Giovani barolisti crescono: Andrea Bosco di La Morra
fotografie di Enzo Trento

Mi capita di frequente di girovagare per le colline della Langa e del Roero, a “camminar le vigne” come diceva il grande Veronelli, per vivere il naturale declinarsi delle stagioni o alla ricerca di piccole e medie aziende, perlopiù sconosciute al grande pubblico, solitamente guidate da giovani viticultori.
A volte è il concretizzarsi degli studi enologici, spesso il naturale ricambio generazionale, con il padre che, talvolta controvoglia, lascia le redini aziendali ai figli.

Rientra tra questi casi la storia vitivinicola di Andrea Bosco, quarantenne di La Morra, uno dei “templi” del Barolo piemontese, che da poco più di un decennio è alla guida dell’azienda fondata dal papà Agostino agli inizi degli anni ’80, quando iniziò a vinificare in proprio i pochi vigneti di proprietà di suo padre Pietro.
Terminati gli studi alla Scuola Enologica di Alba con il diploma di enotecnico ed abbozzato un breve excursus universitario, Andrea matura un po’ di esperienza a fianco di alcuni enologi in qualità di consulente per alcune aziende.
Agli inizi degli anni 2000, incuriosito e stimolato da queste quotidiane collaborazioni, decide di dedicarsi sempre di più all’azienda di famiglia.

Quali sono state le maggiori difficoltà di quel periodo?
All’inizio il contrasto generazionale con mio padre, 32 anni di differenza non furono facili da colmare, anche perché lui stesso non smaniava di vedermi in azienda a tempo pieno, ancor di più con le mie idee “rivoluzionarie” di inserire nuove tecniche in cantina e in vigneto. Piano piano, discussione dopo discussione, sono riuscito a imporre alcuni cambiamenti ed acquisti: dapprima nel 2001 con una piccola ristrutturazione, seguita nel 2006 con l’ampliamento e l’acquisto di nuove attrezzature per la cantina”.
Ora l’azienda possiede circa 5,5 ettari di vigneto, di cui circa un paio coltivati a nebbiolo da Barolo, compreso ultimo recente acquisto datato 2014, un appezzamento che è stato suddiviso tra nebbiolo e barbera che, essendo in parte sovrainnestato, andrà in produzione il prossimo anno.
Ma se non avessi fatto l’enologo-produttore, cosa avresti voluto fare “da grande”?
“Ho frequentato la scuola enologica quasi per caso, poiché a 14 anni è quasi impossibile programmare il proprio futuro, ma dopo un paio di mesi le materie hanno iniziato ad interessarmi molto. Finendo la scuola nel 1995, in un momento di forte contrasto nel nostro territorio tra produttori tradizionalisti e innovatori, ho trovato forti motivazioni e stimoli per proseguire il mio cammino professionale”.

Vino e… quali sono le altre tue passioni?
“Con la nascita di mia figlia Isabella si sono ridotte molto. Avevo la passione per le moto e le auto da rally e per la pallavolo, tutte attività che mi servivano come diversivo e sfogo che purtroppo ho via via abbandonato. Ho mantenuto però una passione per le macchine e la tecnologia da utilizzare in vigna”.
Chi è stato il tuo punto di riferimento, colui da cui hai attinto i segreti del mestiere?
“Sono stato affascinato negli ultimi due anni di scuola dal professor Carlo Arnulfo, con il quale collaboro tuttora come consulente.
L’anno scorso insieme abbiamo impostato un programma di viticultura sostenibile coinvolgendo una ventina di aziende con l’obiettivo di limitare al minimo i prodotti di sintesi in vigna andando alla ricerca di giusti equilibri con l’utilizzo di rame e zolfo, lavoro che ha dato finora ottimi risultati: nel 2015 nei nostri vigneti di La Morra e Verduno siamo riusciti a non usare prodotti sistemici!”
Come fai per tenerti aggiornato sui metodi e prodotti da utilizzare in vigna e in cantina?
“Leggo e studio parecchio, internet è uno strumento fantastico per tenersi aggiornato. Molto utili, direi indispensabili, periodici confronti e ragionamenti tra consulenti e produttori in vigna e cantina”.
Che cosa ti piace di più e cosa di meno del tuo lavoro?
“In questo momento amo particolarmente stare in vigna, prima invece preferivo la cantina. Questo perché mi sembra di essere più utile e decisivo per il risultato finale, oltre all’impagabile sensazione di leggerezza e libertà che si prova trascorrendo parecchio tempo al contato con la natura. Al contrario odio senza dubbio impiegare parecchio tempo per star dietro all’eccessiva burocrazia”.

Cosa può spingere un giovane a intraprendere questa attività?
“E’ innegabile che in questi anni la moda e la tendenza del vino ha giocato uno stimolo notevole, i giovani vengono un po’ affascinati dall’intero movimento, dai viaggi alle fiere alle degustazioni, ma se non c’è un vero e insostituibile amore per la terra si fa fatica a proseguire”.
La produzione di Bosco si aggira sulle 30.000 bottiglie, esclusivamente vini rossi: un Dolcetto tutto frutto e tradizione, una Barbera d’Alba “Volupta” che al contrario assume corpo e importanza affinando circa 15 mesi in barrique, lo stesso riguardo che viene dedicato al Langhe Nebbiolo “Rurem”. I Barolo “La Serra”, dai vigneti di La Morra, e “Neirane”, dai possedimenti di Verduno, alquanto diversi nel porsi e nel farsi apprezzare dal consumatore completano la gamma, ristretta e improntata sulla qualità e tipicità del territorio, un giusto compromesso tra piacevolezza e austerità per salvaguardare il carattere delle uve di origine.
Come spesso accade per i piccoli produttori, il mercato e le guide italiane non hanno ancora premiato appieno il lavoro di Andrea, mentre l’estero ha già avuto modo di apprezzare e valorizzare i suoi vini, come testimoniano ad esempio le 5 Stelle attribuite da Decanter alla Barbera d’Alba “Volupta” 2004 e il titolo di “Wine of the Week” per il Los Angeles Times per l’annata 2009.

Per te però qual è il vino rappresentativo della tua azienda?
“Mi auguro che sarà il Barolo 2013, frutto di ulteriori sforzi, lavori e investimenti fatti in cantina per “trattare il meglio possibile ” l’uva nebbiolo, per sua natura molto delicata”.
Qual è il vino che ti ha dato più soddisfazione?
“Dipende dalle vendemmie: in certe annate calde prediligo la rotondità e la piacevolezza della Barbera, poiché certe temperature non sono così favorevoli per il Nebbiolo, che invece preferisco un po’ austero, tannico, dal gusto deciso, bisognoso di qualche anno in più di bottiglia per esprimersi al meglio”.
Quanto è preparato il cliente medio che arriva in azienda?
“La tipologia di clientela è parecchio variegata, complice anche la “moda del vino”: da chi non sa nulla ed è molto felice di apprendere a quello che crede di saper tutto e nemmeno ti ascolta, anzi ti dà dei consigli su come vinificare e affinare il vino!”
Il complimento più bello che possono fare a un tuo vino.
“Che naso da Borgogna!” afferma convinto Andrea, svelando in parte la risposta alla mia prossima domanda.

Quale vino italiano ti piace di più? E quello straniero?
“Bianchi altoatesini e rossi piemontesi.” – risponde altrettanto velocemente, mentre impiega qualche minuto di riflessione per stabilire che “all’estero preferisco i rossi e i bianchi della Borgogna, i Riesling della Mosella e del Reno e qualche Pinot Nero dell’Oregon“.
Qual è il tuo giudizio sul mondo del vino in questo periodo?
“Grazie all’ingresso di giovani nel mondo del vino dopo gli studi, alle nuove tecnologie e soprattutto alle esperienze maturate che vengono documentate, la qualità del vino è molto buona, decisamente migliorata negli ultimi vent’anni”.
Sono i produttori che fanno il mercato o viceversa?
“Chi fa grandi numeri è quasi obbligato a seguire le mode e gli “umori” del mercato. Qui in Langa a mio parere gli “innovatori” del Barolo negli anni ’90, con macerazioni più brevi e utilizzo di legni nuovi, hanno fatto il mercato, riuscendo a renderlo piacevole e fruibile al mercato straniero.
Oggi il mercato predilige uno stile più tradizionale, una via di mezzo tra il vecchio e il nuovo stile, dando però sempre molta importanza alla piacevolezza e alla pulizia del vino”.

Oggi si parla spesso ma anche confusamente di vini biologici, vini biodinamici, vini naturali…quali sono le tue idee in proposito?
Innanzitutto bisogna capire il significato di questi termini, che è un discorso tutt’altro che semplice e lineare. In alcuni discorsi mi è sembrato di percepire che si faccia il vino utilizzando notevoli quantità di prodotti chimici o chissà quale altra alchimia!
Ritengo sia indispensabile seguire innanzitutto un discorso etico personale. A seconda delle caratteristiche dell’annata è più o meno possibile seguire certe filosofie. Proprio per questo motivo abbiamo impostato il progetto di viticoltura sostenibile per ridurre al minimo trattamenti e interventi in vigna e in cantina, in tempi e momenti adeguati.
In cantina invece stiamo molto attenti alle temperature, durante la fermentazione così come nelle fasi di affinamento e conservazione del vino, per riuscire a gestire bene gli sbalzi climatici così come le stagioni troppo calde o fredde.
Personalmente sono contrario agli estremismi, ritengo più utile e sensato cercare un giusto e salutare equilibrio”, un pensiero conclusivo che ben riassume e identifica il carattere, la volontà e gli obiettivi di questo giovane viticoltore, uno dei tanti esempi che si possono incontrare a La Morra, uno dei punti di riferimento di intraprendenza e collaborazione per il territorio del Barolo, grazie anche al prezioso e certosino lavoro fatto dal lontano 1973 dalla Cantina Comunale, luogo di incontro e promozione, guidata per anni con enorme passione da Beppe Giachino e dall’ex-presidente Lorenzo Accomasso.
Luciano Pavesio


