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Langhe Nebbiolo Picotener 2021

Degustatore: Andrea Li Calzi
Valutazione: @@@@
Data degustazione: 06/2023


Tipologia: DOC Rosso
Vitigni: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 14%
Produttore: ENRICO SERAFINO
Bottiglia: 750 ml
Prezzo medio: da 22 a 26 euro


Non posso nascondere una certa curiosità nel leggere in etichetta il nome Picotener associato alla DOC Langhe Nebbiolo. Il re dei vitigni piemontesi ha diverse sfaccettature, le stesse non dipendono soltanto dalle aree vitivinicole dove viene allevato ma anche, e forse soprattutto, dal tipo di clone. I più preparati ricorderanno i biotipi diffusi in Langa, ovvero Michet, Lampia e Rosè. Tutti coloro che possiedono il dono della curiosità e hanno visitato in lungo e in largo tutto il Piemonte vitivinicolo, soprattutto le colline situate a nord della regione: Carema, Canavese e la zona a confine con la Valle d’Aosta (Donnas e Arnad), saranno al corrente che il nebbiolo da queste parti prende il nome di picotener o picotendro.
Sfido chiunque invece a ricordare che anche in Langa il suddetto biotipo possiede una certa storicità, tanto che ai giorni nostri viene considerato il “nebbiolo dimenticato” ed è pressoché impossibile da trovare. I motivi sono molteplici, tuttavia di base c’è il fatto che questa antica sottovarietà è caratterizzata da bassa produzione e scarso vigore vegetativo, questo in parte ne spiega la scarsa diffusione. Enrico Serafino, solida azienda vitivinicola in mano alla famiglia Krause-Gentile, ha deciso orgogliosamente di riproporre il picotener: un’uva ricca di antociani, dal colore intenso e dall’aroma marcatamente speziato. Trovo corretto ricordare che la Cantina di Canale (CN), cuore del Roero, possiede vigneti di proprietà sparsi in gran parte delle più importanti denominazioni piemontesi ed è datata 1878.
A monte è dunque stato fatto uno studio condotto dall’enologo Paolo Giacosa, coadiuvato da un team di esperti, che ha evidenziato svariati elementi a favore delle vigne di Canale riguardo l’allevamento del picotener. I suoli da queste parti sono ricchi di sabbie d’origine marina del pliocene e argilla, elementi in grado di fornire al vino aromi floreali, eleganza e un equilibrio gustativo già piuttosto centrato a pochi anni dall’imbottigliamento, senza peraltro precludere la capacità d’evoluzione nel tempo. L’età delle viti in questo caso è ovviamente più giovane, 10-12 anni, allevate a guyot godono di un’esposizione ottimale, ovvero sud, sud-ovest e sud-est.
La fermentazione ha luogo in vasche in acciaio inox a temperatura controllata, la macerazione viene arricchita con la pratica del délestage e parzialmente con la tradizionale tecnica a cappello sommerso per 18 giorni. Affinamento di un anno in botti di rovere di medie dimensioni (2.500-4.000 litri) e tini in legno (5.500 litri). Particolare sin dal colore, un bel rubino caldo con intersezione violacee piuttosto atipiche rispetto ai nebbioli a cui siamo abituati.
Il naso offre tutto un corredo di spezie e fiori che giocano a rincorrersi, nell’ordine: geranio selvatico, pepe nero, chiodo di garofano, rosa rossa e cardamomo. Con lenta ossigenazione il vino rivela una trama salmastra affine alle peculiarità del Roero, oltre a suggestioni di macchia mediterranea e un frutto dolce che sa di amarena e susina rossa.
In bocca indubbiamente la morbidezza la fa da padrona, coadiuvata da un’acidità che vivacizza l’insieme. La stazza non è da pesi massimi e la cosa non può che rallegrami, il tannino è percettibile tuttavia possiede una grana fine e dal sapore dolce. Al contrario stupisce la lunga persistenza e il finale nettamente sapido. Vino da grandi arrosti di carne, soprattutto maiale a mio avviso. Quattro chiocciole ben nutrite.

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