Amarone della Valpolicella 1996

Degustatore: Roberto Giuliani Valutazione: @@@@@
Data degustazione: N/A


Tipologia: DOC Rosso
Vitigni: N/A
Titolo alcolometrico: N/A
Produttore: DAL FORNO ROMANO – Azienda Agricola Romano Dal Forno
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: oltre i 50 euro


La Val d’Illasi, una zona a est di Verona, comunicante nella parte orientale con le doc Soave e Lessini Durello, non fa parte dell’area cosiddetta “classica” dell’Amarone, che comprende località come Negrar, Fumane e Novare. Romano Dal Forno, nato nel 1957 a Capovilla, a pochi chilometri da Illasi, è cresciuto a stretto contatto con il mondo agricolo; la sua famiglia produceva vino già da tre generazioni. A quel tempo lavorare in vigna significava enorme fatica e poche soddisfazioni, le uve venivano conferite alla cooperativa ed il ricavato era appena sufficiente al fabbisogno familiare. Dopo un periodo molto combattuto e incerto, all’età di 22 anni conobbe Giuseppe Quintarelli che lo sbalordì con i suoi vini. Fu per lui una rivelazione, una spinta vitale, capì che quella era la sua strada. Ma i problemi da affrontare erano immensi, i pochi ettari di vigneto di proprietà erano stati sfruttati per anni perché potessero produrre più uva possibile e capiva che con un sistema del genere non avrebbe mai potuto fare vini importanti. Inoltre Quintarelli era convinto che la Valle d’Illasi fosse buona solo per coltivare mais. Ma Romano volle tentare, la sfida era troppo avvincente; cominciò a lavorare, aiutato dalla moglie, la sua unica esperienza era quella fatta direttamente in vigna, non era un enologo, né un agronomo o un tecnico e i suoi colloqui con il maestro, pur se illuminanti, non potevano essere sufficienti ad indirizzarlo con precisione sulle scelte giuste. I primi anni furono molto difficili, dapprima tentò di ridurre drasticamente la produzione d’uva per pianta, ma ottenne l’effetto di avere grappoli dagli acini enormi e gonfi, annacquati. Successivamente si rese conto che le piante, essendo abituate da anni alla sovraproduzione non potevano di punto in bianco interrompere l’iperlavoro a cui erano abituate, bisognava fare le cose per gradi, con estrema pazienza. Nel frattempo frequentò la Scuola Agraria e col passare degli anni cominciò a comprendere come andava trattato il vigneto; comprese che la pratica dell’appassimento delle uve, fino ad allora utilizzata da tutti i vignaioli a fini correttivi, era invece elemento fondamentale per produrre vini importanti e caratteristici di quel territorio. Mano a mano aumentò la fittezza d’impianto, era chiaro che si doveva arrivare a grandi concentrazioni estrattive. La prima annata significativa fu la ’83 che gli permise di iniziare a farsi conoscere. Per molti anni produsse i suoi vini in modo artigianale, senza attrezzature adeguate, finché, nel ’90, decise di rischiare il grande passo: rinnovare completamente la cantina. Il fatturato ammontava a soli 70 milioni e l’investimento per i nuovi macchinari richiedeva 1 miliardo e 300 milioni. Il rischio era enorme, ma Romano sapeva che valeva la pena tentare. Era l’unico modo per fare un concreto passo in avanti. L’appassimento delle uve è una fase molto delicata, se non ci sono le strutture adatte, si rischia di perdere l’intera produzione. Nel ’95, ai 12 ettari vitati di proprietà, si aggiunsero 8 ettari del cognato e, nel 2000, altri 5 di un cugino, che gli consentirono di lavorare intensamente nella sperimentazione. La fittezza d’impianto era arrivata, in alcuni casi, fino a 11.000 ceppi per ettaro. L’obiettivo nei prossimi 5 anni è quello di avere una fittezza media di 11-13.000 piante per ettaro che garantiscano una produzione annua di 40.000 bottiglie di Valpolicella e 15-20.000 di Amarone. A Romano Dal Forno vanno molti meriti: la scelta di eliminare la Molinara dall’uvaggio dell’Amarone, un vitigno che ha dimostrato di avere chiari limiti; la riscoperta dell’Oseleta, impiantata nel ’91, sulla quale ha potuto effettuare molte sperimentazioni e che oggi fa parte in modo determinante delle uve che confluiscono nell’Amarone; la radicale trasformazione del Valpolicella, un vino che fino a qualche anno fa veniva considerato adatto alla pizza dagli stessi addetti ai lavori e che, grazie ai suoi sforzi, è diventato complesso, morbido, ampio, paragonabile per struttura e finezza ad un Brunello, ma con in più un colore vivissimo, fino ad ora impensabile. Ne abbiamo provato due versioni: la ’95 (14.5°) che presenta all’olfatto una notevole concentrazione aromatica, con note marcate di ciliegia e vaniglia, sottobosco e spezie dolci; in bocca esprime già piena morbidezza ed armonia, il frutto è sontuoso, avvolgente e la persistenza lunga e senza amaritudini. Il Valpolicella ’97 (14.5°) mostra una struttura più imponente, l’annata eccezionale ne ha marcato i tratti crudi, di estrema gioventù; il colore si presenta di un bel rubino fitto e scuro, con chiare venature purpuree, il naso è ancora sigillato, lascia però intravedere grandi possibilità evolutive, ora è un po’ dominato da note verdi e dalla presenza del legno, ma col tempo offrirà una maggiore complessità e longevità della versione ’95; una volta assaporato si mostra in tutta la sua stoffa ed eleganza, ricchezza di polpa, sapidità e tannini appena acerbi ma finissimi. Un buon affinamento in bottiglia per qualche anno gli consentirà di esprimere appieno le sue grandi qualità. Due grandi vini, un tempo impensabili. Pensate all’imperversare negli ultimi venti anni dei vini da tavola, che si sono prepotentemente sostituiti alle doc, per una scelta produttiva mirata ad una maggiore libertà di movimento che, se da una parte ha ottenuto il risultato di guadagnare grosse fette di mercato, soprattutto all’estero, dall’altra non ha permesso una giusta rivalutazione del territorio e di quei vitigni che sono patrimonio storico inespresso e quasi sconosciuto, strada che invece ha coraggiosamente intrapreso Romano Dal Forno, proprio con il Valpolicella, riuscendo, pur mantenendosi all’interno dei regolamenti del disciplinare, a dargli nuova linfa e vigoria. Un altro merito che gli va riconosciuto è l’aver creduto nel Recioto, vino rosso dolce, quasi dimenticato ed unico esempio di incredibile valore in questa rara tipologia. Assaggiando la versione ’88, non più in vendita, si rimane sbalorditi dall’estrema giovinezza, riconoscibile nei sentori tipici dell’uva appena vinificata che mano a mano virano verso la china; in bocca è semplicemente magnifico, irresistibile, complesso e di persistenza infinita. Ed il suo Amarone rappresenta un connubio perfetto fra tradizione e innovazione; il passaggio in barriques nuove per 25 mesi non lo intacca minimamente, tanto è ricco, grasso, potente, eppure mai stucchevole, semmai appagante. Ogni nuova annata ha in sé caratteristiche di grande personalità, ma soprattutto lascia trasparire perfettamente la mano del produttore, ora saggia ed esperta, consapevole e rispettosa, matura e profonda. L’Amarone ’96, ultima annata prodotta, ha un estratto che non ha confronti con nessun altro vino in circolazione (circa 45 g/l) ed una potenza alcolica di oltre 17,5 gradi. Con queste misure ci si aspetterebbe un vino esagerato, stancante, troppo mastodontico, ed invece stupisce per la perfetta fusione di ogni suo elemento, al punto da nasconderne la pungenza alcolica al naso. E’ un vino giovanissimo eppure già godibilissimo, con una possibilità evolutiva incredibile, forse come pochi altri grandi rossi italiani. La qualità dei vini di Dal Forno costringe a ridimensionare le valutazioni che solitamente si è abituati ad attribuire agli altri vini, per evitare di andare fuori scala. Il prezzo è ovviamente molto elevato, ma giustificatissimo; basti pensare che da 100 chili d’uva si ottengono 15 litri di Amarone. Ma dei vini di Dal Forno non si può parlare, non ci sono parole sufficienti a rendergli giustizia. Quello che possiamo dire è che raramente ci è capitato di provare emozioni così incontenibili nel degustare un vino, come quelle che ci ha dato l’Amarone di Dal Forno. Oggi vi suggeriamo di provare (se lo riuscite a trovare e avete voglia di spendere ben oltre le 200.000 lire) l’Amarone ’94 (16.5°), annata meno opulenta ma di straordinario equilibrio, che vi catturerà con i suoi profumi di frutta secca (fico, dattero), di goudron e liquirizia. Una volta deglutito, scoprirete cos’è una persistenza infinita, sentirete perfettamente ripassare nella retro-olfattiva il frutto grasso, quasi zuccherino e i toni di catrame, e coglierete proprio nel finale, quando l’alcol e la dolcezza tenderanno a scemare, quelle note sapide e minerali che sono caratteristica dei grandi vini e di quei luoghi, come la Valle d’Illasi, dove il terreno è ricco di fossili, argilla, sabbia, tracce evidenti lasciate dal mare in tempi preistorici.

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