Caves Cooperatives de Donnas, passione e tradizione valdostana

A circa un anno dal mio articolo su Luciano Zoppo Ronzero, titolare della giovane ed emergente azienda agricola Piantagrossa, torno a parlare con piacere del comprensorio di Donnas. Questa volta ho deciso di dedicare il mio approfondimento all’unica realtà che in passato ha saputo mantenere viva la tradizione vitivinicola di questo piccolo lembo valdostano, la Caves Cooperatives de Donnas. Nel mio precedente scritto raccontavo in maniera molto dettagliata il territorio e la storia che l’ha reso celebre soprattutto tra gli appassionati di nebbiolo, con dovizia di aneddoti e dettagli, vi consiglio di tornare a leggerlo.

Ma veniamo dunque alla Caves Cooperatives De Donnas, una realtà vitivinicola che dal 1971, dopo aver ottenuto la Denominazione di Origine Controllata al vino di Donnas, si è costituita in cooperativa per mano di un gruppo di viticoltori locali allo scopo di tutelare e garantire la qualità e l’identità del vino prodotto in queste storiche colline valdostane.
L’azienda ha sede nella zona di origine del vino e costeggia la strada provinciale che conduce ad Aosta. La cantina ha una capacità di circa 1600 hl, è presente un’imponente fila di botti di rovere per una produzione annua media di 150.000 bottiglie. Alla cooperativa inoltre si riconosce l’insindacabile pregio di aver svolto per decenni un’attività di presidio fondamentale, senza la quale la DOC stessa sarebbe probabilmente scomparsa. L’impegno costante dei viticultori, molti dei quali non a tempo pieno e ad oggi di età media superiore ai 65-70 anni, è un patrimonio per l’intera viticultura italiana e per la salvaguardia delle sue antiche tradizioni. La cooperativa vanta 85 soci che supervisionano circa 25 ettari di vigneto, in media 1500 metri quadri ciascuno, con una resa per ettaro pari a 70 quintali.

Da segnalare il rigido e costante controllo di questi numeri da parte degli organi competenti, per assicurare al consumatore una qualità costante e in linea con gli obbiettivi prefissati nel corso degli anni. L’enologo Massimo Bellocchia è certamente tra i più importanti della Valle d’Aosta, segue ben segue 6 cooperative regionali, realtà consolidate da tempo e con un costante qualitativa davvero impressionante: Cave des Onze Communes, La Crotta di Vegneron, La Kiuva, Cave du Vin Blanc de Morgex et de La Salle, CoEnfer – Cooperative de l’Enfer.

Il presidente della Caves de Donnas è Mario Dalbard, da anni un personaggio di spicco della Bassa Valle. L’azienda segue una filosofia produttiva ed agronomica dedita al minimo impatto ambientale, i trattamenti vengono effettuati solo per proteggere la vite dalle malattie tradizionali, ovvero peronospora e soprattutto oidio, in quest’area molto diffuso. I vigneti sono esposti a sud, protetti a dovere dai venti gelidi che soffiano in un’area che prende subito le sembianze di un grande anfiteatro, questo splendido scenario è compreso ad Ovest dall’imponente Monte Rosa e dal Forte di Bard, a est dalla Valle del Lys e alle spalle da una vera e propria icona che domina tutto, il Monte Corma, la cosiddetta montagna di Donnas, con vette che raggiungono anche i 2000 metri.
Veniamo ai vini degustati, come sempre gelosamente custoditi nella mia cantina, frutto di decine e decine di visite in azienda effettuate dal 2003 a oggi. Ho deciso di stappare tre bottiglie, e come si conviene per i grandi nebbioli, per godere un minimo di una reale distensione gusto olfattiva del vino è consigliato, stando alla mia esperienza, far passare almeno 18 mesi dall’imbottigliamento, anche per le versioni più “semplici”. È proprio il caso della prima etichetta, il Valle d’Aosta DOC Nebbiolo “Barmet” 2016, seguito da due versioni, con qualche annetto sulle spalle, del vino classico della Caves, il Donnas DOC, millesimo 2015 e 2013.
Vallée d’Aoste Nebbiolo Barmet 2016
È un nebbiolo giovane e fresco, concepito per il bere quotidiano, sì ma un bere di lusso a mio avviso e non certo per il prezzo, ma per la qualità di questo bel vino. Prende il nome dalle piccole cantine naturali, appunto “barmet”, ricavate sotto le rocce situate tra i vigneti, utilizzate come fresco ristoro al duro lavoro quotidiano, e in queste colline o terrazzamenti si ha pieno diritto di definirlo duro lavoro. Attraverso quest’etichetta che prevede l’utilizzo del solo acciaio, la Caves, decide di proporre il più fedelmente possibile i caratteri distintivi del nebbiolo di Donnas. 12,5 % Vol., è un vino che soprattutto nell’annata 2016, piuttosto regolare e priva di fenomeni significativi nell’accezione negativa del termine, danza al palato come una ballerina della Scala, già dal colore si nota una leggiadria cromatica che dal rubino chiaro sviluppa in controluce riflessi granato. Un accenno di viola, tanti frutti rossi ed un’elegante nota di liquirizia e pepe nero che esordiscono al naso con moderata intensità, le calde note di pietra calda al sole rivelano ben presto la sua vera identità, quella del “vin dei sass” (vino di pietra) come lo chiamavano gli anziani del posto. Sono grossi massi che costituiscono le parteti di roccia dov’è ubicata l’azienda, e ce ne sono davvero a perdita d’occhio, un vero spettacolo. Il vino in bocca è agile, scattante, simpaticamente nervoso, ma è un nervosismo che dimostra stoffa, carattere, longevità perché il tannino è davvero elegante, chiude un riverbero speziato coerente e moderata sapidità, vino dalla beva quasi compulsiva. Ottimo l’abbinamento con una buona zuppa alla valpellinese preparata a mestiere con verza fresca, pane integrale e Fontina DOP d’alpeggio.
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Ho deciso di affrontare questa piccola verticale di Donnas includendo due annate agli antipodi. La 2015, calda ma al contempo regolare, priva di fenomeni atmosferici particolarmente avversi, dunque per certi versi un’annata rassicurante per chi lavora ed investe sulla vigna, le stesse persone che da un lato hanno portato a casa grappoli maturi e sani, ma dall’altro livelli di acidità e zuccheri un filo sopra le righe. La 2013, diametralmente opposta, caratterizzata da un clima altalenante ed un’estate meno torrida, escursioni termiche tra giorno e notte più regolari, con pochi periodi aridi. Il vero motivo della mia scelta è voler mostrare come si comporta anche in queste circostanze il nebbiolo in Valle d’Aosta, un territorio, e dunque un uva, che come ho già spiegato gode di particolari condizioni pedoclimatiche e che per sua stessa natura, salvo annate ritenute disastrose, è sempre in grado di mostrare fascino ed eleganza a dispetto di struttura e potenza, insomma un vino attuale, identitario e fortemente caratterizzato, a mio avviso sempre più necessario visto il costante aumento delle temperature.
Vallée d’Aoste Donnas 2015
13 % Vol., il vino è affinato in botti di rovere, sono trascorsi ormai più di 4 anni dalla vendemmia e due dall’imbottigliamento, mostra una verve cromatica profonda, vivace, tra il rubino e il granato a vantaggio di quest’ultimo a bordo bicchiere. Un naso che ammicca ai Barolo di Monforte, intenso, sa di viola e liquirizia, amarena matura, pepe nero, anice stellato, tabacco in foglie, eucalipto, reso ancor più intrigante, con opportuna ossigenazione, da note ben più complesse di terriccio bagnato e incenso. Il sorso, nonostante un centro bocca di spessore e grande densità gustativa, è dotato di freschezza, in pochi attimi sviluppa una lunga scia sapida che impegna il palato senza saturarlo con la classica vena alcolica, e di frutta matura, che in quest’annata, fatte le sacrosante eccezioni, è protagonista un po’ in quasi tutti i nebbioli blasonati del mio amato Piemonte. Un vino perfetto in abbinamento a una classica carbonade valdostana, ovvero un tipico spezzatino di manzo cotto per ore nel vino rosso, ricetta di grande tradizione popolare.
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Vallée d’Aoste Donnas 2013
13 % Vol., complice l’affinamento ulteriore di due anni in cantina rispetto alla precedente etichetta, il granato in questo caso è ben più evidente, i riflessi color mattone, a mio avviso comunque precoci rispetto all’età del vino, mostrano già differenze evidenti tra le due annate, un vino meno carico in tutti i sensi, ed il naso n’è la conferma. Si avvertono sin dal principio note piuttosto evolute che ricordano l’autunno: foglie secche, terriccio bagnato, funghi disidratati, il frutto è maturo e l’amarena si alterna a riverberi speziati dolci che ricordano fortemente la noce moscata, chiude il quadro olfattivo una complessa percezione di smalto e china. In bocca l’attacco è morbido per via di un tannino già godibile ma al contempo il sorso è teso, vibrante, dotato di acidità e sale da vendere, ciò che manca se vogliamo è l’allungo classico e la profondità che marcano il vino e lo fanno ricordare sempre per spessore e agilità. Un classico connubio che contraddistingue questa DOC valdostana, in questo millesimo, allo stato attuale, particolarmente indicata con un piatto di polenta concia con Fontina DOP d’Alpeggio.
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Volendo trarre conclusioni, lungi dall’essere considerate affrettate e approssimative, il nebbiolo o picotendro in quest’area è un vino sempre più necessario a mio avviso, attuale, regge bene le temperature elevate, mantenendo sempre agilità di beva e scorrevolezza stilistica, oltre a un’innata capacità di evoluzione. Per fortuna posso estendere questo concetto a tante altre aree vitivinicole piemontesi meno note: la bella Val d’Ossola con il prünent, altro interessante clone di nebbiolo, o la vicinissima Carema, zone che certamente racconterò nei prossimi articoli.
Andrea Li Calzi



