Gavi Rovereto 2016
Degustatore: Andrea Li Calzi
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 04/2020
Tipologia: DOCG Bianco
Vitigni: cortese
Titolo alcolometrico: 12,5%
Produttore: NICOLA BERGAGLIO
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 10 a 15 euro
La famiglia Bergaglio risiede dal 1946 a Gavi in frazione Rovereto-Località Pedaggeri. Questo versante del comprensorio vitivinicolo alessandrino, noto ai più per aver reso celebre l’uva autoctona cortese attraverso il disciplinare nato nel 1974, esprime tratti davvero inconfondibili ed un fascino incentrato principalmente sull’eleganza gustativa e la finezza dei profumi, oltre a una longevità davvero considerevole. In merito a quest’ultimo aspetto, qualche mese fa, ho scritto un articolo piuttosto approfondito (ne consiglio la rilettura) che racconta a 360° il Gavi DOCG attraverso una verticale del prodotto di punta della cantina Bergaglio, il “Minaia”, un vigneto di proprietà della famiglia che a tutti gli effetti, per caratteristiche intrinseche e condizioni pedoclimatiche, può definirsi cru storico del territorio.
Questa volta dedicherò spazio all’altro prodotto della gamma, il Gavi DOCG “Rovereto”, la nota etichetta bianca, nient’altro che l’insieme delle vigne di proprietà in relazione ai vari appezzamenti. Difficile confondersi perché questa cantina, da sempre, produce solo due grandi vini. La filosofia produttiva ed il rigore stilistico di casa Bergaglio consiste anche in questo: concetti minimali, poche e semplici regole, ma inseguite con una dedizione e rispetto fuori dal comune. Tanto Gianluigi quanto Diego, suo figlio, sono due autentici vignaioli, lontani dalle luci della ribalta nonostante l’innumerevole cumulo di traguardi conseguiti, premi e riconoscimenti vari.
Il nostro paese sta attraversando un momento davvero difficile e devo riconoscere che faccio fatica a concentrami, immaginare scenari da raccontare o aneddoti che mi hanno colpito; tutte queste belle cose nascono da una sola condizione, ovvero la visita ai vigneti e la compagnia dei protagonisti dell’azienda. Toccar con mano il luogo dove nascono le uve, calpestare la terra in compagnia di coloro che con amore si prendono cura del proprio patrimonio vitivinicolo; tolto tutto ciò, resta solo la mia cantina da cui poter attingere, una sorta di album dei ricordi allo stato liquido. Ma bisogna alzare l’asticella, puntare in alto, lo scopo è trovare l’energia necessaria per scrivere, condividere, trasmettere la passione per il vino. Dunque ancora una volta 2016, un millesimo che mese dopo mese sta regalando grandi soddisfazioni, tanto sui bianchi del nostro amato stivale, quanto sui rossi. La regolarità di quest’annata a cinque stelle s’esprime su tutti i fronti, profumi ancora integri e croccanti, sensazioni gustative spinte da tanta energia e voglia di stimolare la beva; a mio avviso, soprattutto sui bianchi fermi, questo è importantissimo.
Il Gavi DOCG “Rovereto” 2016, 12,5 % Vol., viene prodotto con il 100% di uve cortese allevate su terreni molto duri, compatti, asciutti e con falsi rilievi, più difficili da coltivare rispetto ad altri cru situati in altre frazioni di Gavi, come ad esempio Monterotondo, dove gli appezzamenti sono più morbidi, regolari, quindi meno ardui. La caratteristica argilla rossa con forte componente ferrosa è la matrice distintiva di questi vigneti, tutti potati a guyot, posti a 300 metri d’altitudine e meravigliosamente esposti, godono di brezzi liguri. Vinificazioni rigorosamente svolte in acciaio allo scopo di preservare il più possibile il carattere del varietale e le potenzialità del territorio, un tipo di agricoltura lontana da stress da vendemmia verde ed in lotta integrata. Il campione degustato, nonostante i 4 anni dalla vendemmia, mostra un colore che è ancora la quintessenza del concetto nordico del vino bianco, incredibile la veste paglierino “ever green” che fatica ad acquisire nuances oro. Il naso non si discosta poi tanto dalla vista, il respiro è ancora incredibilmente incentrato sulla freschezza dei piccoli fiori di campo, tiglio, acacia, foraggio di malga, pesca bianca e kiwi, oltre a un ricordo di calcare e iodio. La vera sorpresa è ad oltre mezz’ora d’ossigenazione, i sentori si ingentiliscono rendendo il quadro olfattivo dolce-amaro, stimolate: miele d’eucalipto, menta peperita e soprattutto lavanda. Da segnalare il fatto che lo stesso vino, opportunamente tappato e bevuto il giorno seguente, abbia palesato gli stessi sentori, questo è il frutto di una materia davvero incredibile. In bocca mostra un equilibrio ben lontano dal suo apice, l’acidità è ancora sferzante, ricorda i frutti croccanti descritti. Dopo la deglutizione il ritorno salino amplifica la persistenza del vino, ed un finale dolce di miele ne controbilancia il tratto gustativo.

Molto divertente l’abbinamento che ho ideato, mi riporta indietro nel tempo, quando poco più che bimbo mi divertivo ad aiutare la nonna a preparare dei piccoli panini dolci farciti con ogni ben di Dio. In questo caso ho scelto come ingredienti dei gamberoni, un velo di mayonnaise e verdure grigliate, senza dubbio hanno saputo esaltare la freschezza del vino per via della loro tendenza dolce.