Carema Etichetta Bianca 2015
Degustatore: Andrea Li Calzi
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 05/2021
Tipologia: DOC Rosso
Vitigni: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 13,5%
Produttore: FERRANDO – Azienda Vitivinicola Ferrando & C.
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 25 a 50 euro
Ferrando è da sempre una delle due Cantine storiche di Carema, ne sono consapevoli tutti i grandi appassionati di nebbiolo e tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno visitato la storica e industriale Ivrea (To), dove ha sede l’azienda. Dal 2018 questa città di confine, tra Piemonte e la Valle d’Aosta, è stata ufficialmente inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco quale “Città industriale del XX secolo”, come dimenticare la celebre Olivetti. Analizzando la storia del Piemonte vitivinicolo, in generale, la Cantina Ferrando occupa certamente una posizione di rilievo. Fu Giuseppe, oggi considerato il pioniere, a fondarla nel 1890. Ricordo una frase che Luigi, tra i protagonisti indiscussi della storia di questa azienda, mi disse, ormai un bel po’ d’anni fa, riferendosi al padre: “Bisognava far conoscere i vini piemontesi in Val d’Aosta, questo il suo motto”, e Giuseppe si diede un gran da fare per instaurare rapporti commerciali con la stupenda terra di confine dominata dalle vette del celebre Monte Bianco. Il figlio, anni dopo, percorre la stessa strada, ma il confine non è più prettamente territoriale, si estende al mondo intero.
I vini Ferrando, oggigiorno, sono dei veri e propri cult per gli amanti del nebbiolo, inoltre sono richiestissimi anche dai mercati esteri. Tutto ciò purtroppo accade sovente nel nostro belpaese, etichette considerate oltreoceano veri e priori monumenti dell’enologia mondiale, da noi forse timidamente presentate a qualche corso o serata specifica, ma la musica pian piano sta cambiando. Il rapporto vero e proprio con il fiabesco borgo di Carema inizia nel 1957 per mano di Giuseppe, nipote del fondatore. Egli acquista un piccolo vigneto, e tra pergole, qui chiamate “topie”, e “pilun” (caratteristici tutori in pietra tronco-conici) inizia la sua avventura. Il Nebbiolo a Carema è chiamato picotendro, viene allevato su ripidi e scoscesi pendii delle colline moreniche che dominano il paesino, le stesse arrivano sino a 700 metri, protette dalle possenti braccia del Monte Maletto.
Siamo ormai alla quinta generazione ed è Roberto a condurre il gioco, lo spirito è identico a quello dei suoi predecessori, inoltre moderne tecnologie, ormai sempre più necessarie, hanno permesso di elevare ancor di più gli standard qualitativi. Veniamo al Carema 2015 Etichetta Bianca, è stato un millesimo indubbiamente caldo ma al contempo regolare, privo di fenomeni negativi o particolarmente rilevanti, dunque un’ottima annata.
Nebbiolo in purezza, localmente chiamato picoutener o picotendro, affina 36 mesi di cui trenta in botti di rovere. Tonalità vibrante, vivace, luminoso tra il rubino e il granato che diverrà protagonista con l’invecchiamento; consistenza e buon estratto. Al naso un dolce respiro di frutta matura, lontana da toni di confettura, risulta suadente, lo stesso domina il registro olfattivo: susina rossa, lampone, amarena, rintocchi floreali molto eleganti richiamano rosa rossa e violetta macerata. Con lenta ossigenazione santoreggia, spezie orientali, su tutte pepe del Sichuan, noto per la sfumatura agrumata, la stessa ritorna sul finale e sa di arancia rossa sanguinella. Incisivo, come sempre da queste parti, un ricordo “pietroso”, e di terriccio secco, arido, toni silvestri a chiudere; complessità da grande Carema.
In bocca è ricco, intenso, timbro notevole, ma è la freschezza la vera protagonista e il tannino dolce l’accompagna. Guizzi sapidi ben presto dominano la scena, vi è morbidezza data dal frutto opportunamente maturo e al contempo grande profondità di beva, il finale è nettamente a vantaggio delle durezze, aspetto che assicura al vino grandi doti di longevità a mio avviso.

Accostato a un piatto di gnocchi fatti in casa, spadellati con ragù bianco di salsiccia di Muncalè, cipolla di Tropea e radicchio trevigiano, è l’ennesima riprova che l’abbinamento cibo-vino, salvo poche regole imprescindibili, dev’essere un piacere non un dovere.