I racconti di Alda: Un uomo stanco

Da almeno due ore mi rigiro nel letto senza riuscire a prendere sonno. Il tempo scorre e la mia insonnia cresce, ingigantisce in questo buio, in questo silenzio accompagnato soltanto dal ticchettio della sveglia e dai nostri respiri. Quello mio e quello di mia moglie. Lei dorme, non si è svegliata quando sono rientrato, ho fatto adagio, come ogni volta. La luce sul comodino non la disturba, lei la lascia accesa, non riesce ad addormentarsi nel buio. Sono stanco, così schifosamente stanco che vorrei poter dormire ventiquattro ore di seguito e anche di più. Faccio attenzione a non svegliare Anna, ma vorrei che si svegliasse, così finisce che non resisto e allungo una mano verso il suo corpo caldo di sonno, le accarezzo un fianco per un attimo, uno solo perché subito lei, con una specie d’incontrollato sussulto, si ritrae, si spinge fin quasi sull’orlo del letto. Forse il suo è un rifiuto inconscio, ma è pur sempre un rifiuto e io mi sento sprofondare nella mia solitudine e nella mia stanchezza. Vorrei agguantare il sonno, premerlo sugli occhi e non sentire più niente, ma neanche il sonno si lascia catturare, mi rifiuta.
Spengo la luce e attraverso quella che filtra dalle persiane distinguo chiaramente la forma del corpo di Anna, quella del mio e posso immaginare, al di là della porta chiusa dell’ingresso, anche quelle dei miei due figli. Mia moglie e i miei figli. La mia famiglia. Questo mostro che mi spreme, mi succhia, mi soffoca, mi toglie forza, illusioni e brucia tutti i miei sogni. Sono un uomo che lavora duramente, che porta a casa, insieme ai soldi che non bastano mai, un corpo stanco, una mente stanca, un’anima stanca. Mi si rimprovera perché non parlo, perché mi chiudo in me stesso, non incoraggio il dialogo. Ho l’impressione di essere attaccato da tutte le parti, mi sento vittima, nonostante i miei presunti carnefici siano convinti di amarmi, anzi, forse proprio per questo.
Anna. I miei figli. Io.
Tutto sulle mie spalle e non sono un atleta. Da anni ormai ho imparato a non amare più il mio lavoro, spesso a detestarlo, è talmente lontano il tempo in cui pensavo, credevo, volevo diventare un grande scrittore. Sognavo il romanzo best-seller e non tanto per i benefici economici che ne avrei potuto ricavare, ma perché sentivo che avrei potuto farcela anche in un mondo tanto duro e chiuso come quello dell’editoria, dove raggiungere il successo con le sole proprie forze è un’utopia. Ci credevo perché avevo la consapevolezza di essere bravo, di essere un passo avanti ad altri. Avevo cominciato presto a vincere concorsi per racconti. Il primo premio consisteva nella pubblicazione dei migliori su diverse interviste e io riuscivo sempre a piazzarmi al primo posto. Era una buona partenza, mi ero sentito gasato, pieno di euforia e così avevo scritto il mio primo romanzo. Mai finito. Non avevo fatto i conti con i miei sentimenti. L’incontro con Anna era stato determinante, i nostri picnic sui prati di villa Balestra, gli arancini di riso, il vino, le nostre canzoni, la sua risata, la nostra giovinezza. Potevo rimandare i miei sogni, a quel punto della mia vita mi sembrò più importante vivere in pieno l’amore, spostare i miei progetti sul matrimonio, sulla famiglia. Anna aveva un impiego in un’agenzia immobiliare, potevamo farcela, così accettai di scrivere racconti e romanzi a puntate per una rivista settimanale. Un genere completamente diverso da quello che avrei voluto, ma mi pagavano bene e scrivevo. Non era forse soprattutto quello il mio obiettivo? Lo era, ma solo in parte. E poi Anna si era ammalata. Non era più in grado di lavorare e così tutto cadde sulla mie spalle. Il mio lavoro non era sufficiente. Medici, medicine, l’euro, la crisi, tutto che aumentava, il mondo che cadeva a pezzi e un peso enorme era precipitato sulle mie spalle schiacciandomi. Al mio lavoro di modesto scribacchino, come lo chiamavo io, ne avevo aggiunto un altro. La sera, andavo a lavorare in un locale dove c’era anche il pianoforte e gente che, almeno all’apparenza, sembrava vivere senza pensieri.
Anni così e ora non ce la faccio più.
Se allungo una mano posso toccare il corpo di Anna, ma non potrei sopportare un altro rifiuto. Se mi alzo e vado nell’altra stanza, posso osservare i miei figli che dormono serenamente, potrei svegliarli, confidare a loro quanto sono stanco, come mi sento emarginato da tutto quello che avevo sognato e sperato, in qualche modo emarginato anche dalla mia famiglia. Non sono un eroe e nemmeno vorrei esserlo. Non posso andare da loro, non sarebbe giusto irrompere nel loro sonno tranquillo per alleggerire le mie tensioni.
Non mi muovo. Rimango inchiodato al mio letto, ai miei pensieri, alla mia stanchezza.
Dovrei invece alzarmi, uscire da questo letto, da questa casa, ricominciare tutto dal punto in cui ho rinunciato ai miei progetti, ai miei sogni. Una valigia, le mie cose buttate dentro alla rinfusa, il respiro corto, la paura di essere sorpreso e bloccato e poi via via, una porta chiusa alle mie spalle con un gesto definitivo, libero di riprendere in mano la mia vita, rileggere le pagine del mio romanzo, finirlo, tentare e lottare. Posso ancora farcela, basterebbe che pensassi a me stesso finalmente, nessuno è indispensabile, ne sono certo, tanto meno io.
Andare via. Per poterlo fare dovrei odiare la mia famiglia e vorrei odiarla e vorrei scaricare su loro tutte le mie frustrazioni, ma non ci riesco, non serve nemmeno provarci. Ci vorrebbe, forse, uno stimolo esterno, uno scossone, un brivido nuovo. Di colpo mi viene in mente il biglietto che una assidua cliente del locale in cui lavoro, ha infilato nella tasca della mia giacca. “Chiamami” ha detto senza giri di parole. Un numero da comporre, una porta aperta davanti a me, una spinta verso qualcosa di diverso, una pausa invitante per la mia stanchezza, la mia insonnia, il mio stare male. Troppo facile. Non posso, non ce la faccio. Amo mia moglie e i nostri figli, sento che questo amore è più forte di qualsiasi desiderio di fuga, loro forse riuscirebbero a fare a meno di me, ma sono proprio io a non poter fare a meno di loro e mi basterebbe allungare un mano, posarla sul fianco di Anna, percepire con tutti i miei sensi il movimento del suo corpo che si gira verso di me e nel buio sentirla respirare contro il mio respiro. Forse basterebbe davvero. Non parole no, le parole scivolano e scavano, dentro, tunnel di rancori, di accuse, di rimpianti. Mi basterebbe ritrovare i gesti di quando l’amore compiva il miracolo della speranza. Mi basterebbe. Forse. E allora anche il sonno mi diventerebbe finalmente amico. So tutto questo, ma so anche che devo aspettare, avere ancora pazienza e smetterla di vittimizzarmi. Anna guarirà e allora tutto sarà più facile e io sarò meno stanco. Non ho che questa speranza e non voglio perderla. Domani mattina, quando mi sveglierò, la prima cosa che farò sarà prendere il biglietto dalla tasca della mia giacca e buttarlo via.



