Fara Barton 2017

Fara Barton 2017 BonipertiDegustatore: Andrea Li Calzi
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 04/2021


Tipologia: DOC Rosso
Vitigni: nebbiolo 70%, vespolina 30%
Titolo alcolometrico: 13%
Produttore: BONIPERTI
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 25 a 50 euro


Gilberto Boniperti, di Barengo (NO) è una mia vecchia conoscenza, di Lavinium penso ancor più vecchia: si sprecano le volte che ne abbiam parlato, sia io che altri autori della rivista. Un motivo ci sarà se la sua produzione vitivinicola merita tanta attenzione, come del resto quella dell’Alto Piemonte in generale. Il territorio è compreso tra le province di Novara, Vercelli, Biella e Verbano Cusio Ossola, protetto quasi interamente dalle “possenti braccia” del Monte Rosa, splendida vetta dal profilo himalayano, inoltre è diviso in due dal Sesia, fiume che dà il nome alla vallata limitrofa.
Complice a mio avviso un aumento generale della qualità media dei vini prodotti, queste colline hanno subito una vera e propria rinascita, soprattutto negli ultimi 10-12 anni. Il merito va attribuito a vignaioli come Gilberto, sono tanti e si conoscono tutti molto bene: con tenacia, passione e sorriso sulle labbra, elemento che non guasta mai, hanno saputo raccontare le caratteristiche di questo lembo vitivinicolo piemontese dove il nebbiolo, qui chiamato spanna, assume caratteristiche uniche in tutto il Piemonte. Qualche esempio? Ce n’è per tutti i gusti: sabbie plioceniche di Lessona, terreni vulcanici di Boca, Bramaterra, Gattinara, infine suoli argillosi, limosi e sabbiosi, di derivazione morenica e alluvionale, che caratterizzano gran parte dell’Ossola, Ghemme, Sizzano e Fara.
È proprio quest’ultima denominazione a essere protagonista del mio articolo. La Doc nasce nel 1969, tra le più antiche d’Italia, comprende il comune che le dà il nome e quello di Briona, entrambi in provincia di Novara. Fin dai tempi più remoti si coltiva la vite da queste parti, già lo scrittore Plinio il Vecchio nel I° secolo dopo Cristo la menzionava, nel comune inoltre è conservato un Sarcofago romano, attribuito al II° Secolo d.C., nel quale si legge molto chiaramente il testo dell’iscrizione nel cartiglio che ci dice che il proprietario negoziava in generi agricoli e in vino. Siamo a un’altitudine non inferiore a 180 metri s.l.m., quasi mai superiore a 300. Il re incontrastato della Doc è senza dubbio il nebbiolo (spanna) compreso tra il 50 e il 70%, vespolina e uva rara (bonarda novarese), da sole o congiuntamente, sono ammesse dal 30% al 50% e per dovere di cronaca, come cita il testo del disciplinare di produzione: “possono inoltre concorrere a detta produzione le uve a bacca rossa, non aromatiche, provenienti dai vitigni idonei alla coltivazione nella Regione Piemonte nella misura massima del 10%.
Ma parliamo del buon Gilberto, il suo viaggio nel mondo del vino inizia ufficialmente nel 2003 quando, con il reimpianto del vigneto “Barton”, viene fondata l’azienda. Oggi conta 3 ettari vitati di proprietà in Barengo e 0, 5 in Briona, allevati a nebbiolo, vespolina e barbera. Agricoltura convenzionale dedita al minimo impatto ambientale, predilige lotta integrata e il minimo intervento possibile, ammesso solo per tutelare il sano sviluppo della pianta, laddove la stessa lo richieda, non a prescindere.

composizione suolo zona del Fara

Veniamo al vino in questione, anche lui ha dovuto fare i conti con la temibile 2017, annata calda e siccitosa, che poi di temibile sta rivelando ben poco a mio avviso, piuttosto sta ribaltando in gran parte molti pronostici, gli assaggi effettuati negli ultimi mesi me lo stanno confermando. Vini che posseggono caratteristiche d’equilibrio già piuttosto marcato, magari non saranno etichette che tra 20-30 stupiranno per freschezza, nerbo acido e gioventù, anche se col nebbiolo per carità guai trarre conclusioni affrettate. Indubbiamente, solo chi avrà lavorato bene in vigna con attenzione maniacale, rispetto della pianta e tutela della stessa, giorno dopo giorno, magari saltando qualche week end fuori porta, sarà stato in grado di portare in cantina uve sane e con livelli di acidità accettabili.
Il Fara Barton 2017 di Gilberto Boniperti è senza dubbio uno tra questi vini, conosco bene il suo modo di lavorare in vigna e sono sicuro che nel periodo caldo, in tutti i sensi, non avrà dormito per più di qualche notte, altro che week end fuori porta. Tuttavia questo atteggiamento l’ha portato negli ultimi anni a conseguire traguardi importanti a livello nazionale. Nebbiolo 70% vespolina 30%, allevate nel vigneto Barton in Briona, vendemmia a mano in cassetta nelle prime due settimane di ottobre, diraspatura e pigiatura soffice, fermentazione in acciaio, macerazione di 20 giorni circa, malolattica in legno. Affina in botte grande (21 Hl) per i 20 mesi successivi alla vendemmia e in bottiglia per i 4 mesi dopo l’imbottigliamento.
Veste un rubino intenso che gioca a diventar granato inclinando il bicchiere, consistente e di media trasparenza. Il respiro è sinuoso, dolce, golosamente maturo, vien quasi “voglia di morderlo”: amarena, ribes, susina, financo mela rossa tant’è l’eleganza, qua e là rinfrescati da una folata balsamica di mentolo e un accento terroso che richiama fortemente il territorio. Con ossigenazione pepe nero, liquirizia dolce e chiodo di garofano. Un naso che evolve magistralmente anche a distanza di ore e giorni. In bocca il vino è ancora giovanissimo, lo si evince dal tannino dolce ma presente, l’alcol è stato assorbito perfettamente da una materia nobile e di gran carattere, è la persistenza a colpire, non certo la struttura, elemento positivo che spesso si riscontra nei vini dell’Alto Piemonte. La sapidità, nettamente in vantaggio sulla freschezza che a prescindere non latita, è il vero marchio di fabbrica dei vini di Gilberto. 5 chiocciole strameritate e l’ennesima conferma che il sorriso di Gilberto è la sua arma vincente, i vini risentono di quest’armonia che è in grado di trasmette, ma questo gliel’ho detto sin dal primo giorno.
Abbinato a un piatto di agnello brodettato con abbondante Cipolla bionda di Cureggio e Fontaneto, presidio slow food del novarese, vien quasi voglia di tirare indietro le pagine del calendario e tornare all’inizio dell’inverno, per poter gustare tutto l’anno piatti così succulenti.

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