimandano a sensazioni di dolcezza, oppure in abbinamento a carni bianche. È un vino che quando lo bevi riesce a pulirti la bocca e ti permette così di assaggiare un altro boccone. È ottimo in questa sua funzione con i piatti un po’ più dolci, grassetti. Mi vengono in mente degli gnocchi dolci della Carnia, i cjarsons o certe zuppe autunnali.
Il “Massale”, è un Refosco che nelle nostre colline esprime grande acidità, freschezza e note speziate, con una buona carica alcolica, anche se mai esagerata. È un vino che per queste sue caratteristiche ha un ampio ventaglio di abbinamento e non si limita ad essere bevuto in inverno con piatti di carne, ma è ottimo anche in estate, perché fa molto salivare e invita alla beva, servito a temperature più basse, abbinato magari a un crostino al prosciutto.

Prendo spunto da questa citazione presa nel tuo sito aziendali per farti una domanda a tema: quali sono le cose che hai preso a riferimento dal passato, a che punto pensi di essere arrivato come viticoltore oggi, nel presente, e che sogni o speranze riservi per il futuro?
Dal passato prendo a spunto i miei errori per cercare di non ripeterli e per affrontare le nuove sfide con un approccio diverso, visto che non provenendo da una famiglia di contadini e viticoltori non ho chi mi possa consigliare e magari indirizzare.
Per il futuro mi piacerebbe avere qualche nuovo terreno e nuove vigne per aumentare un po’ la produzione, sempre comunque mantenendo ottimi livelli qualitativi.
Vorrei avere una maggiore riconoscibilità nel territorio, che significherebbe quindi che il mio lavoro sta andando nella direzione giusta.
Inoltre, mi piacerebbe avere una mia piccola cantina di vinificazione.
Tutti progetti di crescita che si sviluppino mantenendo i piedi ben saldati a terra e senza fare il passo più lungo della gamba.
Per me è importante farmi conoscere, ma non solo come produttore, è prioritario per me che sia riconosciuto il mio vino come identitario di una zona dalle mille risorse come lo sono le colline di Savorgnano.
Quali sono le passioni di Marco Pinat al di fuori della sua vigna e della sua cantina?
Le passioni sono tante. Fin da bambino sono stato molto attivo e curioso e mi piaceva imparare cose nuove assieme a mio padre e mio nonno. Mi piace lo sport, il calcio, il ciclismo, il nuoto, Ovviamente il tempo libero è sempre poco, visto che il lavoro mi porta via gran parte del mio tempo, ma cerco sempre di ritagliarmi il mio piccolo spazio di svago.
Stefano Cergolj



