Terre di Cosenza Pollino 2015

Terre di Cosenza Pollino 2015 Giuseppe CalabreseDegustatore: Roberto Giuliani
Valutazione: @@@@
Data degustazione: 05/2018


TipologiaDoc Rosso
Vitigni: magliocco dolce
Titolo alcolometrico12 %
Produttore: GIUSEPPE CALABRESE
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 10 a 15 euro


Sono trascorsi esattamente trent’anni da quando è stato istituito il Parco Nazionale del Pollino, un territorio magnifico che abbraccia parte del territorio calabrese e parte di quello lucano, per un totale di oltre 190.000 ettari. L’area dove risiedono le tre vigne di questa piccola azienda del giovane agronomo Giuseppe Calabrese, si trova a Saracena, conosciuta soprattutto per la produzione del moscato; solo 4 ettari distribuiti fra i cru Rinni, Piano di Gallo e Pastini, i primi due esposti a nord-est con piante di oltre 40 anni allevate ad alberello, mentre il terzo è il più giovane, dieci anni di vita e piante esposte a nord pieno e allevate a cordone speronato.
Le altitudini variano da 350 a 400 metri s.l.m., Giuseppe ha da subito impostato il lavoro seguendo una visione rispettosa dell’ambiente, non è certificato ma adotta metodo biologico da sempre, in cantina usa lieviti indigeni per la fermentazione, non fa correzioni né interventi con prodotti enologici, la solforosa è sempre molto contenuta, qui siamo sotto i 70mg/l totali. Il vino è stato vinificato e maturato in acciaio e ha seguito un affinamento di 15 mesi in bottiglia, il vitigno è il magliocco dolce, non canino, della piuttosto numerosa famiglia dei magliocchi, fra cui possiamo ricordare il magliocco tondo, il magliocco nero e il magliocco di Ragliano.
Ho avuto modo di assaggiare più volte vini a base magliocco del Cosentino, ma raramente erano maturati in legno, segno che la sperimentazione è ancora in pieno sviluppo. Il 2015 mostra un colore rubino con riflessi granati, non profondo, cosa che gli consente una maggiore luminosità; al naso evidenzia soprattutto un’intensa trama fruttata, dalla prugna all’amarena, ma c’è da dire che non si ferma qui, il frutto non è solitario, c’è un intarsio di toni minerali e accenti salmastri, terrosi, che gli donano carattere.
L’assaggio conferma una personalità tutt’altro che banale, vino istintuale ma profondo, freschissimo e dinamico eppure a tratti riflessivo, c’è tanta Calabria nel suo dna, difficile confonderlo con altri rossi dello Stivale, e questo è un pregio non da poco.
Quattro chiocciole che guardano in alto.

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