Montepulciano: il canaiolo nero non è abbastanza “Nobile”, verrà ridimensionato nel nuovo disciplinare
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Gli adeguamenti del disciplinare di produzione del Vino Nobile di Montepulciano riguarderanno diversi aspetti, a partire dal ridimensionamento del ruolo del Canaiolo in quanto non risulta il vitigno di riferimento per la produzione del Nobile”. Questo è quanto preannuncia il comunicato diramato in questi giorni dall’ufficio stampa del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.
Il presidente del Consorzio, Federico Carletti dichiara: “Ci auguriamo di rafforzare qualità e identità di tutti i vini di Montepulciano”.
Il comunicato riferisce anche che “Sono semplificate le norme che disciplinano l’utilizzo di vitigni complementari, lasciando così maggiore flessibilità ai produttori negli anni a venire, in quanto è convinzione del Consorzio che a connotare il vino a Montepulciano debbano essere sempre più il territorio, la serietà dei produttori e la trasparenza verso la clientela”.
Il sangiovese, ovvero il prugnolo gentile, “manterrà la percentuale prevista dall’attuale disciplinare”, ovvero dal 70 al 100%.
Bene, a discrezione dei produttori, in base alle scelte effettuate anche nei vigneti, il Nobile di Montepulciano potrà essere prodotto con prugnolo 100%, oppure con un contributo variabile (max. 30%?) di merlot, cabernet, syrah o qualunque altro vitigno sia autorizzato nella regione Toscana. Ok, il canaiolo non è certo il vitigno che meglio identifica il Nobile, lo sappiamo bene, basta andarsi a leggere la composizione della maggior parte dei vini, dove semmai è presente ancora in discreta misura il mammolo e, in misura inferiore, il colorino, ma perché “indorare la pillola” sulle scelte degli ultimi anni e di quelli a venire, parlando di “identità” del vino? È davvero possibile pensare che un vino che può essere fatto con una percentuale notevole (fino al 30%) di uve, che del territorio se ne fregano, come merlot, syrah e cabernet, facilmente riconoscibili e rintracciabili anche in quantità più ridotte, possa mantenere una identità e territorialità?
D’altronde il comunicato parla chiaro: “È stata compiuta anche un’approfondita analisi dei mercati degli ultimi 10 anni, il tutto considerando anche la qualità dei prodotti attraverso numerose sedute di degustazione”. Il punto è proprio questo, il vino che si confronta con i mercati e adegua la propria “identità” in base ai risultati. Ma un adeguamento dei prezzi, che dovrebbe essere la strada più logica in questa fase di crisi, soprattutto del mercato americano, no?
A cosa serve modificare il contenuto di un vino se il suo prezzo non è in grado di competere con quello di altri vini che ormai hanno invaso il pianeta? E a cosa serve aumentare la facoltà di usare vitigni internazionali in un vino dalla storia secolare, rendendolo inevitabilmente simile a molti altri ma con un prezzo decisamente superiore?
Certo, “il terroir fa la vera differenza”, ma questo si può dire quando parliamo di cru, di vigneti particolarmente vocati, dalla esposizione ideale, dall’escursione termica ideale, dalla composizione del terreno ideale per quei vitigni ecc… Ma in quel caso, guarda un po’, la maggior parte dei produttori, consapevoli del bene prezioso che hanno a disposizione, si guardano bene di aggiungere al “prugnolo gentile” altri vitigni “migliorativi”.
Caro presidente Federico Carletti, mi avrebbe fatto piacere che lei avesse ricordato che “le denominazioni di origine non sono un patrimonio dei produttori, ma di tutti e sono nate per valorizzare un territorio, dalle lunghe tradizioni; le DOC non sono brand aziendali che devono adeguarsi alle leggi del mercato come uno yogurt o dei biscotti. Le DOC rappresentano un valore, un’identità, gli adeguamenti sono certamente possibili, anzi auspicabili quando c’è una reale crescita di un territorio, quando si hanno a disposizione conoscenze maggiori e si è acquisita una maggiore capacità di “tirare fuori l’anima” dal proprio vigneto, ma qui si sta parlando di ben altro, e la presenza dei vitigni internazionali a Montepulciano è cosa vecchia, indotta dai “consigli” degli enologi di grido, non dal desiderio di esaltare la “identità” del Nobile di Montepulciano.




