I racconti di Alda: Ci penserò domani

È lì che mi fissa con quei suoi occhi rotondi, la faccia rotonda, la bocca rotonda, i suoi ricciolini sulla fronte, rotondi anche quelli. La mia nemica bilancia nelle vesti di Betty Boop. Un regalo di Veronica, rimasto per anni nella sua scatola e poi recuperato, solo per farmi del male. Ero magra allora, anche un po’ fissata con la bilancia e lei me l’aveva regalata per dimostrarmi che non correvo rischi. L’ago si fermava sempre sullo stesso peso, non solo non saliva, ma a volte oscillava in discesa. La mia domanda “Sicura che funzioni?”, la sua occhiataccia di risposta. Veronica, la mia sola vera amica, l’unica di cui mi fidavo e mi sarei sempre fidata. Tutto questo cinque anni fa e venti chili in meno. Ora il mio rapporto con Betty Boop è di autentico odio, senza sconti. Non so proprio per quale oscuro istinto masochistico l’abbia tirata fuori dalla sua scatola. Lo stanzino è il suo posto. Lì doveva rimanere, perché tanto lo so che non ce la farò mai, è inutile che ripeta “dài, comincia da oggi”. Oggi sarà sempre domani, all’infinito. Dovrei almeno provarci, sfidare me stessa. Dovrei. Vorrei.
Tutto era cominciato cinque anni fa, dopo il mio terzo, infelice tentativo di diventare madre e la mia conseguente rinuncia a provarci ancora. Quel vuoto profondo nel mio sterile corpo che, solo per tre volte e per pochi mesi, aveva accolto e ospitato tre nuove vite. I mesi più belli e più orrendi di tutta la mia esistenza. L’esaltazione intensa e brevissima e, dopo, quel senso di frustrazione, di sconfitta. Me ne vergognavo e mi detestavo. Io, buona a nulla. Madre mancata. Avevo perso interesse per gli amici, per mio marito, per il mio lavoro, anche per i miei genitori che, fortunati loro, vivevano in un’altra città e viaggiavano spesso. Ormai avevo un unico pensiero, un unico scopo, riempire quel vuoto.
Era stato così che il mio inconscio desiderio di autodistruzione mi aveva spinto verso il cibo, come un’ossessione. Avrei potuto pregare, rivolgermi a Dio, ai santi, avrei potuto almeno tentare di cercare conforto e forza nella fede, ma no, troppo comodo, troppo “bello e buono”. Forse avrebbe funzionato, ma io non volevo farmi del bene, volevo farmi male. L’unica strada accettabile era quella, divorare tutto ciò che era commestibile e al diavolo la linea, al diavolo il mondo, al diavolo me stessa. Ormai io ero soltanto un grosso sacco da riempire in continuazione. Il mio frigorifero. Sempre traboccante. CIBO. Ingerivo tutto e di tutto. Lo facevo con una voracità che niente riusciva a placare e nel giro di un anno arricchii il mio corpo di venti chili.
Un anno, già. E mio marito? Forse anche lui aveva sofferto per i miei tentativi falliti, ma per me era come se non esistesse, era diventato soltanto un ospite indesiderato nel mio letto, alla mia tavola, nella mia casa. I fallimenti, il dolore, la mia reazione alla sconfitta, invece di unirci e rafforzarci, ci avevano indeboliti, allontanati e lui, alla fine, se n’era andato. Io ingrassavo a dismisura e mio marito, dopo soltanto un anno e qualche mese, già si consolava con un’altra donna e un bambino appena nato. Non avevo dubbi, la mia sostituta era in lista d’attesa chissà da quanto tempo, di sicuro da molto prima che lui lasciasse me e la nostra casa. Bastardi. Adesso lui lo aveva davvero un figlio, una parola che io non avrei mai potuto pronunciare, un’emozione che non avrei mai conosciuto, un altro insopportabile dolore. Che altro potevo fare se non continuare a ingozzarmi senza un attimo di tregua, cercando di chiudere in un cerchio isolante pensieri e incubi? Bastardi tutti e due. Se avessero avuto anche soltanto un briciolo di decenza e di rispetto avrebbero dovuto traslocare in qualche altra parte del mondo, là dove io non avrei potuto mai incontrarli, sapere di loro e del bambino. Ma se ero proprio io incapace di rispettare me stessa, perché mai avrebbero dovuto farlo loro?
Continuai a farmi del male con quegli eccessi di cibo fino al giorno in cui, vedendomi tutta intera nello specchio e cogliendo uno sguardo di Veronica, l’unica che avevo continuato a volere vicina anche quando mi aveva detto “Ammazzarsi con il cibo non è una strategia intelligente”, l’unica che non era fuggita da me, scoppiai a piangere. Eccomi lì irriconoscibile, estranea, infelice. Un enorme, disgustoso budino senza forma. Il cibo non aveva curato le mie ferite. Mi rimpinzavo, ma continuavo a versare fiumi mari oceani di lacrime per i miei tre bambini mai nati, per il mio matrimonio che proprio io avevo contribuito a mandare in pezzi, per la nascita del figlio di mio marito, per la mia incapacità di occuparmi di me stessa e di rimettere insieme i cocci della mia vita. Forse era arrivato davvero il momento di cominciare a farlo. Tutto dipendeva soltanto da me.
E ora eccomi qui a fissare la stupida faccia di Betty Boop. Non mi fai più paura, dico a voce alta, ho cominciato già da stamattina a darmi una regolata. Ho consegnato a Veronica tutto il cibo in eccesso che c’era nel mio frigorifero, ce la farò, vedrai. Intanto ti metto via. Ecco fatto, di nuovo chiusa nella tua scatola, nello stanzino, ti tirerò fuori quando comincerò a sentirmi più leggera. Non m’illudo. Quell’angolo di cuore ferito conserverà per sempre le sue cicatrici, ma non voglio più escludermi dal mondo, dalla vita. Non ci sono soltanto io.
Vado in cucina, apro il frigorifero. Sedani, carote, finocchi spinaci, fagiolini. Bei colori, ma vacci piano, è presto per sentirti fiera di te stessa. Richiudo lo sportello, esco dalla stanza. Devo inventarmi qualcosa per oggi, la giornata è bella. Potrei fare una passeggiata, potrei… All’improvviso ecco l’immagine tentatrice di una tavoletta di cioccolata. Non ce l’ho, dico forte e chiaro, non in casa, posso resistere. Una voce. Sì che c’è, l’hai nascosta proprio stamattina, in camera da letto, nell’armadio, dài, un’ultima volta, un addio alla vecchia vita. Dài. La vedo, la prendo, la scarto, la mordo. Ma sì, l’ultima volta, davvero. Un primo passo l’ho già fatto. Al resto penserò domani.
Alda Gasparini




