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Editoriali

La Barbera d’Asti Docg apre ai vitigni internazionali dopo solo un anno dalla sua nascita. Cui prodest?


Vigneti intorno ad AstiPer me che leggo ogni giorno (o quasi) la Gazzetta Ufficiale, è praticamente impossibile non notare, da quando a Bruxelles è stata fissata al 1° agosto la data di scadenza per modificare gli attuali disciplinari DOC e DOCG, una vera e propria corsa agli “aggiustamenti”, in alcuni casi affatto leggeri, in altri apparentemente indolori ma, ad una lettura attenta, mirati a modifiche significative che possono alterare profondamente le caratteristiche dei vini prodotti.
E’ indubbio che la crisi generale, che ha colpito inevitabilmente anche il mercato del vino, e in particolare di quei vini che non dispongono di una notorietà consolidata e rassicurante, ha prodotto un certo scombussolamento fra gli addetti ai lavori, e reazioni non sempre lucide e lungimiranti.
Ma cosa sta succedendo in quell’area piemontese che racchiude uno dei territori più produttivi, ovvero l’Astigiano? Pare, anzi è certo, che sia stata approvata una proposta di modifica al disciplinare della Barbera d’Asti, soltanto un anno fa “promossa” a DOCG. La proposta è emersa dall’assemblea dei produttori della denominazione, non senza profonde divisioni al suo interno e con il peso determinante delle grandi cantine sociali, e portata sul tavolo del Comitato Vitivinicolo Regionale, organo consultivo, istituito quasi trent’anni fa da una legge piemontese, che ha lo scopo di supportare l’Assessore all’Agricoltura nell’esaminare e valutare le richieste di modifica o di istituzione di nuovi disciplinari DOC e DOCG. Niente di male, si potrebbe dire, gli aggiustamenti sono un fatto del tutto normale, soprattutto in virtù della nuova OCM, ma in questo caso la modifica va a toccare un tema che ha motivazioni diverse e, trattandosi di una DOCG, viene naturale ricordare che questa dovrebbe identificare un territorio e le sue tradizioni enologiche, non disgiunte dalle varietà di vite che ne rappresentano il naturale complemento. Come mai, allora, si è sentita l’esigenza di introdurre la possibilità di utilizzare, per la produzione del Barbera d’Asti DOCG, fino al 10% di vitigni autorizzati in Piemonte (che significa di tutto di più, basta che andate a leggervi quali sono le uve autorizzate e raccomandate per provincia, per rendervene conto)?
La questione pone molte perplessità, non ci vuole particolare acume per capire che quel 10% può essere composto tranquillamente da uve internazionali come merlot, cabernet sauvignon, syrah, petit verdot ecc., e che nel disciplinare è già prevista la possibilità di contribuire alla barbera con uve dolcetto, freisa e grignolino fino al 15%. Che sia l’ennesimo “effetto Brunello”? E’ evidente che la modifica non ha intenti migliorativi, ma tenta, e ripeto tenta di rendere più competitivo un prodotto che fatica a restare in piedi di fronte ad un mercato così mutevole e complesso, all’interno del quale ci sono concorrenti agguerriti in grado di produrre vini a prezzi nettamente inferiori.
Aggiungiamo che la Barbera d’Asti è un calderone che contiene vini di qualità altalenante, la cui area è troppo vasta e coinvolge troppi comuni per poter garantire una qualità generale degna del più alto grado della piramide doc.
Cosa significa, quindi, la presenza di un 10% di altre uve nei vigneti se non la doppia intenzione di legittimarla evitando i problemi in cui è incorsa Montalcino e di introdurre una variabile che, illusoriamente, consentirebbe di competere con i vari blend internazionali a basso costo, soprattutto cileni e australiani? La situazione diventa ancora più paradossale se si pensa che solo 2 anni fa era stata modificata la DOC Piemonte Barbera, autorizzando all’iscrizione vigneti con un 15% di vitigni autorizzati a bacca nera diversi dal barbera: qual è a questo punto la differenza tra la DOCG e la DOC di ricaduta? E se questa proposta dovesse passare anche l’esame del Comitato Vitivinicolo Nazionale, cosa accadrà ad esempio alla Barbera del Monferrato Superiore, che ha ottenuto la DOCG neanche un mese prima della Barbera d’Asti e attualmente prevede la stessa composizione ampelografica?
E, per finire, se sarà approvata la recentissima proposta di modifica della DOC Barbera d’Alba, che manterrà invece la base ampelografica al 100% di barbera, rese basse e titolo alcolometrico volumico naturale in alcuni casi più alto del Barbera d’Asti DOCG, avremo il paradosso che una DOC può dare più garanzie di qualità e di fedeltà al modello produttivo tradizionale piemontese rispetto ad una DOCG. I fautori della competitività sul mercato a qualsiasi costo ci hanno riflettuto abbastanza?

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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