Eurhop 2016, la mia cura per l’influenza

Stavolta arrivo dopo Eurhop. Perché è sì importante consigliare per tempo di non mancare, ma è molto più divertente raccontare dopo come è andata.
E anche quest’anno è andata alla grande: format collaudato, e vincente (grazie a Publigiovane, a Colonna e a tutti i ragazzi che ci lavorano) di quelli che non si cambiano se non nel continuo susseguirsi di nomi strepitosi.
Dei tre giorni di festival decido di optare per un ingresso alla wandissima, nel clou degli eventi, il sabato pomeriggio. In effetti anche l’apertura del venerdì mi viene riportata come una grande serata ma io in quel momento ho all’attivo una bella febbre, che decido di farmi passare nel giro di massimo 18 ore, con medicine, litri di tisane, riti woodoo, sacrifici umani ai santi della cosmogonia mondiale, e tante ore di sonno.
Anche perché la mattina so che mi sveglierò già meglio. Ovviamente la mattina sto uno schifo.

Ok, calma, sono certa che se mi rimetto a dormire fino al pomeriggio, dopo, come fiore, sarò al Salone delle Fontane. Ovviamente quando mi sveglio nel pomeriggio sto ancora uno schifo.
Una buona ristrutturazione e tanta voglia di esserci mi vengono in aiuto.
Una volta entrata è la sensazione familiare di sempre, i birrifici, gli amici, e tutte le persone che affollano il festival.
Tra queste noto subito tanti passeggini, pupi a iosa che per nulla sembrano soffrire un evento del genere. Anzi, sorridono, vicino ai giovani genitori con il bicchiere in mano, che ridono e scherzano. Mi viene in mente la recente e tragica campagna sulla fertilità, questa poteva essere una bella immagine. Non so quanto canonica, ma una bella e sana scena di gente che si diverte, anche pupo munita.
Abbandono i pupi e inizio a girare, tra saluti, amici al di qua e al di là del bancone, pinte che si riempiono e tantissimi assaggi di cui qualcuno perso.
Parto dal via: Oxbow (Oregon), Maui (Hawaii), Brewski (Svezia), Warpigs (Copenaghen)

Prendo il toro per le corna e mi avvicino subito al mio nemico più temuto, il lattosio. Brewski, infatti, se l’anno scorso ci ha portato ananas e frutto della passione, quest’anno oltre ad avere aggiunto il mango al carnet delle birre, ha messo il lattosio proprio nella birra che volevo assaggiare. La Conan infatti, una double ipa juicy (la parola magica di quest’anno) con avena e non so quale altro cereale, è stata lodata da chiunque mi avvicinasse, consigliandomela. Consapevole della presenza del mio veleno preferito, ad un certo punto ho pensato che il mondo volesse la mia fine quel giorno, di sabato. Come gli eroi giovani e belli. E allergici. Allora per provare il brivido ho preso quella accanto, la Mango Feber, che mai avrei detto, e invece ho ben apprezzato.
Lascio così il mio boogeyman, per Oxbow.
E’ la Moon Rocks la prima scelta. Assaggio, buona! Una delle due grisette presenti dal birrificio, con una particolare astringenza e una nota acida che mi stupiscono. Leggo sulla preziosissima guida di Eurhop che si tratta di un blend dello stesso mosto passato in botti diverse e poi blendato. Una delle botti conteneva gin, da cui le note botaniche. Il giorno dopo replico ma con la Saison dell’Aragosta, in collaborazione con il Ducato, che si narra sia stata brassata con aragoste vive del Maine, e sale di mare. Senza dubbio molto buona.
Di Maui, direttamente dalle Hawaii, mi viene consigliata la Coconut Porter, ma è finita il giorno prima, e ancora non ho in dotazione la macchina del tempo. I suoi 400 chili di cocco tostato mi riportano con un flash ad una chiacchierata con i ragazzi di Eastside pochi giorni prima, in cui mi raccontavano proprio della tostatura in casa di 40 chili di cocco, per la loro Coconut Ipa la birra stagionale estiva, ma su questo avrò modo di tornarci. Qui bevo invece la Big Swell, che non mi fa impazzire affatto, quindi mi dirigo altrove.
Intanto realizzo che questa edizione vanta parecchio esotismo, e voglia di stupire. Sulla bocca di tutti la ITA Italian Tomato Ale, di Carriobiolo, gran birrificio, che tra gli ingredienti ha datterini di Scicli con dry hopping di basilico genovese e origano calabrese. Non ci sono arrivata, chi l’ha bevuta parla di pizza, e non in abbinamento, come non ho avuto modo di assaggiare neanche la Porcini Imperial Stout, con dry hopping esattamente di fungo porcino. Da figlia di appassionati micologi penso che non sia la miglior fine per quella meraviglia di fungo, che preferisco nel piatto, ma mi dicono abbia avuto una buona resa.
La sosta da Warpigs è Mo’Mosaic Mo’ Problems, single hop con luppolo Mosaic che merita il bis. La Sable Nation invece, ipa con bacche scandinave e olivello spinoso mi fa un po’ sorridere quando mi viene raccontata, buona ma non mi fa gridare al miracolo. Non ne ricordo molto, forse ho fatto come i ragazzini in classe che a forza di ridere e non seguire, venivano rimandati a settembre. Magari mi rimandano a Eurhop in effetti…
Resta che Warpigs è un bel nome per la collaborazione Mikkeller + 3Floyds, le birre che bevo sono molto buone, e poi in mezzo ci sono i Black Sabbath, oltre che 3 Floyds, uno dei birrifici che più amo al mondo.

Da qui passo ai superbig che giocano in casa. Menzione d’onore per la – Chapeau! – Mummia 2012 Montegioco, una birra che quando è possibile averla, non la si deve lasciare sfuggire. E poco distante dalla Mummia, il creatore Riccardo Franzosi, che rivedo sempre con molto piacere. Stavolta è posizionato proprio accanto ad un altro grandissimo, Valter Loverier di LoverBeer; entrambi oltre vantare diverse tra le migliori birre italiane, a mio avviso come di molti, sono persone estremamente carine che fanno solo bene alla nostra birra. Appena pochi passi più in là, il discorso non cambia, con il Birrificio Italiano. C’è Agostino Arioli alle spine, il padre della TipoPils, monumento nazionale (dicevo anche a lui che la Tipo, pils esemplare, è forse la birra che ho più bevuto in assoluto) e mentre realizzo che è stato uno dei primissimi a fare birra artigianale in Italia, mi rendo conto quanto riesca a mantenere sempre uno standard molto alto. Con lui da infiltrato Marco Valeriani che adoro e non nascondo, giovane ma decisamente affermato, birraio di Hammer.

Con i ragazzi dell’Italiano, gentili e disponibili, provo la Nigredo 20° Anniversario, dark lager, versione potenziata della Nigredo, maturata con scaglie di quercia, davvero buona, la Asteroid 56013 una ipa che risulta piuttosto aromatica e la Fresh is More, collaborazione con CR/AK realizzata in due versioni, qui una bassa fermentazione, per gli altri una ad alta fermentazione. Delle due provate, devo dire che questa mi piace molto, e molto più dell’altra. L’intento in questo caso è celebrare la freschezza dei luppoli, da qui la data di infustamento sulle bottiglie.
Il mio, di intento, invece, è scendere al piano inferiore, ho infatti un appuntamento con un altro mio favorito, Vento Forte, ma nei pochi metri che mi separano dalle scale, mi intercettano nell’ordine:
Del Doge e una buonissima marzen in botte.
Eastside e la Bimba Mia, una atipica hoppy saison con brett Claussenii (di cui avrò modo di parlare tra pochi giorni, insieme al resto della produzione del birrificio di Latina), che anticipa in qualche modo la Cloudwater di poco dopo. A titolo di cronaca, mi sono piaciute molto entrambe.
Lariano con un ventaglio di birre alla frutta che mi pare di entrare in un bosco: partendo dalla stessa base per tutte, ognuna ha poi la sua declinazione, dai lamponi (eccome se si sentono!) alle amarene, more, frutti di bosco, e intanto Emanuele Longo mi racconta l’idea nata dalla voglia di sperimentare. Come anche nel caso della Michetta (non so se hai presente, il pane a tartaruga… E come no? La rosetta! Tsè per voi del nord è la michetta, e ridiamo) una kolsch fatta con gli avanzi del pane. Un po’ come quando apri il frigo e decidi di cucinare, bene, con quello che trovi.
Narke, birrificio svedese, di cui provo la Asgård Svartmölska imperial porter dove l’aroma di miele si avverte con un piacevole risultato, che con i suoi aromi e i 10 gradi non ucciderà, fortunatamente, le birre successive.
Anche perché corro subito da Cloudwater dato che da quando sono arrivata cerco disperatamente di capire quale sia la birra che mi è stata passata per un assaggio volante e misterioso. Buonissima, con una punta di acido che non pensavo (ed è la seconda volta) ma ci sta davvero bene, senza esagerare insomma, e di cui in un primo momento non so nulla. Scopro poi trattarsi della Claussenii Stout, imperial brett (appunto) stout del birrificio inglese, che finalmente a pinta piena è anche meglio.

Arrivo così da Vento Forte, che come sempre non sbaglia un colpo in nulla, confermandosi ottimo birrificio sia nella produzione che nel fattore umano, Andrea e i ragazzi sono infatti splendidi.
Gentili disponibili e – devo ammettere, non è la prima volta, succede sempre – in grado di mietere vittime. Anche tra le astemie. E ogni foto che pubblico insieme a loro, è seguita da messaggi di amiche a cui alla fine do un unico suggerimento. Di bere birra artigianale. E venire a Eurhop.
La loro birra del giorno è senza dubbio la Juicy, bontà assoluta, fatta con molto frumento malato e fiocchi d’avena, fermentata e maturata in soli 14 giorni, infustata senza alcuna filtrazione, con dryhopping di Galaxy. Nel giorno in cui più si è più parlato di juicy, attraverso anche i vivaci laboratori pomeridiani che hanno tenuto banco fin dai giorni precedenti l’evento, ecco una bevuta che andava fatta. Continuo con la Back From Cal una ottima west coast double ipa, per chiudere poi con la Old Porter, porter di una certa struttura e complessità, maturata in botti di vino rosso, davvero buona.
La serata per me è quasi conclusa, passo davanti al Lambrate, le birre che amo bere sempre, e decido di finirla così.
Ripenso a quelle che avrei voluto provare: la 19”72 di Croce di Malto saison alle albicocche, la Black Lipstick porter ai lamponi delle Dolomiti, Cangrande helles del Mastino, un po’ tutto di Freigest, Fyne Ales…e penso anche al medico che mi aveva detto di bere poco, considerata l’influenza. Ecco, gli dirò che tutte queste non le ho bevute.
E poi a conti fatti questi due giorni sono quelli della settimana in cui sono stata fisicamente meglio, vai a vedere che la birra artigianale fa davvero bene?
Eurhop, grazie ancora, sei la mia cura, ci vediamo l’anno prossimo!

