Langhe Arte 1997

Langhe Arte 1997 Domenico ClericoDegustatore: Roberto Giuliani
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 05/2020


Tipologia: DOC Rosso
Vitigni: nebbiolo 90%, barbera 10%
Titolo alcolometrico: 13,5%
Produttore: DOMENICO CLERICO
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 25 a 50 euro


Stimolato da un paio di amici enodipendenti, il produttore piemontese Gianluca Morino (le sue Barbere sono fra le più buone che conosca) e il sommelier ligure Alessandro Megna, ho deciso di stappare un vino che appartiene a un’epoca ben precisa dell’evoluzione del vino italiano, gli anni ’90.
Bisogna però andare ancora più indietro, precisamente al 1983, quando un gruppetto di 5 vignaioli langhetti decide di unirsi e intraprendere un percorso innovativo, sia sul piano tecnico enologico, sia dal punto di vista della comunicazione. Sto parlando di Elio Altare, Chiara Boschis, Giorgio Rivetti, Roberto Voerzio e Marc De Grazia, ai quali si accodarono ben presto altri nomi noti come Luciano Sandrone, Domenico Clerico, Giovanni Manzone, Enrico Scavino, Renato Cigliuti e Roberto Damonte.
Fu la stampa americana a battezzarli “Barolo Boys”, dopo averne scoperto e apprezzato i vini agli inizi del decennio successivo.
Diradamenti, taglio di parte dei grappoli per ottenere maggiore concentrazione e migliore maturazione, l’ingresso in cantina delle “vituperate” barriques francesi, che fu subito motivo scatenante di una guerra ideologica fra modernisti e tradizionalisti.
Storia, che nel bene e nel male è servita, moltissimo, poiché se non ci fossero stati loro, il Barolo, il Barbaresco, ma soprattutto il nebbiolo, sarebbero rimasti emeriti sconosciuti in molti Paesi esteri. Di fatto quel gruppo tanto discusso è stato determinante per rendere noto quel territorio e i suoi prodotti.
Domenico Clerico, personaggio i cui tratti evidenziavano la sua natura di vignaiolo nelle rughe sul volto e nei solchi sulla pelle delle mani, frutto di decenni di lavoro nei vigneti di Monforte d’Alba, d’estate come d’inverno, amava sicuramente il suo mestiere; il cancro che lo ha logorato per anni, fino al quel triste 17 luglio 2017 in cui se lo è portato via, non gli ha impedito di continuare fino all’ultimo la sua opera, nella quale non ha mai spesso di credere.
Mi piace riportare un suo pensiero: “Sin dall’inizio privilegiai il lavoro tra i filari, convinto che per ottenere vini buoni si debba allevare la vigna con amore e dedizione, instaurando con la terra un legame intenso di scambio continuo.”
Il Langhe Arte, frutto dell’unione di nebbiolo con una piccola quota di barbera, era una risposta al rigido disciplinare del Barolo, non perché questo fosse sbagliato, ma perché la strada intrapresa da Domenico necessitava di una maggiore libertà di lavoro, alla ricerca di un vino che esprimesse sì il carattere langhetto, ma con alcune varianti che lo rendessero, in tempi meno lunghi, più equilibrato e con quel guizzo di freschezza in più che la barbera offre, utilissimo soprattutto in annate calde come la 1997.
Tanto di cappello, lo dico subito, di ’97 ne ho aperti parecchi, soprattutto piemontesi e toscani, e questo è uno dei più emozionanti che mi siano capitati, emozione che provo oggi, a 23 anni dalla vendemmia, mentre nel 2000, pur apprezzandolo moltissimo, non mi aveva coinvolto a questo livello. Sia chiaro, gli avevo dato cinque chiocciole già allora, ma nonostante fosse un vino notevole, la sua anima più profonda sarebbe emersa nel tempo, come avviene spesso con i grandissimi vini, soprattutto quando provengono da territori come quelli di Monforte e Serralunga.
Una grandezza che è testimoniata sia dall’eccellente tenuta, sia dall’evoluzione assolutamente in salita, con una complessità che non teme confronti con grandi Barolo o Barbaresco.
È impressionante come la barbera abbia dato un contributo decisivo, tracciando una base acida che scuote tutti gli elementi che compongono l’Arte, rendendolo maledettamente vivo, ricco di energia, quasi un giovanotto scalpitante, se non fosse per alcune tracce terziarie che sarebbe anomalo mancassero. Ma il frutto è di una freschezza impressionante, il vino è asciutto, deciso, per nulla “piacione”, il tannino è quello del nebbiolo di Monforte, severo ma di grana finissima. Bellissimo il gioco fra la liquirizia e l’arancia amara, gli effluvi di sottobosco, sbalorditiva l’assenza totale di qualsiasi deriva ossidativa, siamo su un profilo di perfezione esecutiva che aggancia i sensi e non li molla più. Si passa dal frutto alle erbe aromatiche, menta e alloro su tutte, tabacco e cuoio appena accennati, lontani dall’evidenziare un’evoluzione giunta al termine. Spettacolo puro, con naso e bocca in perfetta sintonia, il nome del vino non poteva essere più giusto.

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