I racconti di Alda: Quella strada

Non era una strada elegante, una di quelle dai bar che sembravano salotti, negozi con vetrine invitanti, bei palazzi antichi, non era nemmeno una di quelle viuzze del centro storico dove, ad ogni passo, c’era qualcosa da scoprire, un angolo pittoresco, un ristorante con le pareti tappezzate di foto autografate di personaggi illustri, politici, scienziati, artisti famosi. Una chiesa, botteghe di artigiani, alcune ancora attive. Falegnami, ferramenta, camiciai, ceramisti, tappezzieri. Residui gloriosi di un mondo in gran parte scomparso, ma che qualcuno cercava di tenere ancora in vita, sia pure con fatica. No, la strada in cui era capitato quella mattina, attratto dal rumore forte e inquietante di picconi e pietre rotolanti, era una via stretta, buia di notte, sempre grigia di giorno, mai neppure sfiorata dal sole che sembrava addirittura schifarla. Un tempo aveva una fama equivoca, c’erano le case, così dette di tolleranza, o case chiuse, ma loro, le prostitute, si vedevano ancora aggirarsi lì attorno, forse con la speranza che prima o poi riaprissero, anche perché c’era ancora, tra i politici, qualche stralunato che sosteneva che sarebbe stata la cosa giusta da fare. Più pulizia per le strade e altri soldi allo Stato. Quei portoni scuri, con il legno screpolato come mani sciupate dal troppo lavoro, quell’andirivieni di uomini dal cappello abbassato sugli occhi, il bavero alzato quasi a voler nascondere la faccia. Almeno in parte. E poi quei passi affrettati e quel rumore cigolante. Di giorno, di notte. Apri e chiudi apri e chiudi. Molto meglio chiuso.
Ma sì, una via, trascurata, equivoca, che però, tra gli anni cinquanta – settanta, aveva conosciuto una sua dignità grazie alla trattoria che portava il nome del proprietario: “Da Flavio, pizzeria-trattoria”. Una specie di gargotta con tavoli e sedie di legno grezzo, tovaglie e tovaglioli di carta. Qui le foto alle pareti erano di personaggi di tutt’altro genere: calciatori, ciclisti e pugili perché Flavio, oltre ad essere un ottimo cuoco e un esperto di vini, era uno sportivo. Anche lui personaggio. Era infatti lui il richiamo verso quella strada consunta e squallida, lui il sole che non c’era mai. Alto, grosso, con occhi chiari e un sorriso disarmante, accoglieva tutti, di tutti ascoltava le storie con partecipazione sincera. Lui che con l’ascolto, le sue canzoni, il cibo e il vino buono distribuiva pillole di saggezza. I clienti erano la sua famiglia e anche se all’apparenza non faceva differenze, aveva le sue simpatie. In particolare per una giovane coppia.

Già, ricordò l’uomo. Lei ed io. Avevamo appena vent’anni allora, era la fine degli anni settanta. Un’estate e una primavera, tanto era durata la loro storia… Che cos’era successo, perché si erano lasciati? Chissà com’era rimasto male Flavio non vedendoli più. Già, Flavio. E lui? E lei? La ricordava perfettamente, ma non riusciva a ricordare il motivo per cui avevano troncato ogni rapporto. Lui era partito per l’Inghilterra per completare i suoi studi e di lei non aveva saputo più niente e niente aveva fatto per rimettersi in contatto con lei, aveva sempre aspettato che fosse lei a farlo e intanto il tempo scorreva rapido. Luci e ombre sul Tamigi, la pioggia costante di Londra, la sua vita che cambiava, i nuovi incontri e lei, un ricordo che sbiadiva, un piccolo dolore dalla parte sbagliata del cuore. Una cicatrice. Sempre meno visibile. Non ne aveva saputo più niente perché neanche lei lo aveva mai cercato. Adesso erano ormai entrambi vicini ai settant’anni. Se si fossero incontrati non si sarebbero nemmeno riconosciuti, era possibile. Eppure, mentre osservava gli uomini in tuta da lavoro abbattere la trattoria di Flavio, pezzo per pezzo, e chi, come lui, si era fermato incuriosito, adesso sì che avrebbe voluto vederla e riconoscerla. Era così carina, così diversa dalle ragazze che conosceva, soprattutto dalle figlie delle amiche di sua madre. Già, e poi ne aveva sposata proprio una di loro.
Flavio sicuramente non c’era più. Vero che la vita si era molto allungata, ma allora era già vicino ai cinquanta. Non gli piaceva per niente sapere che tra poco, della trattoria, sarebbe rimasto soltanto un mucchio di calcinacci. Ultimi colpi, ultimi spasimi. Macerie. E tra le macerie uno spazio di tempo della sua vita, di un amore che forse non era nemmeno amore, ma che aveva fatto parte di quel suo vissuto, della sua giovinezza. E poi. Flavio che serviva i suoi piatti con il sorriso o canticchiando una canzone. Flavio sorrideva. Sorrideva sempre. Anche quando era serio e silenzioso, o quando si arrabbiava perché quelli della Roma “hanno giocato da cani e hanno perso e quando perde la Roma, perdiamo tutti.” Così diceva con tristezza anche se i suoi occhi continuavano a sorridere. Quei suoi occhi chiarissimi in cui si specchiavano gioie e dolori, vita e morte. Lui che aveva conosciuto gli orrori della guerra. Sorrideva e rideva sì, a volte con un’ironia sottilissima che si trasformava in tenerezza.
Quei calcinacci. Quel rumore. Se li sentiva nel petto, proprio in un punto sensibile del cuore. Un colpo e giù un ricordo. Lei: La sua intelligenza, il suo senso dell’umorismo, la sua fame di vita, i suoi progetti, la sua grazia. Ora nella sua mente le due immagini si confondevano. Flavio e lei: Forse perché la trattoria era stata, quasi sempre, il loro punto d’incontro e Flavio la persona che forse più d’ogni altra aveva fatto parte di quel loro tempo.
Spesso, a richiesta, Flavio recuperava la sua chitarra, cantava e subito stornelli romani e canzoni napoletane prendevano vita, diventavano nuove, diverse ed era allora che là fuori la strada non sembrava più quello che era in realtà, grigia, fumosa, con la targa sbiadita dal tempo e da un passato equivoco. C’erano soltanto Flavio e la sua trattoria. Un punto di riferimento reale e rassicurante. Chissà se era molto cambiata nel tempo, soprattutto se Flavio non c’era più da anni. Altre mani altri occhi altre voci.
Ultimo colpo. Finito. Macerie. Si guardò intorno. Forse c’era anche lei tra quella gente. Gli parve di scorgere una signora con i capelli grigi, dal viso bello e delicato. Era lei? Non lo avrebbe saputo mai. Si era alzato il vento. Sollevò il bavero del giaccone. Si allontanò velocemente. Senza voltarsi indietro.
La signora dai capelli grigi ebbe un brivido. Era lui? si chiese avviandosi dalla parte opposta. Non l’avrebbe saputo mai.
Alda Gasparini




