I racconti di Alda: L’albero che non c’è più

Lo hanno abbattuto. Ramo dopo ramo, con le foglie spuntate da poco verdi, piccole, annunciatrici di un’estate appena nata. Bollente, afosa. Era l’ultimo, ce n’era stato già un altro prima, alto, imponente, rassicurante. L’avevamo scoperto appena arrivati, subito dopo il trasloco, una delle poche ragioni (l’albero e tu bambina mia) per cui mi ero riconciliata con questa casa non scelta, ma presa per sfinimento.
Se ne stava lì, proprio davanti alla finestra della camera da letto, guardiano fidato, silenzioso, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, anno dopo anno, al riparo dalla curiosità di altre finestre, altri palazzi. Mi fidavo di “lui”, pensavo che anche se mi fossi allontanata per qualche settimana, al ritorno l’avrei trovato ancora lì, sempre. Illusione.
Era un giorno qualsiasi quando lo hanno abbattuto. Dicevano che le sue radici si erano infiltrate nella scuola materna, una costruzione bassa con un giardino che girava tutto intorno. Era diventato pericoloso. Dicevano. Sicuramente sarà stato vero, ma per me… che dolore, che rabbia. Mi ero sentita di colpo indifesa e ancora più sola di quando lui se n’era andato. L’uomo con il quale avevo vissuto quarantadue anni e che avevo visto morire dopo lunghe sofferenze.
Sì, quel primo albero mi aveva liberata dall’astio per la nuova casa che non riuscivo a sentire mia, invasa com’ero dalla nostalgia per la vecchia abitazione dove avevo vissuto venti anni. I ricordi, le emozioni di quella lunga importante porzione di vita, le amicizie, la chiesa, i giorni del dolore e quelli della gioia. Di un tempo ancora giovane. Era dunque questo il vero nodo da affrontare e sciogliere? Io amavo la vita, allora come adesso, giovane o vecchia mi ci sono sempre infilata dentro come in un vestito a volte troppo stretto o troppo largo, perfetto o scomodo, ma sempre desiderato, vissuto e mai rifiutato. Mi piace essere ancora qui.
L’albero. C’era voluto molto perché mi abituassi a quel vuoto e scoprissi l’altro, nonostante fosse lì da sempre. Non lo avevo notato. Meno alto, meno imponente e non sempreverde come il primo, un po’ laterale, ma non tanto da non ripararmi dagli altri palazzi. Un dono inaspettato, una carezza consolatoria e mi ero riconciliata con gli uomini che avevano abbattuto il primo, con la strada, con la casa e anche, un poco, con me stessa.
Io, quella che non si piaceva mai, che avrebbe voluto rifarsi tutta, fuori e dentro e non in senso plastico. Io, quella che il tempo non aveva certo risparmiato, quella che troppo tardi si era resa conto che nella vita arriva sempre il momento in cui si devono fare i conti con se stessi, che indietro non si torna e che anche ricostruire e andare avanti diventa molto difficile perché è proprio il tempo a non permetterlo più. Non siamo più gli stessi e le energie sono ormai soltanto sulla punta delle nostre dita.
E così c’era un altro albero a farmi compagnia, a regalarmi una sensazione di frescura, soprattutto durante le notti irrespirabili e appiccicose come miele. Ma poi, tutto è accaduto in fretta, una mattina, un rumore stridulo, grossolano, mi aveva spinta a correre alla finestra. Stava accadendo un’altra volta. Uomini con la sega elettrica, chissà, forse gli stessi, si accanivano su quei rami che venivano giù come arti feriti. Fino all’ultimo e poi il tronco e poi e poi niente, l’albero non c’era più. Anch’io mi sentivo ferita e presto, molto presto da una malattia, da una caduta, da un tempo in cui non c’era più tempo sarei stata abbattuta.
Bene, ci siamo. In pieno dramma. Già, ci siamo, tirala fuori la parolina magica, un altro “poverina” ci vuole proprio. Un mio intercalare. Umana e cristiana compassione, quando non è ironia come in questo caso. In ogni modo, niente paura, per me non ne ho mai avuta e non ne avrò nemmeno in questo momento.
Ed ecco, immediato, un ricordo tenero, gentile. La mia mamma, la sua voce, quel sospiro, quel suo “povera vecia” rivolto a se stessa, lei la veneta, lei che aveva attraversato due guerre, tante perdite e tante paure vinte con la forza dell’amore. “Povera vecia” e noi figli che ridevamo, la prendevamo in giro amabilmente, sapendo che la prima a farlo era proprio lei.
Nessun dramma. Tutta colpa del caldo, di questo agosto appiccicoso. Affacciati, respira, ci sarà pure un filo d’aria. Non c’è. E non passa nessuno, nemmeno un cane o un gatto. Da questa zona i gatti sono spariti tutti. In tempo di guerra sparivano perché nelle trattorie li spacciavano per conigli… Mai mangiato conigli e tanto meno gatti.
Me ne vado e poi torno ad affacciarmi. I resti dell’albero sono ancora lì e chissà fino a quando ci resteranno perché è così che funzionano le cose qui. Un attimo per distruggere e un tempo senza tempo per togliere i segni della distruzione e ricostruire. Ancora il deserto e i palazzi con le finestre chiuse, le serrande abbassate, le vite degli altri, segrete, chiuse anch’esse dietro serrande chiuse. Bel gioco di parole, sono proprio brava. Voglia di ridere, di prendermi in giro come faceva la mia mamma con se stessa. Povera vecia.
Coraggio, anche questo agosto finirà, arriverà settembre, l’autunno, la vita che continua, veloce come il vento quando il vento è tempesta, ma per il momento è ancora agosto vacanze silenzio. E l’albero non c’è più.
Alda Gasparini


