Alzero di Monte Cà Paletta 1990

Degustatore: Roberto Giuliani Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 01/2001


Tipologia: Vdt Rosso
Vitigni: cabernet franc
Titolo alcolometrico: 14,5 %
Produttore: QUINTARELLI – Azienda Agricola Giuseppe Quintarelli
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: oltre i 50 euro


Se si vuole capire il valore profondo che è racchiuso nei vini della Valpolicella, non si può non pensare a Giuseppe Quintarelli, un uomo che, al di fuori delle mode, ha sempre seguito con attenzione l’evoluzione enologica e culturale, spesso anticipando quello che poi è diventato un modo di fare vino di qualità. L’uomo di Negrar è stato il primo a rivelare che l’appassimento delle uve non cancella le particolari caratteristiche del territorio d’origine ma, al contrario, le esalta fino all’inverosimile. Fu proprio lui negli anni sessanta a sperimentare il Nebbiolo passito, dimostrando quali possibilità può offrire un’uva così tenace, in una zona altrettanto difficile e dura. Oggi Quintarelli può sembrare a chi segue il vino attraverso le guide o le mode parkeriane, un uomo dalle idee superate, non più al passo con i tempi; eppure, se si stappa una bottiglia di un suo Amarone o di un Recioto, non si può che rimanere sconcertati dalla mirabile maestria con la quale quelle uve sono state poste ad appassire: i profumi sontuosi, ricchi, pulitissimi e di un’ampiezza difficilmente eguagliabile, il gusto morbido, pieno, raffinato e persistente sono espressione di una capacità e di una sensibilità davvero superiori, che si riflettono nei vini senza possibilità di discussione. E l’Alzero ’90 non fa eccezione: uscito 5 anni fa questo vino da uve Cabernet Franc appunto appassite, lascia senza fiato; appena stappata la bottiglia, i profumi hanno invaso la sala, inebriando i presenti con note dolci ad alimentare il desiderio dell’assaggio. Una volta versato nei calici di cristallo, il vino si è presentato di un mirabile colore rubino cupo, fittissimo, con un lieve accenno granato sull’unghia, a testimoniare l’insensibilità alle flessioni del tempo. Le lacrime grasse e lente formavano miriadi di archetti a testimonianza del perfetto equilibrio etanolo/glicerolo. Una volta portato al naso, i degustatori restavano quasi ipnotizzati dalla forza sprigionata da quel nettare: un bouquet ricco ed affascinante si schiudeva a sentori surmaturi tutt’altro che stucchevoli, di more, ciliegie nere, crostata di amarene, noci, fichi e frutta secca, che si mescolavano in una rara armonia a spezie miste, fra cui chiodi di garofano, cannella, pepe e cioccolato dolce. Non basterebbe una pagina per descrivere i numerosi profumi che affioravano man mano che si agitava il bicchiere. Al palato si confermava l’inossidazione al tempo, con componenti morbido-alcoliche in primo piano, confortate da una ancora ben percettibile vena acida e sapida e da tannini garbati ma decisi. Il finale infinito scandiva uno ad uno i sentori espressi nell’olfattiva in un tutto armonico che ricordava una sinfonia mozartiana. Purtroppo una simile meraviglia resta privilegio di coloro che hanno provveduto cinque anni fa ad acquistarne qualche bottiglia; ora è quasi introvabile, a Roma potrebbe averne ancora Costantini a piazza Cavour o Trimani a via Goito, ad un prezzo non inferiore alle 200.000 lire ma, credetemi, sarebbero ben spese.

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