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Barolo Pichemej Riserva 2005

Barolo Pichemej 2005 MarroneDegustatore: Andrea Li Calzi
Valutazione: @@@@
Data degustazione: 12/2020


Tipologia: DOCG Rosso
Vitigni: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 14,5%
Produttore: MARRONE – Azienda Agricola Gian Piero Marrone
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: oltre 50 euro


Nonno Pietro diceva che tutti i vini sono buoni, ma solo alcuni Barolo sono Pichemej” (in dialetto, più che meglio). Alla famiglia Marrone, di La Morra, ho dedicato un’ampia retrospettiva che vi consiglio di leggere, così facendo potrete carpire il potenziale di un’azienda nata nel 1955, dalla tenacia di Gian Piero Marrone, ma che attraverso i due pionieri precedenti, prima Pietro e poi Carlo, affonda le radici in Langa dal 1887.
La quarta generazione è tutta al femminile, sono ben tre le vulcaniche sorelle figlie di Gian Piero: Denise, Serena e Valentina, con la stessa passione continuano a tramandare tutta l’esperienza di famiglia con uno sguardo attento al mondo del vino e alle continue variabili che lo caratterizzano. Tornare a parlare di queste colline è sempre un piacere per me, negli anni, e ormai ne son trascorsi parecchi, le ho perlustrate in lungo e in largo. Tuttavia, quando il protagonista dello scritto ha qualche annetto sulle spalle, la sfida è sempre avvincente: mostrare il potenziale evolutivo del nebbiolo, allevato in una delle sue terre piemontesi d’elezione, rimane una tra le cose più affascinanti. Entrano in gioco diversi fattori, non solo tecnica e razionalità, il più delle volte il risultato nel bicchiere stravolge ogni calcolo o aspettativa, nel bene e nel male s’intende.
Per il Barolo DOCG Riserva “Pichemej” 2005, ben 15 anni dalla vendemmia, ma del resto anche per le annate attualmente in commercio, la famiglia Marrone utilizza i migliori vigneti, quelli che hanno per selezione naturale le caratteristiche più adatte; l’insieme di questi elementi crea vini non necessariamente migliori o più buoni, ma certamente più sfaccettati, ricchi, complessi, dunque, per ovvie ragioni, appassionanti. Queste le parole di Valentina, mi è sembrato giusto coinvolgerla direttamente perché rappresenta il cuore pulsante della vigna e della cantina, i suoi ricordi legati all’annata sono fondamentali: “Il nostro è un assemblaggio storico delle uve delle vigne migliori di La Morra e Monforte. Scelta che portiamo avanti da sempre, ancora da quando lo faceva mio nonno Carlo, proprio perché abbiamo visto che è un matrimonio perfetto: il terreno leggero, fine, poco compatto e l’altitudine di La Morra danno un vino elegante, dai profumi delicati di rosa e spezie. Il terreno compatto di Monforte dà un vino strutturato, longevo, potente. insieme si completano perfettamente. Un tempo ci si affidava quasi esclusivamente alla qualità dei frutti che ci portava il vigneto lavorato con attenzione durante tutto l’anno. Già 15 anni fa lavoravamo in vigna con l’obiettivo fondamentale di permettere alla pianta di portare a completa maturazione l’uva e di permettere a noi di scegliere quale fosse il momento perfetto per la raccolta, cioè quando i vinaccioli erano marroni, croccanti, dolci, avevano perso la sensazione allappante e verde e il picciolo si staccava facilmente dall’acino e aveva un bel colore rosso.
Solo raccogliendo l’uva a un adeguato grado di maturazione si può ottenere un barolo che possa ambire al concetto di longevità e carattere. Inoltre il clima di quel tempo rispettava di più le esigenze del vitigno nebbiolo con estati più miti e umide, e permettendo all’uva di continuare a maturare lentamente fino a fine ottobre. Fondamentale arrivarci con pareti fogliari e radici attive che permettono all’uva di continuare ad accumulare zuccheri senza andare incontro a concentrazione per appassimento. In cantina le tecniche di vinificazione erano più o meno le stesse di oggi. Raccolta manuale dell’uva in cassette, diraspatura e pigiatura con particolare attenzione a lasciare integri i raspi, fermentazione a temperatura controllata di 28° con picco a 30° (oggi si fermenta a temperature più contenute anche per la più elevata gradazione alcolica), due délestage e bagnature del cappello giornaliere (con la differenza che non avevamo gli irroratori temporizzati, quindi si metteva la sveglia di notte per andare a fare le bagnature), fermentazione con macerazione di 20 giorni, fermentazione malolattica in botte ovale da 30 hl, travaso e affinamento di 36 mesi in botte. Un travaso all’anno e imbottigliamento senza filtrazione, solo travasi
“.
Veniamo al vino nel bicchiere: nebbiolo da cloni “Lampia” e “Michet”, allevati a Monforte d’Alba e La Morra, i vigneti sono datati 1975. Nel primo comune, tra i più a sud del comprensorio, l’altitudine è pari a 350 metri sul livello del mare, esposto a sud ovest, il terreno è composto da marne argillose con un’elevata percentuale di sabbia. Nel secondo, situato nettamente più a nord, stessa esposizione ma ci troviamo a 270 metri, un suolo bianco, ricco di calcare e argilla. In merito a Monforte d’Alba, doveroso segnalare che le uve provengono dalla celebre MGA (menzione geografica aggiuntiva) Bussia, tra i cru più prestigiosi dell’intera Langa. L’annata 2005, ai tempi definita dura, ardua, è stata caratterizzata da assenza di precipitazioni, per poi proseguire con un gran caldo estivo; per certi versi un’annata attuale, soprattutto in merito al secondo punto.
Si palesa al calice in veste granato caldo di media trasparenza e caratterizzato da una profonda intensità di colore, mostra consistenza, l’unghia aranciata conferisce una luce particolare all’insieme. Si muove lento nel bicchiere, inizialmente la trama è piuttosto esuberante, caratterizzata da toni maturi che ricordano l’amarena sotto spirito, il lampone disidratato e un floreale leggermente appassito di viola. A mezz’ora dalla mescita comincia a ingentilirsi mantenendo comunque tonalità calde quali caramello, liquirizia dolce, noce moscata e rabarbaro, qua e là rinfrescate da folate balsamiche di eucalipto e toni boschivi, foglie secche e terriccio bagnato in primis. Passata un’ora e mezza cambia registro, il naso si focalizza su ricordi di timo, salamoia di capperi e pomodoro secco, una sfumatura quasi mediterranea, certamente originale, ma è l’annata a farsi sentire.
In bocca mostra un registro gustativo caratterizzato dagli opposti: tannino vivo e graffiante, per nulla levigato dal tempo, acidità spinta ma al contempo linee morbide date dal frutto maturo, le stesse coccolano il palato rendendolo goloso, piacione in senso buono, non certo ruffiano. Non un gigante in profondità gustativa, la lunga scia sapida caratterizza il finale: fresco, pulito, coerente al retronasale; un vino che a 15 anni dalla vendemmia mostra ancor oggi interessanti doti di bevibilità, elemento tutt’altro che banale considerando l’annata.
Sfiora la quinta chiocciola.

Spezzatino di manzo con funghi cardoncelli

Circa l’abbinamento gastronomico ho scelto un mio classico autunnale: spezzatino di manzo (taglio reale), con funghi cardoncelli, cotto a fuoco lento non meno di due ore.

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