Naima 2001

Degustatore: Roberto Giuliani Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 04/2004


Tipologia: IGT Rosso
Vitigni: aglianico
Titolo alcolometrico: 15,5 %
Produttore: DE CONCILIIS – Viticoltori De Conciliis
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 25 a 50 euro


La considerazione: sono ormai due decenni che stiamo assistendo ad un progressivo mutamento della cultura del vino, che partendo dalle due regioni guida, Toscana e Piemonte, si sta estendendo a macchia d’olio in tutto lo stivale. Abbiamo visto nascere vini nuovi, diversi, originali (almeno all’inizio), spesso fuori dai disciplinari per poter consentire ai produttori ampio spazio di sperimentazione. Abbiamo visto trasformarsi il Barolo, la Barbera, il Dolcetto, il Chianti Classico, il Brunello di Montalcino, i vini siciliani (storie diverse che hanno portato a risultati diversi e non sempre esaltanti), abbiamo assistito (e stiamo tuttora assistendo) alla riscoperta di vitigni che si credevano scomparsi o poco interessanti, abbiamo avuto ampia dimostrazione che il montepulciano è un vitigno straordinario, così come il fiano, il greco, il garganega, la corvina, l’aglianico, il nero d’Avola, il negroamaro, il primitivo, il gaglioppo, il pallagrello bianco e nero, il casavecchia, e potremmo andare avanti ancora, ricordando lo straordinario verdicchio, il lagrein, il refosco, il sagrantino. La presa di posizione: ha senso oggi continuare a prendere come unico, indiscutibile, punto di riferimento il vecchio modo di fare vino, secondo una tradizione che, per quanto sincera, profonda e onesta, recava in sé anche degli inevitabili limiti? A mio avviso, senza portare avanti a spada tratta tutto ciò che i moderni enologi, avvocati, notai, farmacisti, chirurghi e industriali stanno propinandoci da un po’ di tempo a questa parte, è bene fare una riflessione, cercare di capire se tutto ciò che di nuovo sta infestando le nostre vigne, rappresenta un pericolo, una omologazione di gusto senza possibilità di ritorno o in questo apparente marasma, c’è un’energia che spinge, magari ancora confusamente, verso una direzione propositiva, realmente innovativa e non del tutto fatiscente. Come quasi sempre accade, la verità sta nel mezzo. Riuscire a coniugare l’esperienza e le tradizioni culturali dei nostri predecessori con le nuove tecnologie e filosofie enologiche. Questo, ovviamente, laddove esperienza e tradizione vinicola esistono già. E’ perfettamente lecito che in una zona come quella di Bolgheri, che non ha mai avuto un passato enoico da tramandare, il primo grande vino, il Sassicaia, potesse avere preso spunto dalla cultura bordolese, utilizzando le stesse uve (cabernet sauvignon e franc) e quei piccoli legni che molti ancora ritengono, erroneamente, indispensabili per ottenere un grande risultato. Non avrebbe senso, invece, azzerare il passato e riscrivere il Barolo o il Brunello come due vini completamente nuovi. Due vini di antiche origini, conosciuti in tutto il mondo, ottenuti da due vitigni nobili e difficili, il nebbiolo e il sangiovese, poco inclini ad esprimere le loro straordinarie qualità al di fuori delle zone tradizionali. E non avrebbe senso neanche per l’aglianico, uva a bacca rossa fra le più importanti del centro-sud, che sta dimostrando doti tutt’altro che inferiori ai due più famosi vitigni e che trova la sua massima espressione nell’avellinese, nel beneventano e nel Vulture. Certo, anche l’aglianico aveva bisogno di essere selezionato, lavorato in vigna per ottenere più forza e concentrazione di frutto, per smussare quegli eccessi tannici, dovuti spesso ad approssimative tecniche di vendemmia e vinificazione. Questo significa spersonalizzarlo, eliminarne le caratteristiche di tipicità? Ma per carità! Di errori se ne commettevano tanti in passato e se ne possono commettere anche oggi. Si può esagerare nel volere vini troppo orgogliosi e prorompenti, iperbarriccati (termine orrendo, ma credo renda bene l’idea), e si sbaglia certamente quando, per voler accelerare i tempi ed entrare ruffianamente nel mercato, si ricorre a metodi assai poco ortodossi o si fanno correzioni e aggiustamenti utilizzando la tecnologia per nascondere i limiti di un’annata meno favorevole. Ma l’errore, ancor più la furberia, non hanno speranza di fronte ad un grande vino, nato dal connubio fra un vitigno sviluppatosi in un terreno ideale e la mano di un uomo che sa come contribuire ad esaltarne al massimo le qualità. E’ questo il caso, a mio parere, del Naima 2001 di Bruno De Conciliis, un vino che riesce a fondere la forza e l’energia delle terre del Cilento con l’aglianico, in un connubio che ha pochi eguali nella sua categoria. Il colore rubino concentrato e quasi impenetrabile lascia traccia evidente della sua perfetta estrazione antocianica lungo la parete del calice, dove lentamente si formano fitti archetti a testimoniare la notevole portata alcolica. I profumi sono incredibili per intensità e pulizia, spaziano dalla confettura di prugne e more, alle spezie orientali, da cacao e vaniglia a sentori affumicati arricchiti da preziosismi minerali e resinosi. In bocca travolge senza indugi e affascina per la trama tannica di rara finezza (un tempo impensabile per un aglianico), grande corrispondenza gusto-olfattiva con il frutto quasi dolce a coprire quel tannino ancora forte e giovane. Morbidezza ed energia si alternano con rara eleganza, promettendo una futura, eccellente, evoluzione. Un aglianico così concede poche critiche, tanto riesce a nascondere la formidabile potenza alcolica. Un rosso campano fra i migliori dell’annata, da non perdere assolutamente.

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