Barbaresco Rabajà 2005
Degustatore: Roberto Giuliani
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 12/2017
Tipologia: DOCG Rosso
Vitigni: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 13,5 %
Produttore: CORTESE GIUSEPPE
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 25 a 50 euro
Lo confermo, semmai ce ne fosse bisogno, che per me la 2005 in Langa è una grande annata. L’ho dichiarato nei miei articoli sin da quando è uscita, sia per i Barbaresco che per i Barolo, uno di quei millesimi che partono tesi, scomposti, ossuti, ma con una qualità intrinseca che gli ha permesso di crescere di anno in anno, senza tentennamenti.
Per certi aspetti ha qualcosa in comune con la 1996, ma senza quelle aperture-chiusure improvvise che mettevano l’annata sempre in discussione; qui la progressione è continua e rivelatrice di una classicità di cui spesso si sente la mancanza. Annata da intenditori? Non saprei, io mi sento sempre come uno scolaro perenne, pertanto mi viene difficile definirla così, ma certamente non è di quelle adatte a chi vuole tutto e subito. La crescita lenta è il tipico comportamento delle vendemmie importanti, che non si concedono se non quando lo decidono loro.
Il Barbaresco Rabajà di Cortese non fa eccezione, ma oggi siamo a 12 anni da quando le uve furono portate in cantina, quindi possiamo stare tranquilli sulla sua disponibilità e maturità. Il colore, ovviamente, è quello di sempre: granato caldo e trasparente, ora con unghia aranciata ma luminoso e per nulla decadente. Del resto basta accostarlo al naso per rendersi conto che gode di ottima salute, le componenti terziarie non sono le sole a caratterizzare la scena olfattiva, c’è ancora una ciliegia viva e circola il profumo delle viole; poi si srotola il tappeto ed emergono nuances di tabacco danese tipo Park Lane, terra umida, spezie ed erbe essiccate, del goudron solo un accenno, poi molto altro ma la voglia di assaggiarlo è tanta, non intendo aspettare oltre…
E sì, in bocca dimostra il suo altissimo rango, come mi aspettavo: acidità generosa e un tannino perfetto, materia che ricorda le rocce, la mineralità, dove il frutto è una componente garbata, perché parliamo di un vino snello, che nella sua quasi magrezza rivela la migliore interpretazione di quel gran cru che è il Rabajà.
E che progressione aromatica! La liquirizia si gongola con il cuoio e la menta, è un susseguirsi infinito di grandi emozioni che, questa volta, non mi coglie impreparato, infatti ne ho altre 5 bottiglie! Eureka!!