Barbaresco Sorì San Lorenzo 1995

Degustatore: Roberto Giuliani Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 03/2004


Tipologia: DOCG Rosso
Vitigni: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 13,5 %
Produttore: GAJA – Azienda Agricola Gaja
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: oltre i 50 euro


Un caso più unico che raro: dei vini di Angelo Gaja si parla molto ma si beve poco. Certo, il prezzo quasi sempre elevatissimo non consente l’accesso a chiunque ne avesse il desiderio, senza provare un’improvvisa extra-sistole al momento di pagare il conto. Ma è altrettanto vero che Gaja sta al grande vino come Dante Alighieri sta al massimo livello dell’arte letteraria. Si parla del Maestro in bene e in male, se ne discute – la sua decisione di declassare i suoi cru di Barbaresco e Barolo docg alla più generica doc Langhe non va giù ancora a molti – ma i giudizi finali, almeno per quanto riguarda le più note guide dei vini italiane, continuano ad essere i più positivi in assoluto. Fioccano bicchieri e chiocciole senza il benché minimo cedimento, anno dopo anno. E questo fatto sembra dare pienamente ragione alle scelte di Angelo Gaja. Si, ogni tanto qualche timida critica arriva, forse più per tentare di giustificare l’imbarazzante e imperturbabile sequenza di successi, quasi a voler dire “potrebbe fare di più”, ma di fatto il Maestro rimane ancora the number one. Quindi, ci piaccia o no, dovremo accontentarci dei nebbiolo con una spruzzatina di barbera (ma è mai possibile che questo 5% dia al vino un miglioramento tale da giustificare la rinuncia alla docg?). Ma, almeno per questa volta, noi preferiamo aprire una bottiglia di Barbaresco Sorì San Lorenzo ’95, nebbiolo e basta. Il colore è un bel granato profondo con leggero cedimento all’unghia (benissimo! Cosa dovremmo aspettarci di più da un nebbiolo del millesimo 95′?); come da antica regola, il vino è stato versato nel classico calice ampio ideale per questa tipologia, in buona quantità e lasciato respirare per una buona mezz’ora. Accostato al naso mostra subito una assoluta pulizia tecnica (nulla è lasciato al caso in azienda, tant’è che il tappo che sigillava il vino raggiunge i 6 cm, lunghezza che richiede al cavatappi di arrivare a fondo scala affinché venga estratto integro), i profumi si schiudono man mano, passando da ricordi di viola appassita a note di frutta scura e matura, prugna e mora in primis, poi arrivano le spezie fini, la menta, la grafite, il ginepro, il balsamico e il sottobosco, e ancora il pepe e il tartufo, le note minerali. Al palato è intenso e fitto, tannico ma elegantissimo, nettamente sapido, è progressivamente morbido grazie ad una buona polpa che si distende lungo le pareti della bocca. Il vino è ancora giovanissimo, indomato e forse indomabile (che sia questa la paura del Maestro? Certo, se fossero arrivati consensi dagli amici americani, forse…, ma questo nebbiolo forte e tannico non si riesce proprio a farglielo piacere). Che dire, è persistentissimo, pieno e avvolgente, si sente il fascino del terroir, e dispiace quasi averlo aperto ora. Quell’aggressività (fra l’altro contenuta), quel tannino deciso che stringe le gengive (ma con delicatezza), quei profumi così nobili e incredibilmente variegati. Un grande vino, questo è certo, da un’annata non paragonabile alla pluristellata ’97, e a mio avviso neanche alla più elegante ’96, ma rimane comunque un vino grandissimo, giovane e capace di crescere ancora per molti anni.

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