Wayne Shorter Quartet al Parco della Musica: una lezione di musica ad altissimo livello
Sicuramente il concerto che Wayne Shorter ha eseguito ieri sera all’Auditorium Parco della Musica, nella gremita Sala S.Cecilia, farà discutere. Premetto che le foto che vedete qui non sono mie, dato che non sono un fotografo professionista rispetto sempre le regole previste ai concerti: niente foto e cellulari spenti. Pertanto ritengo giusto segnalare l’autore (della prima, l’altra non so di chi sia), il bravo Davide Susa, che ha immortalato il gruppo nella precedente performance del 2006, sempre a Roma.
Farà discutere perché la musica di Wayne Shorter degli ultimi anni non segue più gli schemi e le dinamiche a cui bene o male sono tutti abituati. Non a caso si può dire che il concerto di ieri è stato un continuum, due esecuzioni lunghissime e senza alcun calo di tono, che hanno fatto spazientire forse qualcuno abituato a scaldare le mani più volte, quasi come fosse una necessità improrogabile applaudire le gesta di questo o quel musicista. Ma non c’era tempo per questo, il medley, se così possiamo chiamarlo, è ormai il leit motiv delle esecuzioni live di Shorter e del suo straordinario quartetto, composto da altrettanti leader dalla personalità carismatica: Danilo Perez al piano, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria. Mostri sacri del jazz (ammesso che abbia ancora un senso collocare questa musica in un termine ormai fin troppo generico), che nonostante la loro trabordante maestria individuale, sono perfettamente capaci di legare magnificamente, di offrire al pubblico un saggio di musica “in quattro” e non eseguita da quattro, distinti, musicisti. E’ il segno non solo di una rodatissima unione, che va avanti da quasi otto anni, ma anche di una comunione di intenti e di filosofie, perché la musica di ieri sera si assume un ruolo “alto” e allo stesso tempo “altro”, senza concessioni a virtuosismi gratuiti, a solismi da applauso, ma in totale armonia, con una base ritmica di straordinaria efficacia. Wayne Shorter, con i suoi quasi 76 anni e un’esperienza musicale fra le più incredibili della storia del jazz, che vanta collaborazioni con personaggi storici come Miles Davis, Art Blakey, Elvin Jones, McCoy Tyner, Joe Zawinul (con lui fondò nel 1971 il mitico gruppo Weather Report), Herbie Hancock, Dave Holland, con escursus in terreni musicali diversi con Joni Mitchell, Pino Daniele, Carlos Santana per citarne alcuni, ha raggiunto un livello di maturità sia compositiva che esecutiva che ha pochi confronti.
Ascoltare questo gruppo ieri sera è stato per me un segnale importante, un messaggio di attenzione, un richiamo alla sostanza e alla profondità delle cose, della vita, in totale contrapposizione con una realtà sempre più vuota, effimera, superficiale, priva di spessore. L’intero ciclo esecutivo mi è sembrato appartenere dal punto di vista compositivo esclusivamente alla mano di Shorter, ma non sono così preparato da esserne certo. Fra i brani eseguiti senza interruzioni ho riconosciuto Joy Ryder, composto proprio dal sassofonista nel lontano 1988, ma riproposto nel 2005 proprio con questo gruppo nell’album “Footprints Live!”, e mi è sembrato ci fosse un accenno anche a Sanctuary, altro suo brano nato ai tempi di “Bitches Brew”, il disco della “svolta rock” di Miles Davis.
Indubbiamente il percorso interiore di Shorter ha avuto un’influenza determinante nel suo stile degli ultimi dieci anni, e a questo proposito voglio riproporvi un estratto da una bella intervista che Gianfranco Salvatore gli fece nel lontano 1995, ma che evidenzia proprio il tratto peculiare della personalità dell’artista e consente una ulteriore chiave di lettura della sua musica:
“Avevo già avuto la fortuna di intervistarlo anni fa a Parigi, e dunque ero preparato a quel modo spiazzante con cui, dietro un sorriso, riesce a capovolgere il senso delle domande che gli vengono poste. Con lui è come essere di fronte a un maestro Zen, sempre pronto ad aggiungere una centoduesima storia al repertorio. Non a caso Shorter si interessa da anni al Buddismo, praticandolo a modo suo, specialmente sul piano dialettico e della comunicazione interpersonale: quasi volesse indurre nel suo interlocutore un’illuminazione capace di mettere in crisi il modo di pensare della realtà comune, che per le filosofie orientali è solo un’apparenza. Contrario ad assoggettarsi alle convenzioni della storia – e delle cronache musicali, che ne fanno parte – il sassofonista, in un colloquio privato, preferisce sciogliere i normali rapporti di causa ed effetto nell’eterna ruota del karma, a cui fa spesso riferimento, divertendosi a far saltare in aria tutte le categorie prefabbricate, tutte le formulazioni preconcette. Non mi sono stupito, dunque, quando nella conferenza stampa tenuta a Roma il 21 settembre, alla domanda di un collega, che sperava di sapere da lui cosa gli avessero trasmesso cinque anni con i Jazz Messengers, altrettanti con Miles Davis e ben quindici con i Weather Report, ha risposto che per lui fu fondamentale il rapporto con il trombettista Lee Morgan, col quale discuteva quale tipo di pantaloni o di scarpe fosse più hip, più “figo”, e soprattutto l’insegnamento dei manager dei tre gruppi citati, da cui imparò tutto sulla contrattualistica musicale…”.




