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Bianco Sivi 2020

Bianco Sivi 2020 RadikonDegustatore: Roberto Giuliani
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 11/2023


Tipologia: IGT Bianco
Vitigni: pinot grigio
Titolo alcolometrico: 13,5%
Produttore: RADIKON

Bottiglia: 750 ml
Prezzo medio: da 30 a 35 euro


Le ragioni per le quali accade non di rado che un vino passi da Doc a Igt possono essere diverse, spesso è lo stesso produttore a scegliere di cambiare strada, magari perché non ha superato l’esame della commissione, oppure perché ha preferito seguire un percorso più libero da vincoli, in ogni caso, almeno per quanto riguarda Radikon, sappiamo per certo che non è un problema di contenuto, perché anche questa 2020 è davvero notevole.
Saša, figlio del compianto Stanko, ha ampiamente dimostrato di sapere portare avanti l’azienda di famiglia con un tocco di personalità, ma senza stravolgere ciò che di buono ha fatto il padre dal lontano 1979, anno in cui l’attività si è incentrata completamente sulla produzione vinicola.
Il Sivi è un pinot grigio che effettua una macerazione a contatto con le bucce che può arrivare fino a due settimane, poi un anno in botte grande.
Si tratta, dunque, del cosiddetto “orange wine”, facilmente riconoscibile dal colore aranciato più o meno intenso; ovviamente qui lieviti indigeni, nessuna chiarifica o filtrazione, tant’è che si può osservare un evidente velatura del liquido. Su questi vini si accendono da molti anni discussioni, dibattiti, si fanno critiche dure o ne si osannano le caratteristiche (e la storia che c’è dietro).
Confronti che hanno ragione di esistere, ma che non dovrebbero arrivare a posizioni ideologiche, che non consentono poi una serena disamina del prezioso nettare.
Personalmente non ho mai demonizzato nulla, neanche ai tempi delle vituperate barriques, ma sono sempre stato convinto che ogni approccio nuovo richieda tempo per raggiungere una profonda conoscenza e il giusto equilibrio nel risultato finale, che si tratti di contenitori, di metodi di vinificazione ecc.
Il Sivi è un altro modo di raccontare un vitigno, il pinot grigio, per troppo tempo conosciuto in Italia attraverso bottiglie presenti nella GDO che certo non gli facevano onore. La forza di questo 2020 sta nell’aver concentrato nel calice tutte le proprietà e caratteristiche dell’uva e del territorio d’origine, evitando volutamente di spingere sulla tecnologia esecutiva per non strappargli l’anima più profonda, o quantomeno offuscarla.
Un vino che va letto e assunto quasi alla temperatura di un rosso, perché la lunga macerazione determina una struttura ben diversa e una dinamica che non punta sulla forte acidità o sulle note terpeniche, ma più su un frutto agrumato pieno e giustamente maturo, arancia in primis, ma anche pompelmo rosa, mandarino, miele di agrumi, estratto di bergamotto, per poi incedere sulla tanto discussa mineralità (anche questa! Forse per combattere la noia…).
L’assaggio è assolutamente coerente, ciò che esprime è assai lontano dalla maggior parte dei vini bianchi, ha una trama piena d’energia, rinfrescante senza alcun sovraccarico acido, si beve che è un piacere e si sente di avere a che fare con qualcosa di assolutamente cercato, non casuale, ovvero la sincerità, la purezza espressiva, senza compromessi, senza ammiccamenti. E come si abbina un vino del genere è semplicemente sorprendente, è talmente equilibrato e ricco di sfumature da potersi confrontare con crostacei cotti in ogni modo, ma anche con i funghi, con una pasta e fagioli, con un pollo mandorle e zenzero e mille altre pietanze.

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