I racconti di Alda: Un bambino distratto
Lo scontro è inevitabile. Lui cammina verso di me con occhi e naso tuffati nel suo smartphone, immerso nei giochi, nelle chat, nei video e non so in che altro. Ondeggia percorrendo un marciapiede stretto e ingombrato dai tavolini di un locale sempre affollato. Cerco di evitarlo, non ci riesco con quel suo ininterrotto zigzagare e me lo trovo addosso, stupito dall’urto che lo riporta nella realtà. Mi guarda in un modo che esprime fastidio e un pensiero non espresso a parole:” Ma non ci vedi?” Lo respingo d’istinto, lo fulmino con un’occhiataccia e con la risposta che merita: ”Io ci vedo benissimo sei tu che…”.
Non ci siamo fatti male fisicamente, ma quello scontro ha messo in moto tutte le mie perplessità sui bambini di oggi e su noi genitori, gli adulti, o presunti tali. Lo mollo lì con il suo trastullo, entro nel locale e mi siedo a un tavolo in attesa del mio ospite.
Mi guardo intorno. Eccoli qua gli adulti, anche loro con il cellulare stretto nelle mani come un salvavita, mentre consumano bibite e cibi, da soli o in compagnia. Sembra quasi non ci sia nessuna differenza tra loro e il ragazzino che mi è venuto addosso. Io condivido e apprezzo il progresso e la tecnologia, è l’uso smodato che si fa, fin da piccoli, di tutti i nuovi mezzi a disposizione che m’inquieta. Dov’è finita nei bambini la creatività e il senso dello stupore?
Occupo con la borsa il posto accanto al mio, poi faccio un cenno al cameriere che, prima di avvicinarsi, si affretta a mettere in tasca il cellulare. Colto sul fatto. L’estate sta finendo, la giornata è piacevolmente fresca, ordino un tè deteinato e un tramezzino con tonno e insalata. Per piacere, senza maionese. Per quasi tutti, qua dentro, è l’ora dell’aperitivo, per me è già pranzo. Mi sento persa in questo ambiente che, se da una parte mi piace, da un’altra mi sgomenta. Non ho niente contro i cellulari, sono utili, addirittura indispensabili in alcuni momenti della vita. Anch’io porto il mio sempre con me, anch’io invio e ricevo sms, anche con le faccine, anch’io a volte mi diverto con i giochini, ma non ne sono dipendente. Ecco che cosa mi spaventa, la dipendenza che rende schiavi anche i bambini sviandoli dal gioco creativo e dalla comunicazione diretta e umana.
Mi sento confusa tra queste dita che si muovono sui tasti in modo convulso, dagli auricolari, dai pokemon inseguiti per le strade con il rischio di farsi investire da macchine e moto. A volte mi sembra di muovermi in un mondo di alieni, ma forse l’aliena sono io. Non esiste più il gusto della lettura, il piacere di tenere un libro in mano, di girarne le pagine respirando l’odore stimolante della carta stampata. Adesso c’è internet che ti dice tutto, ti spiega tutto, ti facilita in qualsiasi ricerca, ti regala letture e musica. E’ fantastico, davvero, ma nei bambini spesso tutto questo è incitamento alla pigrizia, ne ruba la creatività, diventa simile a un genitore che soddisfa nel figlio tutte le richieste, tutti i desideri, tutti i capricci togliendogli il gusto della conquista, del “fai da te” che aiuta a crescere.
Mangio il mio tramezzino, sorseggio il mio tè e di colpo mi chiedo che fine abbia fatto la persona che sto aspettando e per cui ho tenuto il posto. Sono tentata di alzarmi, di affacciarmi sulla strada, ma non mi muovo. Forse ho sbagliato ad ordinare il tè, per di più deteinato, era meglio un aperitivo, magari un bicchiere di vino. Adesso c’è anche la musica, un ragazzo canta accompagnandosi alle tastiere. Ma ho la sensazione che nessuno lo ascolti. Di solito suona e canta la sera qui, oggi è un’eccezione, anche lui fuori tempo, come me. E’ l’una ed ecco che arriva il mio ospite, si siede di fronte a me, cellulare in mano, distratto.
“Eccomi qui mamma” dice.
Il ragazzino che un quarto d’ora fa mi è venuto addosso. Già, mio figlio.
“Sveglia mamma, sono affamato”.
Penso alla prima volta che ha pronunciato quella parola magica “Mamma” e il cuore mi si riempie di tenerezza. L’ho amato tanto e lo amo ancora, l’amerò sempre, ma a volte questo dodicenne alto, con gli occhiali e con tutte le incongruenze dell’adolescenza, spesso così distratto verso me e quanto lo circonda, mi sembra uno sconosciuto.
“Metti via il cellulare” dico “e ordina quello che vuoi”.
Lui mi guarda, esita, poi infila il cellulare nella tasca dei jeans. Lo osservo. Sicuramente sono anch’io responsabile della sua passione per lo smartphone e che non sia stata io a comprarglielo non basta a rassicurarmi. Forse non sono stata capace di dargli stimoli alternativi, mi sono arresa alle sue richieste motivate dal “ce l’hanno tutti i miei amici, perché io no, mi fai fare la figura dello sfigato”.
Lo osservo mentre mangia con appetito e mi accorgo che sta manovrando per riprendere il cellulare. Lo blocco con uno sguardo.
“Va bene” concede lui “però i pokemon li voglio, i miei amici ci giocano già”.
Non rispondo. Non so come rimediare, tornare indietro non si può ed è difficile, se non impossibile, mettere paletti mai utilizzati, non posso sequestragli il cellulare, ma quegli orribili mostriciattoli da rincorrere in giro per le strade se li scorda. I pokemon no, mai, questa volta non cederò. Sorrido ipocritamente al mio adorato bambino distratto e ordino un altro tramezzino con un bicchiere di vino.

