Carema Sumié 2017
Degustatore: Andrea Li Calzi
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 03/2021
Tipologia: DOC Rosso
Vitigni: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 14,5%
Produttore: MURAJE
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: oltre 50 euro
Torniamo, anche se solo virtualmente, nella stupenda “città vigneto” di Carema (TO): piccolo borgo incastonato nella roccia ai piedi del Monte Maletto. Una terra di confine tra Piemonte e Valle d’Aosta dove Federico e Deborah Santini, alias Muraje, sono riusciti a collezionare circa 1,5 ettari di vigne sparsi in 35- 40 diversi appezzamenti. Chi segue i miei articoli dovrebbe ricordare che ho già recensito il loro Lasù 2018, in caso contrario sarà facile dare una sbirciatina qui, un gran bel vino: agile, scattante, slanciato, succoso, blend di nebbiolo 60%, neyret e ner d’ala 40%. Conosco soprattutto Federico ormai da oltre due anni, ricordo con affetto la prima visita nella sua piccola cantina situata in un piccolo viottolo del centro del suddetto borgo, già a quei tempi il nostro protagonista aveva le idee chiare: arrivare a produrre la prima etichetta di Carema Doc. Quel giorno è finalmente arrivato, nel mio fidato calice mi appresto a versare finalmente il Sumié 2017, la prima annata ufficiale di Carema Doc di Muraje.

Certo è un bel banco di prova per un produttore esordire in un’annata tanto calda e siccitosa, ma ora vediamo come si è comportato il nostro “eroe”. Mai termine fu più azzeccato, ricordo un esimio collega di Federico, qualche tempo fa mi disse: “Andrea, per fare vino a Carema devi essere allenato, pazzo, incosciente e appassionato”. Per capire il motivo di una frase tanto forte, soprattutto per chi non è mai stato da queste parti, basterà in tempi migliori di questi, speriamo presto, fare su e giù anche solo mezz’ora tra i ripidi e scoscesi vicoletti montani dove sono situate le viti allevate a pergola caremese (“topia” nel dialetto locale), sorrette dai classici muretti a secco in pietra chiamati “pilun”, vera e propria icona del territorio.

Dopodiché occorrerà immaginare il classico vignaiolo intento a dare i trattamenti con un atomizzatore a spalla che pesa 30 kg., ecco che tutto torna. Ma veniamo al sodo, prendendo spunto dalla scheda molto ben dettagliata inviata da Federico: I vigneti, ubicati nelle zone Ciapey, Laurey, Falet, Costet, Costa, Siei, Masunì, si trovano ad un’altimetria che varia dai 300 ai 600 metri sul livello del mare, su terrazze secolari sostenute da muri in pietra nel ripido anfiteatro del comune di Carema. 100 % nebbiolo (clone picotendro) da viti che hanno in media 50 anni e più.

Le uve sono state raccolte e contestualmente cernite a mano a metà ottobre 2017 utilizzando piccole cassette da 20 kg. Dopo la pigiodiraspatura totale, il mosto è andato in vasca di cemento da 15 hl per la fermentazione alcolica spontanea, durante la quale sono state fatte follature a mano quotidiane e qualche rimontaggio. Successivamente il vino è stato a contatto con le bucce fino alla fine di dicembre, quando è stato svinato e posto in due tonneau esausti da 500 litri e in qualche damigiana. La fermentazione malolattica è avvenuta spontaneamente nella primavera del 2018. Non sono stati aggiunti additivi ad eccezione di minime quantità di anidride solforosa. Dopo circa 20 mesi totali di legno, il vino è stato imbottigliato manualmente nell’agosto 2019, senza filtrazione o chiarifiche di ogni sorta, semplicemente è stata aggiunta ancora una minima quantità di anidride solforosa, ottenendo 1342 bottiglie borgognotte da 75cl e 35 magnum da 1,5 lit. Le bottiglie sono state etichettate, numerate e capsulate manualmente con gommalacca rossa.
Molto interessante inoltre il report sull’annata che riporto per intero: “Millesimo molto precoce visto l’inverno 2016/2017 molto mite. È stata una primavera con poche precipitazioni alla quale è seguita un’estate molto torrida e asciutta, che ha comportato stress idrico alle piante ma ha favorito una notevole sanità delle uve. È stato eseguito un diradamento in luglio. Alla vendemmia sono stati raccolti grappoli molto sani e maturi, che hanno permesso di raggiungere un grado alcolico alto e inusuale per Carema. Ciò nonostante, il vino ha mantenuto una freschezza e una tonicità tipica del nostro terroir prealpino. 14,5 % Vol., acidità totale: 5,1 g/l, solforosa: 50 mg/l circa, ben sotto il limite previsto”.

Non posso che essere d’accordo con Federico: l’annata 2017, universalmente calda e siccitosa, rende questo “Sumié” a tratti ipnotico, lo si evince già dalla vivacità di colore, una tonalità vibrante, calda, tra il rubino e il granato, mostra buona consistenza. Note fruttate particolarmente golose: marasca, susina rossa, ribes, tratti floreali elegantissimi di rosa e viola, erbe officinali quali china e una punta di rosolio. Il finale leggermente balsamico, cede il posto a un ricordo di pietra calda, terriccio secco, sentori tipici di questo vino, che in bocca si offre ricco, mediamente intenso, alterna freschezza a punte di sapidità che amplificano la persistenza del sorso.
Tannino ancora piuttosto severo, la morbidezza, data dal frutto opportunamente maturo, coccola il palato e lo rende particolarmente adatto a piatti di vario genere, anche speziati.

Personalmente l’ho abbinato a una carbonade valdostana, una sorta di stracotto di manzo tagliato a piccoli quadratini cotto nel vino per lungo tempo, come un brasato, la mia variante consiste nell’aggiunta di funghi cardoncelli quasi a fine cottura. Un abbinamento che scalda i cuori di queste ultime giornate invernali piuttosto miti.