Da sessant’anni “Lupi” di mare, il Ponente Ligure vitivinicolo
Fotografie di Danila Atzeni e Famiglia Lupi

La Liguria è una terra che ho sempre amato profondamente, la riviera di ponente la mia seconda casa, in tutti i sensi, le ragioni sono molteplici: la mia infanzia, le vacanze, mille ricordi di famiglia e soprattutto tante amicizie. Nonostante ciò, mi sforzo sempre di essere un po’ più severo e pretenzioso quando mi trovo al cospetto di territori che son parte di me. Su dieci novaresi presi a campione, almeno otto di loro trascorrono il classico week end estivo, o parte delle loro vacanze, a mollo nelle spiagge di questa lunga e particolarissima lingua di terra baciata dal sole e immersa nella macchia mediterranea. È la geografia in questi casi a dettar le regole, l’autostrada A26 ci collega ormai da tanti anni al Ponente Ligure, superato il Turchino, si incrocia la regione. Giunti al bivio autostradale la scelta è piuttosto ovvia, le possibilità comunque sono due per chi ha un disperato bisogno di cambiare aria, farsi un bagno al mare, gustare del buon pesto o divorare una prelibata focaccia. La prima è attraversare il traffico della caotica, seppur stupenda, città di Genova per giungere alla riviera di Levante, affollata però da coloro che ormai vengono definiti affettuosamente “milanesi imbruttiti”. Genova, per quei pochi che non lo sanno, è la città di talenti indiscussi del passato quali Fabrizio de André, Luigi Tenco, Paolo Villaggio e perché no, Cristoforo Colombo. La seconda alternativa è svoltare il vincolo in direzione est, dove da Arenzano a Ventimiglia i piemontesi colonizzano da sempre le terre di uno tra gli oli extravergine d’oliva più buoni al mondo, quello della Riviera dei Fiori.

Ma questo comprensorio, ormai da diversi decenni, è anche terra di grandi vini, e l’azienda vitivinicola Lupi di Pieve di Teco è certamente una tra le realtà pioneristiche del territorio. Ricordo, ormai anni fa, una fotografia all’interno di una rivista di cinema che recensiva il film “Sleepers” di Barry Levinson, tra l’altro una delle ultime apparizioni del mattatore Vittorio Gassman. La scatto mostra i quattro protagonisti del film seduti al tavolo di un ristorante, in compagnia di una bottiglia di Vermentino di Tommaso Lupi, affiancata ad un’altra storica etichetta dell’azienda langarola Roagna. L’aneddoto è significativo, perché il pioniere di casa Lupi, mancato purtroppo esattamente un anno fa, all’età di 82 anni, è sempre stato un personaggio con una visione d’insieme ambiziosa e lungimirante, totalmente priva di barriere. Sin dall’inizio degli anni ’60 era convinto che le sue amate terre liguri custodissero un potenziale infinito riguardo la viticultura, conscio che bisognasse solo illustrarlo, raccontarlo, coinvolgendo i contesti e le persone giuste, cosi fu. La comunicazione già a quei tempi rappresentava uno strumento fondamentale per raggiungere gli obbiettivi stimati. A 24 anni, dopo aver rilevato una vineria nel cuore d’Imperia, inizia una ricerca meticolosa di quei vini legati indissolubilmente alla cultura della sua terra, e soprattutto di quelle realtà, già presenti nel territorio, che portavano avanti le tradizioni vitivinicole della Liguria. Fu proprio grazie alla scoperta dell’Ormeasco, che Tommaso si appassionò definitivamente alla cultura enologica. Coadiuvato dagli esperti consigli del padre Giobatta, si mise a ricercare con passione e metodo le caratteristiche del territorio e approfondire lo studio della vinificazione. Correva l’anno 1960, Tommaso e il fratello Angelo intrapresero un vero e proprio viaggio alla scoperta di tutte le zone più vocate dove venivano allevati da sempre vitigni autoctoni liguri quali pigato, vermentino, rossese e ormeasco. Lo scopo era acquistare le migliori uve dei più abili vignaioli per poterle vinificare in proprio. Successivamente la vineria di Imperia venne trasformata in enoteca, ed un edificio del 1300 in Pieve di Teco (IM) diventò la sede della cantina Lupi. Per allargare i propri orizzonti e instaurare rapporti con enologi, esperti vignaioli e persone del mondo del vino, Tommaso viaggiò molto, soprattutto in Piemonte e Veneto, dove apprese tutte le nozioni più importanti relative alla conduzione dei vigneti e alle tecniche di vinificazione. Tra i momenti fondamentali nella storia della cantina Lupi vi è senza dubbio l’incontro con Donato Lanati, uno degli enologi più famosi ed importanti della storia del vino italiano. Questo permise all’azienda di fare un salto di qualità, e soprattutto di armonizzare le tecniche di cantina e la conduzione dei vigneti. Un periodo storico in cui la Liguria del vino si stava affermando come regione che non puntava più solo alla quantità dei prodotti, l’orientamento era quello di pensare anche alla qualità dei vini. Lo scopo era valorizzare le peculiarità del territorio e la richiesta di appassionati ed enoteche, non solo quella dei turisti assetati che affollavano ristoranti e trattorie in ogni centimetro della riviera.

Nacquero così tante piccole realtà vitivinicole da levante a ponente, vitigni autoctoni come il pigato, il rossese, l’ormesco, ma anche vermentino e granaccia, cominciarono ad incuriosire mezzo stivale. Eventi come il Vinitaly o le tante manifestazioni svolte durante l’anno, incontrarono un buon successo di pubblico, incuriosito come al solito dai molti premi ottenuti da alcuni vini liguri, che ormai sono diventati veri e propri classici dell’enologia italiana.
Qualche anno dopo entra in campo Massimo Lupi, figlio di Tommaso, cresciuto professionalmente in azienda e accademicamente tra i banchi della rinomata Scuola Enologica di Alba. Durante i suoi studi ha svolto diversi stage all’estero, Spagna e Francia soprattutto, dove ha potuto perfezionare il suo metodo e allargare i propri orizzonti mentali. Dopo un’esperienza come direttore commerciale in un’azienda di attrezzature enologiche, Massimo, decide di entrare nel mondo della viticultura dalla porta principale, dapprima, facendo la cosiddetta gavetta alla Cordero di Montezemolo di La Morra, successivamente, in altre importanti aziende, ma il richiamo della sua amata terra fu impossibile da trascurare, ed il patrimonio di famiglia un tesoro da coltivare giorno dopo giorno, con passione e un occhio attendo alla tradizione. Dal 2007, dunque ormai da ben 13 anni, Massimo è il cuore pulsante dell’azienda Lupi di Pieve di Teco. Mantiene comunque la consulenza di Donato Lanati, ma al contempo decide di attorniarsi di giovani talenti che hanno la Liguria nel Dna.

Ricordo la prima volta che ci incontrammo, giunti in cantina, mi presentò un giovane enologo cresciuto tra le fila di una delle cooperative più importanti e storiche della regione, mi disse:” Questo ragazzo promette bene, è appassionato, ha davvero una mano e una visione d’insieme notevoli per la sua età. Quando ci confrontiamo su alcune scelte in relazioni ai vari cru o ai vitigni impiegati, ne esce sempre un buon proposito, un tassello che aggiungiamo giorno dopo giorno alla storia della nostra azienda.” Oggi, questo ragazzo si chiama Alex Berriolo, e ne ha fatta di strada, la sua azienda vitivinicola con sede a Balestrino (SV) ha riscosso notevole successo di mercato e critica, aggiudicandosi tanti premi e riconoscimenti importanti. Ho assaggiato più volte i suoi vini e devo riconoscere che le peculiarità di ogni sua etichetta, come del resto quelle di Massimo, rispecchiano molto i caratteri distintivi del varietale in relazione al luogo dove viene allevato, vini che sanno di mare e macchia mediterranea, ma anche di montagna, perché la Liguria è tutto ciò. Il merito del successo della Azienda Agricola Berry and Barry è da attribuire al talento indiscusso del suo proprietario e alla lungimiranza di Massimo, che sin dal principio ha creduto in lui, ancor oggi Alex fa parte del suo team di Pieve di Teco.
La storia della famiglia Lupi è soprattutto una storia che parla di commercio, di legami con persone che vivono e amano la Liguria, da levante a ponente. Massimo porta avanti ancor oggi questa filosofia, cercando di valorizzare in primis i prodotti per il quale questa regione è diventata famosa. Basti pensare che il pesto alla genovese è la seconda salsa più venduta al mondo, due sono gli ingredienti principali per renderla unica ed originale: basilico genovese DOP e olio extravergine d’oliva ligure; la ricerca della massima qualità rispetto agli stessi, l’ha resa celebre, se poi vengono aggiunti sale, aglio, pinoli, Parmigiano Reggiano DOP e Pecorino (fiore Sardo), anch’essi di qualità, il risultato diventa unico. L’amicizia e la collaborazione dell’azienda Lupi con l’attività Santagata 1907 Spa di Genova è ormai consolidata da anni, non potrebbe essere altrimenti, l’olio extravergine d’oliva è una vera e propria icona della Liguria e il legame indissolubile della cultura olearia con quella vitivinicola è argomento noto sin dalle prime lezioni dei corsi della Associazione Italiana Sommelier. L’azienda nasce a Camogli, perla del Levante Ligure, nel 1907, per mano del suo fondatore Giovanni Battista, che si specializza nella selezione e commercializzazione di oli d’oliva di alta qualità. È passato ormai più di un secolo e ben cinque generazioni si sono succedute, la passione è la medesima, e con il figlio Luigi, il nipote Mario e il pronipote Massimo Santagata l’attività si è allargata al resto del mercato italiano ed internazionale, con lo stesso rigore. Oggi Federico e Cristina, quinta generazione, coadiuvati dall’impegno giornaliero di un team di collaboratori ed esperti, portano avanti la filosofia aziendale e gestiscono una realtà consolidata che nel 2012 è stata annoverata nel registro delle Imprese Storiche. Tuttavia, la quinta generazione dell’azienda ha riservato un occhio particolare agli innovativi metodi di ricerca e produzione del settore oleario, soprattutto per restare al passo coi tempi, sempre nel pieno rispetto della tradizione, da questo concetto nasce il Frantoio Portofino SRL. L’Olio Extravergine di Oliva Riviera Ligure DOP “Riviera di Levante” è prodotto mediante le cultivar Lavagnina, Razzola, Rossese e Lantesca, ammirare i classici uliveti a terrazza accarezzati dalla brezza marina è davvero un privilegio per pochi. Giallo dorato con riflessi verdolini, il profumo è molto delicato, ricorda la pera Kaiser, toni erbacei stimolanti, in bocca è dotato di notevole grassezza, snellita da una parte acida preponderate ed una chiusura ammandorlata. L’Olio Extravergine di Oliva “Selezione” (Prodotto Mosto Italiano) nasce da un insieme di cultivar allevate sul territorio nazionale; giallo oro, intenso, con note di amaro e piccante, stupisce proprio per una coerenza di toni gusto-olfattivi che ricordano il carciofo, tra l’altro un ortaggio per cui la Liguria è famosa, soprattutto lo spinoso d’Albegna (SV).

Dopo una parentesi doverosa dedicata all’olio ligure, torniamo a parlare di vino, e circoscriviamo l’attenzione alla zona protagonista del mio scritto, la Riviera Ligure di Ponente. La leggenda narra che in questa terra di confine tra mare e montagna, la vite fu introdotta proprio dai marinai e dai commercianti del periodo storico circoscrivibile all’Alto Medioevo. Uve quali ad esempio pigato, rossese e granaccia, ancor oggi le protagoniste indiscusse del territorio, sono state introdotte da altre zone, e con il passare dei secoli si sono adattate perfettamente per via del naturale habitat . Perfezionarono altresì nuove tecniche di coltivazione particolarmente idonee, se non necessarie in alcune zone della costa, i famosi muretti a secco, che ho già avuto modo di raccontare più volte nei miei articoli dedicati al territorio di Carema. Diversi documenti, relativi alla famosa Repubblica di Genova, testimoniano il commercio del vino della riviera ligure, via mare, con importanti città quali Roma e Nizza, ma anche alla corte del Principe di Savoia o presso il Ducato di Milano. Nel XVIII secolo l’attività vitivinicola si allarga consolidandosi sempre più, la vicinanza con grandi città in forte sviluppo ha giocato un ruolo fondamentale, anche se nel periodo immediatamente successivo la coltura olearia comincia a guadagnare terreno, mettendo un po’ in ombra la stessa viticultura, soprattutto in relazione alle superfici impiegate all’interno della regione. In questi anni, fine Ottocento, nasce la denominazione “Riviera”, la Liguria passa sotto la dominazione dei Savoia e la riviera di Genova diviene Riviera Ligure, con le menzioni specifiche “Ponente” e “Levante” che richiamano la posizione centrale occupata dal capoluogo. Dopo l’unificazione d’Italia e dunque con la perdita della città di Nizza, l’appellativo “Riviera” si è imposto quale denominazione più importante ed esclusiva che si riferisce a tutta la produzione agricola della regione.
La DOC Riviera Ligure di Ponente è stata creata nel 1988, dal testo di legge si evince che tre sono le aree di produzione: la provincia di Genova, nei rispettivi comuni di Arenzano e Cogoleto, quella di Savona che comprende Alassio, Albenga, Andora, Arnasco, Balestrino, Boissano, Borghetto Santo Spirito, Casanova Lerrone, Castelbianco, Ceriale, Cisano sul Neva, Erli, Garlenda, Laigueglia, Nasino, Onzo, Ortovero, Stellanello, Testico, Vendone, Villanova d’Albenga, Zuccarello, Borgio Verezzi, Finale Ligure, Giustenice, Loano, Magliolo, Noli, Orco Feglino, Pietra Ligure, Rialto, Toirano, Tovo San Giacomo, Vezzi Portio, Spotorno, Bergeggi, Savona, Quiliano, Vado Ligure, Albisola Marina, Albisola Superiore, Stella, Celle Ligure, Varazze e parte del territorio dei comuni di Calice Ligure e Castelvecchio di Rocca Barbena (delimitato a nord dal crinale appenninico), per ultima la provincia di Imperia, che include Cosio d’Arroscia, Mendatica, Pornassio e Triora (delimitato a nord dal crinale alpino).

Pigato, granaccia, rossese sono i vitigni tipici, protagonisti indiscussi ed allevati da sempre in queste colline, strizzano l’occhio al Mar Ligure e vengono coccolati dalle Prealpi omonime. Inoltre, vermentino in primis, oltre ad una esigua quantità di moscato bianco, giocano un ruolo importante nella DOC, ma vengono allevati anche in tante altre regioni italiane. In relazione alle differenti caratteristiche, legate soprattutto al terreno su cui viene allevata la vite, sono state create delle sottozone della DOC Riviera Ligure di Ponente che idealmente attraversano da est ad ovest questa soleggiata lingua di terra, e sono: sottozona Albenganese, sottozona Finalese, sottozona Quiliano, sottozona Riviera dei Fiori, sottozona Taggia. L’ambiente pedoclimatico influisce notevolmente sul carattere distintivo del vino: il mare dista pochi chilometri, se non centinaia di metri, dona inevitabilmente una marcata sapidità. Le escursioni termiche invece, date dalla vicinanza delle montagne, contribuiscono a creare profumi intensi e variegati, dove la macchia mediterranea, i fiori e le erbe aromatiche, tra l’altro esportate in tutto il mondo, sono protagoniste. Notevole pensare che nella stessa giornata, svegliandosi di buon ora, si possa giungere, al mattino alla vetta principale delle Prealpi Liguri, il monte Armetta che raggiunge i 1.739 m s.l.m., e la sera, prima dell’aperitivo rigorosamente consumato a “gòtti” (bicchieri) di Pigato e focaccia, si possa fare un bagno nelle spiagge di Alassio o Albenga. La Liguria è tutto ciò, ma si impara ad amarla frequentandola soprattutto nei periodi tranquilli, non di calca, facendo amicizia con le persone del posto, custodi delle meraviglie che raramente vengono illustrate nei dépliant dell’agenzie turistiche. Molto affascinante è l’entroterra del Ponente Ligure, e i suoi piccoli borghi medioevali, meta preferita dai turisti tedeschi, olandesi o svizzeri, ne sono il fiore all’occhiello. Qui si respira un’aria diversa, un raccoglimento e una natura del tutto incontaminata, lontana dalla pazza folla, dove la cucina tradizionale ligure, per intenderci quella del coniglio, delle lumache o dei minestroni, gioca ancora un ruolo fondamentale. Pieve di Teco è proprio uno di questi borghi, dista circa 33 km. dalla costa di Albenga verso il Piemonte, e l’azienda Lupi possiede proprio qui la sua storica cantina. Il volume d’affari è su circa 10 ettari di vigneto, ed essendo nata come attività di négociant, per dirla alla francese, non è assolutamente da tralasciare l’importanza storica dei conferitori, che ad oggi rappresenta il 40% del totale, mentre il restante 60% è di proprietà. La produzione oscilla tra le 70/90 mila bottiglie annue. Rispettoso del territorio circostante, Massimo limita gli interventi in vigna, l’agricoltura è convenzionale con un lento recupero di alcuni impianti ad alberello, un sistema d’allevamento storico in queste colline, come anche in quelle della vicina Dolceacqua, zona a confine con la Francia. I vigneti principali che costituiscono la gamma di prodotti più importante dell’azienda, sono situati in tre macroaree, le stesse dove i vitigni coltivati danno rispettivamente il meglio di sé. La prima è quella dell’uva pigato, nei vigneti “Cà de Pria”, “Cà de Berta” e “Le Caminate”, presenti nel comune di Albegna, nella frazione di Campochiesa e Salea, in provincia di Savona. La seconda è quella dell’uva vermentino, allevata in uno dei vigneti più storici dell’azienda “Avreghi-Cipressa” nell’imperiese, più nello specifico nel comune di San Remo, altri vigneti sono presenti a Diano Marina e Diano Castello. L’ultima zona è dedicata all’uva autoctona a bacca nera per eccellenza del Ponente Ligure, l’ormeasco, vitigno geneticamente imparentato con l’uva dolcetto, anche se a mio avviso, colore a parte, ha ben poco a che vedere con il celebre, quanto snobbato, vitigno piemontese. Lo storico vigneto di casa Lupi, ormai splendido settantenne, si chiama “Trastanello”, ed è situato nel comune di Armo (IM), l’azienda possiede altri appezzamenti nella parte storica nel comune di Pornassio, borgo che dà il nome all’omonima DOC.
Riviera Ligure di Ponente Vermentino “Serre” 2018
Esclusivamente prodotto grazie all’impiego di uve vermentino, allevate in vigneti ultra trentenni quali “Avreghi-Cipressa” in San Remo, a 250 metri sul livello del mare, la particolarità di questi suoli è data da una forte matrice di argilla e calcare, evidenti pietre dure che si spaccano a scaglie. Il vino fermenta ed affina per dieci mesi in acciaio, una scelta che in questo caso permette all’uva in questione di mostrare tutta la sua finezza. 13,5% Vol. il “Serre”2018 si palesa al calice paglierino vivace con riflessi oro antico, delinea archetti fitti e regolari, mostrando un buon estratto. Il naso mostra tutta l’eleganza tipica del varietale, il frutto a polpa bianca abbraccia sentori floreali nitidi e freschi: pesca nettarina, melone d’inverno, mela Granny Smith su mimosa, biancospino e ginestra. Con lenta ossigenazione e aumento della temperatura soffi minerali iodati, calcare, mandorla, una vena balsamica dolce di menta peperita chiude il quadro olfattivo. In bocca il vino è pieno, intenso, succoso, la sapidità è in leggero vantaggio sulla freschezza ed il finale rimanda al frutto opportunamente maturo, chiude una piacevole vena ammandorlata coerente al naso. Un vino perfetto in abbinamento ad un crudo di gamberi viola di San Remo.
Riviera Ligure di Ponente Pigato “Petraie” 2018
L’uva autoctona pigato, rappresenta l’identità stessa dell’area vitivinicola relativa alla Rivera Ligure di Ponente. Il vino che ne deriva è quello più conosciuto a 360°, associato spesso alla cucina tipica di pesce che tutti i vacanzieri gustano durante le ferie. Rispetto al vermentino con il quale è imparentato, allevato da sempre anche in Sardegna o in Toscana, l’uva pigato è presente quasi esclusivamente solo in questa zona. E’ senza dubbio il vitigno su cui l’azienda Lupi punta di più, tanto da proporlo anche in una versione affinata parzialmente in legno, il “Vignamare”, storico vino di famiglia che vedremo in seguito. Al contrario, il “Petraie”, segue lo stesso protocollo di vinificazione del “Serre”. Da vigneti di oltre 50 anni, “Cà de Pria”, “Cà de Berta”, situati nell’area di Albenga a 100 metri sul livello del mare, il “Petraie” 2018, 13,5% Vol., mostra fascino già dal colore, la consueta consistenza, ed un paglierino vivace lievemente più chiaro del campione precedente. Il naso è paradigmatico: erbe aromatiche quali maggiorana e salvia, sentori di pineta, un ricordo di nespola e susina gialla, immancabile la ginestra, seguita da camomilla e scorza di limone, ed un finale di pietra focaia; chiude un forte richiamo relativo ai profumi che si avvertono durante la classica passeggiata tra gli scogli bagnati dal mare. Sorso deciso, verticale, la freschezza in questo caso è protagonista, il vino mostra gioventù e viene subito invaso da una lunga scia sapida, l’alcol non è minimamente percepito ed in bocca rimane una sensazione dolce-acida di frutta fresca, ed un finale che ricorda le erbe aromatiche. Un vino che ho personalmente abbinato ad un piatto di tagliatelle di Campofilone con carciofo spinoso d’Albenga. Perfetto, nonostante l’insidia dell’ortaggio, troppe volte inutilmente demonizzato circa l’abbinamento cibo-vino.

Vino Bianco “Vignamare” 2017
“Le vigne da Amare, Le vigne Amare, Le vigne sul Mare”. Esordisce così il comunicato stampa di una verticale di qualche mese fa, organizzata da Massimo Lupi ad Imperia, dedicata al “Vignamare” . Purtroppo per cause di forza maggiore, e con grande rammarico, me la sono persa. Un vino giunto alla ventottesima vendemmia che ha una storia molto particolare. Inizia con Tommaso Lupi, che sul finire degli anni ’80, desiderava fortemente produrre un vino in grado di competere ad armi pari con tutti i grandi bianchi d’Oltralpe. Un vino longevo ed in grado di sfidare il tempo, l’uva pigato, allevata in vigneti vocati e seguendo un protocollo di vinificazione ben preciso è in grado di compiere tali performance. Tommaso questo lo sapeva bene, e conosceva altrettanto bene le sue storiche vigne del comprensorio di Albenga, soprattutto il cru, non dichiarato, “Ca’ de Pria”, che oggi ha cinquant’anni ed è il protagonista indiscusso del “Vignamare”. Un vigneto ben esposto che possiede una buona percentuale di matrice marnosa e ferruginosa, risente dell’influsso di calde brezze marine, essendo situato a pochi chilometri dal mare, ma anche delle correnti fresche che arrivano dalla Prealpi Liguri. Un ambiente pedoclimatico di tutto rispetto che contribuisce a forgiare il carattere del vino, che ad ogni annata risulta molto espressivo e fortemente legato alle peculiarità del territorio circostante. Circa il protocollo di vinificazione, ad ogni vendemmia, vengono adottate le scelte più indicate anche in relazione all’andamento climatico dell’annata e diversi altri fattori contingenti, patrimonio del sapere (“know-how” proprio non mi viene) di Casa Lupi. Questo Vino Bianco, per scelta, esula da qualsivoglia disciplinare, è prodotto con il 100% di uve pigato. Curioso il fatto che diversi anni fa Tommaso Lupi si divertisse a creare un alone di mistero su questo prodotto, raccontando che una percentuale di vermentino fosse presente nel taglio, questo per non condizionare in nessun modo il degustatore circa l’utilizzo del vitigno in purezza. Tommaso era così, un innovatore in tutto e per tutto, da buon ligure faceva parlare i fatti più che le parole. Il 70% della massa fermenta in acciaio, la restante parte in piccole botti, con frequenti bâtonnage, svolge un affinamento di 24 mesi in barriques. 14% Vol. mostra una verve cromatica particolarmente vivace, paglierino con qualche riflesso oro verde. Sentori fini di frutta a polpa bianca ancora lontani dalla confettura, pesca, melone d’inverno, cedro, una nota dolce di miele millefiori, ginestra, timo, sbuffi balsamici di mentolo. La parte minerale, che solitamente rimanda alla pietra focaia, è ancora piuttosto timida, di contro la spezia è piuttosto incisiva, rimanda alla tostatura del legno senza snaturare in nessun modo il resto del corredo aromatico, con il passare del tempo il vino subirà la classica inversione di marcia riguardo a questi due sentori. Un sorso importante, di buon corpo, dove la profondità gustativa si fa sentire, incessante la sapidità, smorzata a tratti da una buona spalla acida. Un vino ancora giovane, in netto divenire, indicato a mio avviso anche su carni bianche, coniglio in primis, e piatti di pesce piuttosto elaborati.
Ormeasco di Pornassio Superiore “Braje” 2017
Un nome ha sempre il suo destino, non a caso è stato scelto proprio il termine “Braje” per identificare l’Ormeasco di Pornassio Superiore DOP di casa Lupi, un vino a cui Massimo tiene particolarmente, e che a mio avviso fa parte di una denominazione troppo spesso sottovalutata. Il significato ha origini longobarde e risale al 1200, indicava i fondi migliori adatti alla coltivazione e destinati agli uomini indipendenti. Un inno alla libertà conquistata con il duro lavoro, in questo caso è proprio l’espressività del vino a dettare le regole del gioco e a ricordare questa filosofia di vita. Il territorio dell’ormeasco, vitigno coltivato quasi esclusivamente in provincia di Imperia, comprende gran parte dei comuni della Valle Arroscia. Questa vallata, celebre anche perché culla di una tra le varietà d’aglio più pregiate d’Italia, l’Aglio di Vessalico DOP, prende il nome dal torrente omonimo che scorre tra le province di Imperia e Savona, lungo circa 36 km. I vigneti sono situati soprattutto nell’entroterra, terrazzati in maniera a dir poco spettacolare, sono un tutt’uno con la macchia mediterranea ed una miriade di erbe aromatiche che crescono spontanee anche ai bordi delle strade. La solita leggenda narra che fu la comunità benedettina a selezionare i cloni dell’attuale vitigno ormeasco, strettamente imparentato con l’uva dolcetto; il costante rapporto con i centri della comunità Pavese agevolò il compito, perché a qui tempi era una delle maggiori uve coltivate nel territorio lombardo già citato. Nel corso degli anni questo vitigno si è adattato perfettamente al territorio della Valle Arroscia, ha acquisito caratteri specifici e difficilmente assimilabili, a livello sensoriale, all’uva dolcetto, coltivata ancor oggi soprattutto in Piemonte. Il particolare microclima della media ed alta collina ligure di ponente è unico, non solo per i vitigni a bacca a bianca, ma anche e soprattutto per quelli a bacca nera. La relativa vicinanza del mare, la vegetazione circostante e la presenza imponente delle Prealpi Liguri concorrono a creare un ambiente pedoclimatico favorevole e particolarmente idoneo alla coltivazione della vite. Il “Braje” di casa Lupi deriva da un vigneto di settant’anni chiamato “Trastanello”, situato nel comune di Armo (IM), è uno dei cru (non dichiarati in etichetta) più storici e importanti dell’azienda. 100% ormeasco, fermentazione e macerazione svolte in acciaio, affinamento di 24 mesi in barriques. 13,5 % Vol. A mio avviso rispetto ai canoni classici del dolcetto piemontese, l’ormeasco mantiene quasi solo il colore, in questo caso un rubino vivace con unghia porpora, mostra consistenza ed archetti fitti e regolari. Il naso è intenso, impatto inizialmente fruttato di lampone spremuto e ciliegia matura, ma anche violetta e geranio su uno sfondo di tabacco dolce da sigaro toscano, caffè, chiude molto elegante su percezioni iodate e di pino silvestre. Queste ultime due note son davvero caratteristiche e mi riportano indietro con gli anni, quando poco più che bambino giocavo d’estate a pallacanestro in pineta, sul lungomare di Ceriale (SV), anche questa è la magia del vino. In bocca mostra soprattutto eleganza, sorso slanciato, sapido, sorretto da una freschezza notevole che lo rende un vino attuale, l’estrazione c’è ma non appesantisce minimamente ed è coerente alla succosità dei frutti descritti; tannino vivo e dolce, chiude lunghissimo e leggermente ammandorlato. Vino che sposa magistralmente i classici piatti della cucina dell’entroterra di questa regione, come ad esempio le lumache alla ligure, il coniglio all’ormeasco o i classici pansoti (ravioli) in salsa di noci.

Insomma, sessant’anni son passati, e la famiglia Lupi è rimasta fortemente legata alla propria regione. Auguro a Massimo e a tutto lo staff di viverne altrettanti, con lo stesso spirito, una lunga strada che permetterà all’azienda di rimanere una delle attività vitivinicole più importanti ed affermate del territorio ligure.
Andrea Li Calzi



